Le mani su Bankitalia. Angelo De Mattia: “unico caso quello di Berlusconi che ritardò la nomina di Desario”. M5S e Lega: “concezione di democrazia senza pesi e contrappesi”

Le mani su Bankitalia. Angelo De Mattia: “unico caso quello di Berlusconi che ritardò la nomina di Desario”. M5S e Lega: “concezione di democrazia senza pesi e contrappesi”

Nel momento in cui si scatena un attacco politico a Bankitalia che ricorda attacchi nei momenti bui della storia del nostro paese la reazione che indica la via maestra è quella di tornare alle norme vigenti, alla legge. L’approvazione della conferma del vicedirettore generale della Banca, Luigi Federico Signorini è di competenza non del governo ma del Capo dello Stato. Il governo è titolare solo di un parere sulla approvazione e non può bloccare l’iter che ha come momento conclusivo la valutazione da parte del Presidente della Repubblica. In sintesi, bisogna ricordare, perché c’è grande confusione al riguardo, che la conferma, come la nomina è di competenza del Consiglio superiore  dell’Istituto il quale ha deciso in tal senso il 16 gennaio scorso. La conferma è perfetta ma le manca l’efficacia che le deriva dalla approvazione esclusiva da parte del Capo dello Stato. Le regole sono chiare. Solo una loro violazione potrebbe dare al governo un infondato potere interdittorio. Ne parla Angelo De Mattia sul quotidiano Avvenire, in un corsivo che qui riportiamo integralmente.

In un periodo di non poche difficoltà per la recessione, il rallentamento globale, le previsioni di crescita per l’anno ridotte al lumicino, l’inadeguatezza della legge di bilancio, i rapporti tesi con la Francia, gli incombenti impatti della Brexit, una parte del governo ha la bella idea di aprire un altro fronte di contrasto, quello con la Banca d’Italia. I 5Stelle infatti hanno finora impedito che il consiglio dei ministri deliberasse sulla conferma per altri 6 anni del vice direttore generale dell’Istituto, Luigi Federico Signorini. In effetti la riconferma (o la nomina) compete al consiglio superiore della Banca, che, nel caso di Signorini, l’ha decisa lo scorso 16 gennaio. La conferma è dunque perfetta. Per la sua efficacia occorre tuttavia l’approvazione del Presidente della Repubblica con un suo decreto. Il procedimento prevede che, su iniziativa del premier di concerto col ministro dell’Economia, il cdm deliberi il suo parere. Il potere pieno della decisione finale è del Capo dello Stato; dunque il procedimento non può essere validamente bloccato.

Comunque, se ciò avviene, sono chiare le finalità della manovra impeditiva. Ne scaturisce un attacco all’autonomia e all’indipendnza dell’Istituto ancora più grave perché si frappone un ostacolo a un’approvazione per la quale il consiglio dei ministri ha la competenza a esprimere soltanto un parere. Signorini ha un curriculum di tutto rispetto e ha dimostrato nel sessennio la sua competenza e le sue capacità. Se le si ignora, o peggio ancora, senza aver alcun pressupposto le si nega, allora è chiara la finalità più generale che vede ai 5Stelle da ultimo associata anche una parte della Lega: l’insofferenza per un’autorevole e prestigiosa istituzione di garanzia. Nelle ultime ore di ieri i vertici di M5S e Lega sono poi arrivati a ipotizzare dissennatamente l’azzeramento dei vertici di Bankitalia (e anche di Consob). Qualcuno potrebbe osservare: “Quos vult perdere Iupiter demandat”. La vicenda richiama quanto avvenne – unico caso  dal Dopoguerra – durante il primo governo Berlusconi allorché questi temporeggiò lungamente nel portare al consiglio dei ministri la delibera di nomina adottata dal consiglio superiore, di Vincenzo Desario a direttore generale. Spingeva allora per procrastinare indefinitiamente la sottoposizione all’organo, tra gli altri, Alleanza Nazionale. Poi però una salutare resipiscenza e la fermezza dell’allora governatore Antonio Fazio fecero sì che Berlusconi si convincesse di portare la nomina al consiglio, dopodiché Desario fu nominato dal capo dello Stato.

Ora siamo al “bis in idem”. A nulla è valsa la passata esperienza, né viene considerato il casus che si rischia di creare, considerato anche che la Banca d’Italia è una componente dell’Eurosistema con al centro la BCE e ha la fonte della sua disciplina nel Trattato Ue che ha rango di norma costituzionale. Manca solo quest’ultima vicenda per sviluppare l’isolamento nel quale si rischia di portare il Paese. Si dimostra, andando avanti così, che si ha una concezione della democrazia priva di “pesi e contrappesi”. A questo punto non resta che sperare che il premier e il ministro dell’Economia abbiano uno scatto valorizzando la loro autonomia intellettuale e istituzionale per favorire la ripresa del procedimento. Non si può immaginare che il caso esploda in tutta la sua gravità e con tutte le sue connessioni. Come “extrema ratio” non resterà che rivolgersi al Colle.

Dal quotidiano Avvenire di domenica 10 febbraio 2019

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