Istat. Torna a confondere le acque. Il lavoro cresce ma è a tempo determinato. Inps, diffonde numeri pro salario minimo. Galli (Cgil): non è risposta esaustiva alla complessità del mercato del lavoro

Istat. Torna a confondere le acque. Il lavoro cresce ma è a tempo determinato. Inps, diffonde numeri pro salario minimo. Galli (Cgil): non è risposta esaustiva alla complessità del mercato del lavoro

Proprio mentre i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil, Landini, Furlan e Barbagallo incontrano il vicepremier Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, dopo numerose sollecitazioni e la grande manifestazione di Piazza San Giovanni, e alla vigilia dello sciopero generale dei lavoratori dei settori dell’edilizia, Istat fa partire i dati sull’occupazione e sui salari. Senza alcun  pudore l’Istituto fa sapere che “il lavoro cresce su anno”. Dice anche che “cala sul trimestre” e che c’è “un lieve peggioramento del quadro occupazionale”. Ma “è stabile al 58,6%” il tasso di occupazione. Insomma, verrebbe da dire, non ci possiamo lamentare. Rispetto all’ultimo trimestre del 2017 si contano 87 mila occupati in più, +0,4 in un anno. Il tasso di disoccupazione, è vero, sale a 10,6 (+0,3) dopo due trimestri in calo ma cala sull’anno, quindi non c’è da preoccuparsi.

Se entriamo nel cuore della lunga nota di Istat si scopre che l’aumento continua a interessare i lavoratori alle dipendenze (+215 mila) +1,2% ma si tratta, come al solito, del lupo che perde il pelo ma non il vizio, di un bluff: l’aumento riguarda esclusivamente quelli a tempo determinato (+323 mila, +11,9%) mentre dopo quattro anni di crescita cala il tempo indeterminato (-108 mila). Non solo, prosegue per l’ottavo anno la diminuzione del numero di lavoratori indipendenti (-23 mila, -0,4%). Cala ancora leggermente il part time (-0,1%) ma non nella sua componente involontaria (+132 mila, 5%). Ora l’Istituto fa anche dell’ironia visto che l’incidenza del part time involontario raggiunge il 64,1% (+3,1 punti) sul totale del tempo parziale e l’11,9% sul totale degli occupati (+0,5 punti). Continua inoltre la riduzione del numero dei disoccupati (-151 mila, -5,2%), in misura più intensa rispetto al 2017. A ciò corrisponde un calo del tasso di disoccupazione di 0,6 punti (dall’11,2% del 2017 al 10,6 del 2018). Il calo della disoccupazione riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-82 mila, -4,9%) sia disoccupati di breve durata; l’incidenza delle persone in cerca di lavoro da almeno un anno sul totale dei disoccupati si attesta al 58,1% (+0,2 punti). Il calo interessa quasi esclusivamente le forze di lavoro potenziali (-110 mila, -3,5%). Per il quarto anno prosegue anche la riduzione del numero degli scoraggiati (-189 mila, -11,5%). Come al solito ci sono tante persone che dopo aver cercato lavoro per tanni anni ora non lo cercano più, gli scoraggiati, appunto. Scompaiono dalle statistiche e così calerebbe la disoccupazione.

Inps porta acqua al mulino del governo dopo il cambio della guardia annunciato

Anche Inps porta acqua al mulino del governo  nel corso delle audizioni al Senato sul salario minimo. L’Istituto di previdenza ha reso noto, guarda caso dopo il cambio della guardia annunciato e voluto dal governo, che il 22% dei lavoratori dipendenti ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro, la soglia individuata nei disegni di legge in discussione  alla Commissione Lavoro di Palazzo Madama. Il 9% dei lavoratori è al di sotto degli 8 euro lordi, il 40% prende meno di 10 euro lordi l’ora. Con un salario minimo a 9 euro l’incremento medio annuale sarebbe di 1.073 euro annuo per circa 2,9 milioni, valutazione Istat. Dividete questa cifra per 13, comprensiva della tredicesima e vi lasciamo il commento. Commento che arriva dalla Cgil, da Landini che ne ha parlato poco prima dell’incontro con il Di Maio, di cui diamo notizia in altra parte del giornale, e dalla segreteria confederale Ivana Galli, intervistata da Radio Articolo 1.

L’introduzione del salario minimo orario “non dà una risposta esaustiva alla complessità del mercato del lavoro – dice – dove sono presenti lavoro povero, lavoro frammentato, lavoro sommerso, lavoro nero, lavoro grigio, contratti pirata, dumping contrattuale negli appalti e subappalti. Insomma, esiste una situazione così degenerata, che è anche una diretta conseguenza della crisi”. Prosegue Galli: “I contratti di lavoro, che si prendono a riferimento, devono essere certificati da una rappresentanza sindacale. Perciò serve una legge sulla rappresentanza che certifichi chi può firmare i contratti di lavoro, anche per evitare il dumping, soprattutto negli appalti, dove ogni azienda tende a scegliersi il contratto da applicare al ribasso. Insomma, i contratti devono essere firmati dalle organizzazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative. Il Testo unico sulla rappresentanza, siglato nel 2014 da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, per essere attuato deve passare per un’apposita convenzione stipulata da Inps e ministero del Lavoro, ma, al momento, è tutto bloccato”, ha proseguito la sindacalista. C’è necessità di fare pulizia, perché gli attuali 800 contratti sono troppi. E sarebbe sufficiente recepire in una norma legislativa il Testo unico del 2104 per dare risposte esaurienti, attraverso una certificazione della rappresentanza che dovrebbe essere un valore per tutti. Invece ci sono ostacoli, c’è reticenza e non si capisce il perché”.

C’è sempre più lavoro precario, sommerso, si nega il valore della rappresentanza

“O meglio, lo si comprende: è la volontà della disintermediazione e di non considerare i corpi intermedi non riconoscendo il valore della loro rappresentanza. Con il risultato che c’è sempre più lavoro precario, sommerso, illegalità, e si compete sull’abbassamento del costo del lavoro e non sulla qualità e sull’innovazione. Ovviamente, il quadro non è generalizzato, ma riguarda specifiche realtà produttive e diversi grandi colossi che appaltano e subappaltano senza rispettare alcuna regola. È lì che bisogna intervenire, con un intervento serio di mappatura, individuando quali sono settori, zone e aree a rischio, dove ci sono lavoratori – giovani, ma soprattutto coloro che hanno perso il lavoro e hanno più di 55 anni – costretti a subire condizioni di estremo sfruttamento.

Anche in tal caso, la risposta non può essere così semplicistica risolvendo tutto con il salario minimo orario, ma si tratta di applicare i contratti nella loro interezza, non solo il minimo tabellare, dunque, ma anche i vari istituti normativi”, ha concluso l’esponente Cgil.

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