Prescrizione. La proposta del ministro Bonafede non risolve, in termini radicali di efficienza e di giustizia, una scandalosa situazione. Meglio la Pdl del suo stesso “partito”

Prescrizione. La proposta del ministro Bonafede non risolve, in termini radicali di efficienza e di giustizia, una scandalosa situazione. Meglio la Pdl del suo stesso “partito”

Come è noto, è proprio la classe politica alla quale i cittadini si rivolgono per eliminare le disfunzioni del sistema giudiziario che non vuole che la Giustizia funzioni perché una giustizia rapida ed efficiente porrebbe in serio pericolo parte degli esponenti politici e, soprattutto, i lobbisti, gli imprenditori collusi o frodatori fiscali, i burocrati corrotti, i faccendieri (spesso legati a settori massonici e clericali) di cui sono soliti circondarsi; ed è in questo contesto di voluta inefficienza che si colloca la mancata riforma sia della prescrizione che del processo penale. Omissioni tutte funzionali a preservare il descritto sistema di corruttela, se è vero come è vero che, ancora nel 2018, si sono prescritti altri 130.000 processi, così pervenendosi, in poco più di 10 anni, alla scandalosa cifra di circa 1.800.000 processi prescritti.

Pochi giorni orsono, il ministro di Giustizia ha annunciato di aver presentato un emendamento al decreto “Anticorruzione” in forza del quale la prescrizione non deve più decorrere a partire dalla sentenza di I grado. La proposta ha suscitato la rabbiosa reazione della classe forense e dei partiti di centrodestra e non è affatto condivisa dall’alleato di governo del M5S, (la Lega). In particolare, il ministro Bongiorno ha dichiarato che “bloccare la prescrizione dopo il I grado di giudizio è come mettere una bomba atomica nel processo penale”. Ora, la vera bomba nucleare è quella sganciata sui processi nel dicembre 2005 con la legge c.d. “ex Cirielli” che – scientemente inserita nello già inceppato meccanismo del processo penale – ha determinato, come si è detto, la “distruzione”, in 13 anni, di circa 1.800.000 processi con una media di 130.000 l’anno, così determinando una situazione di denegata giustizia per le parti offese e, seppur in misura molto minore, per gli stessi imputati che, però, spesso hanno spacciato la prescrizione per un’assoluzione. Da molti giuristi si è impropriamente invocato il principio costituzionale della “ragionevole durata del processo”. In proposito, il Presidente dell’autorità Anticorruzione, il magistrato fuori ruolo Raffaele Cantone, si è pronunciato contro la proposta del ministro affermando che tale soluzione non lo convinceva perché “il principio della ragionevole durata del processo cozza con l’idea che questo possa non avere più limiti di tempo dopo una sentenza di I grado”. Si tratta di un’argomentazione giuridica priva di pregio perché tale principio, esprimendo un diverso valore giuridico, non ha nulla a che vedere con la prescrizione. Sia la Convenzione europea, sia la giurisprudenza di Strasburgo, sia il precetto sancito dall’art. 111 Cost. esigono che, in tempi ragionevoli, si pervenga ad una pronuncia nel merito di una controversia (che assolva o condanni) non ad una pronuncia di mero rito, come quella che consegue alla dichiarazione di estinzione del reato che si risolve in un meccanismo che ostacola l’accertamento sul merito della questione dedotta in giudizio (e, quindi, anche la possibile assoluzione dell’imputato). La proposta del ministro è, in via generale, e con alcune riserve, meritevole di condivisione perché, con l’emendamento in questione, non avrà più modo di realizzarsi quella situazione per la quale in grado di appello si consuma il maggior numero di prescrizioni; e ciò determinerà anche una consistente diminuzione di impugnazioni, il più delle volte, proposte proprio per far maturare la prescrizione.

Perché la soluzione proposta dal ministro non è la più soddisfacente

Tuttavia, la soluzione proposta dal ministro non è la più soddisfacente per due ordini di motivi: il primo è che – atteso lo sfascio del sistema processuale – una gran quantità di processi  continuerà, come oggi avviene, ad estinguersi per prescrizione dichiarata con la sentenza di I grado (si pensi ai complessi procedimenti, soprattutto in tema di disastro ambientale e ai reati per abusi edilizi); il secondo è che non ha significato giuridico collegare la sentenza di I grado alla prescrizione, data la stretta correlazione tra tale istituto e l’esercizio dell’azione penale.

La ratio dell’istituto della prescrizione è, invero, ancorata all’esercizio dell’azione penale nel senso che essa scaturisce dall’inerzia o dalla rinuncia dello Stato ad esercitare la pretesa punitiva nei confronti di colui che si ritiene essere l’autore di un reato. In sostanza, lo Stato, attraverso il titolare dell’azione penale, rinuncia al suo diritto potestativo a perseguire l’autore di un reato.

Più correttamente, quindi, in aderenza alla ratio dell’istituto e alla circostanza del notevole arco di tempo entro cui solitamente si conclude il giudizio di I grado, si sarebbe potuto individuare il termine, a partire dal quale la prescrizione non più decorre, nel momento in cui il P.M. proceda con citazione diretta ovvero richieda al G.I.P. la fissazione dell’udienza preliminare, essendo questo, sostanzialmente, in concreto, il momento in cui viene esercitata l’azione penale con richiesta al Giudice di procedere penalmente nei confronti di chi si ritiene essere l’autore del reato, dando così concretamente corso alla pretesa punitiva dello Stato.

A tale proposito, va osservato che inspiegabilmente il ministro non ha fatto alcun cenno alla circostanza che il 22 giugno 2018 era stata presentata una proposta di legge, di iniziativa dei deputati Colletti, Businarolo, Ascari, Cataldi, Aiello, Scutella e Sarti di “modifica al cod. pen. in materia di prescrizione dei reati”. La sorpresa è che tale proposta – che proviene da parlamentari dello stesso partito del ministro (M5S) – finisce per collidere con quanto oggi proposto dal Guardasigilli, giacché con essa viene chiesta la modifica dell’attuale art. 159 del c. pen. nel senso che “il corso della prescrizione rimane sospeso in tutti i casi di esercizio dell’azione penale. La sospensione nel corso della prescrizione per l’esercizio dell’azione penale si verifica con l’assunzione della qualità di imputato ai sensi dell’art. 60 cod. proc. pen.”. Di particolare interesse, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, come risulta dalla relazione illustrativa della proposta, sono le ragioni sottese a tale modifica. Sotto il primo aspetto, correttamente si afferma: “se è vero, come è vero, che con l’esercizio dell’azione penale e il rinvio a giudizio lo Stato, attraverso gli organi a ciò deputati, manifesta la specifica volontà punitiva rispetto ad un determinato reato, la prescrizione non dovrebbe mai poter decorrere durante il processo in corso posto che proprio la pendenza del processo attesta per sé l’attualità del suo intento <<persecutorio>>”. Quanto al secondo profilo, incisivamente, si afferma: “inoltre si valuti come la sospensione del termine prescrizionale al momento dell’assunzione della qualità di imputato consentirebbe anche di evitare l’impunità dei reati dei c.d. colletti bianchi (politici, faccendieri, dilapidatori di denaro pubblico) – particolarmente gravi per la comunità e consistenti anche nella truffa, nella corruzione, nei reati ambientali, in tutti i reati societari come il falso in bilancio e il falso in prospetto che rappresentano un allarme, non solo sotto il profilo strettamente penale, ma anche sotto quello economico e culturale”.

Gli effetti perversi della attuale normativa. Il rimpallo di responsabilità fra Lega e M5S

Se così stanno le cose, non si comprende perché mai, di fronte ad una ineccepibile proposta di legge – che, anche attraverso la rimodulazione dei termini di prescrizione di cui all’art. 157 c.p., elimina in radice gli effetti perversi dell’attuale normativa sulla prescrizione – proveniente da parlamentari del suo “partito”, il ministro non appoggi tale soluzione e ne porti, invece, avanti una diversa che non risolve, in termini radicali di efficienza e di giustizia, la scandalosa situazione della prescrizione determinatasi, come si è evidenziato, per effetto della c.d. ex Cirielli approvata con il concorso dell’attuale “partner” del “governo del cambiamento”, la Lega, che contribuì all’approvazione, sotto i governi di centrodestra di cui allora faceva parte, delle peggiori leggi sulla giustizia.

La forte pressione esercitata da tale partito sull’alleato di governo, non solo rende molto improbabile che la corretta iniziativa dei parlamentari del M5S abbia successo, ma mette in pericolo la stessa approvazione della già edulcorata proposta del ministro di Giustizia.

*Antonio Esposito, già presidente di Sezione della Corte di Cassazione

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