La sinistra come la Milano-Sanremo, ferma sul passo del Poggio. Civati si dimette e apre il congresso di Possibile. Cuperlo e Orlando attaccano Renzi, ma la falange renziana fa muro

La sinistra come la Milano-Sanremo, ferma sul passo del Poggio. Civati si dimette e apre il congresso di Possibile. Cuperlo e Orlando attaccano Renzi, ma la falange renziana fa muro

La sinistra, quella che il voto del 4 marzo ha sonoramente ridimensionato, nel presente, e nelle prospettive, si trova sul colle del Poggio, il famoso passaggio della Milano-Sanremo, che il grande Nibali ha vinto oggi. A differenza di Nibali, la sinistra, sul Poggio, comincia ad aggredire l’analisi della sconfitta, a capire quali strategie adottare per tornare a vincere. Magari tra dodici anni, come è accaduto alla Milano-Sanremo, vinta da un italiano dodici anni dopo. Così due appuntamenti centrali in questo sabato: il movimento di Pippo Civati, Possibile, una delle tre gambe di Liberi e Uguali, si è dato appuntamento per gli Stati generali; e nel Partito democratico, la corrente di Gianni Cuperlo si è riunita al Nazareno. In entrambi i casi, ma da fronti e da considerazioni molro differenti, parole dure.

La sferzata di Pippo Civati alla sinistra in occasione degli Stati Generali di Possibile. Il leader si è dimesso aprendo il congresso e la ricerca di un nuovo leader

Aprendo gli Stati generali, come sempre gli accade, data la sua proverbiale onestà intellettuale, Pippo Civati non ha avuto mezze misure: “ho apprezzato la straordinaria autocritica di tutti i protagonisti che hanno guidato l’impresa. Ah, dite che non c’è stata? L’ho apprezzata comunque”. Pippo Civati usa il sarcasmo, parlando agli stati generali di ‘Possibile’ in corso a Bologna, ma commenta con molta amara durezza la sconfitta alle urne dello scorso 4 marzo. “Lo schema del centrosinistra devastato ha distrutto tutto, centro e sinistra. Si è perso tutto, per cercare voti a destra, si è persa la sinistra – ha sottolineato Civati nel corso del suo intervento -. Il voto utile si è rovesciato nel suo opposto, un voto inutile, stanco, da naso turato. La crisi sociale ha rotto il paese, e la sinistra (non importa quale sinistra) è stata accusata di essere responsabile, di essere causa di questa rotture, proprio lei che avrebbe dovuto sanarla, e comunque di essere rimasta nella parte migliore, più alta, privilegiata, agiata, della società. E così, anche nella logica dell’alternanza che da sempre regge le sorti della politica, la destra vince”. “In questo – ha aggiunto – ha giocato la questione del potere e dello stile del governo, gestito, come sappiamo, con arroganza e mettendosi dalla parte del potere, sempre e comunque. Si è detto: ‘O la va, o la spacca’. E si è spaccato tutto”. E ovviamente ha presentato le dinmissioni irrevocabili, aprendo di fatto il congresso di Possibile e la ricerca di un nuovo leader.  I delegati degli stati generali di Bologna hanno approvato la richiesta di Pippo Civati, che non ha quindi ritirato – nonostante la richiesta quasi unanime dei delegati – le dimissioni. “Le questioni trattate oggi hanno bisogno di un percorso congressuale. Non si voterà sulle mie dimissioni ma sul congresso da fare. Non è una questione personale. Discutiamo di tutte le cose che abbiamo detto, seguendo lo statuto”, ha dichiarato Civati nella sua replica alla fine dei lavori. “Mi auguro che ci siano molte candidature. Non risolviamo il dibattito oggi, non sarebbe serio. Facciamo una discussione con uno spirito critico. Questo non è un partito personale”, ha concluso il segretario dimissionario.

Il Pd è fermo sul passo del Poggio. C’è chi attacca l’ex capitano, e chiede di “uscire dal renzismo”. Si muove la falange renziana

La tregua nel Pd, già messa a dura prova con l’assenza di Renzi alla direzione nazionale di lunedì scorso che ha eletto il reggente Martina, cede alla prima fiammata. Gianni Cuperlo invita a “superare il renzismo” e Andrea Orlando accusa di “nepotismo e clientelismo” segmenti del partito. E le falangi renziane insorgono per una “violenza” verbale propria “dei peggiori grillini”. Diventa così occasione di scontro l’assemblea della Sinistra Dem di Cuperlo, che in nome della “idea collegiale della leadership” coltivata dal reggente Maurizio Martina, riuniva al Nazareno esponenti di tutte le aree, assenti solo i “super-renziani”: c’erano Orlando e Damiano, ma anche Carlo Calenda, Luigi Zanda e lo stesso Martina. E l’episodio mette a rischio il tentativo unitario in corso su capigruppo e segreteria. Si tratta di una unità senza Renzi quella che si sta provando a costruire, denunciano i renziani. Al contrario, replicano gli ‘accusati’, è il tentativo di ripartire con una riflessione vera sulla “sconfitta più grave di sempre”. Sullo sfondo c’è la partita sugli assetti parlamentari e, in prospettiva, sulla linea da tenere nel caso si arrivasse a un governo di scopo. Giovedì si riuniranno per la prima volta deputati e senatori eletti, ma la scelta dei capigruppo dovrebbe avvenire solo la settimana successiva. Un’intesa sarebbe stata trovata sui nomi di Andrea Marcucci al Senato e Lorenzo Guerini (o Ettore Rosato) alla Camera, tutti di fede renziana. E si proverà a tenere tutti uniti nella scelta, evitando una conta con voto segreto. Anche perché l’esito sarebbe incerto: al Senato sui 52 membri del gruppo ci sarebbero 28 renziani (dei quali 3 vicini a Delrio, 2 a Martina). Ma la fiducia reciproca è scarsa: i renziani temono di essere scavalcati da accordi sottobanco anche sulle presidenze delle Camere. Renzi per ora, da Firenze, resta silente. Ci pensano però renziani come Michele Anzaldi e Franco Vazio, a insorgere leggendo le critiche dell’assemblea cuperliana: “Tutta colpa del ‘renzismo’? E chi era al fianco di Renzi al partito e al governo che faceva in questi anni?”, domanda Anzaldi. A dare sui nervi è soprattutto Orlando, che denuncia “nepotismo” e “clientelismo”.

“Non mi riferivo a Renzi”, precisa lui. Ma i renziani ce l’hanno anche con Martina, reo di non aver difeso l’ex segretario. Cuperlo a dire il vero critica l’essere divisivo di Renzi e il “cadornismo” che ha portato alla Caporetto, ma sostiene che “è stata bocciata una classe dirigente, è stato anche un voto contro il governo”. “No a gazebo e nuovi Messia”, invoca l’esponente della minoranza. “Serve un congresso costituente e un segretario di transizione, non il ritorno della Ditta e attenti agli ultimi giapponesi”, afferma Orlando. “Bisogna cambiare il Pd, dare una scossa a ogni livello”, concorda Martina, che si scaglia contro chi da LeU dà lezioni ai Dem. Bisogna rimettersi subito “in cammino con umiltà”, afferma Calenda, “senza bandiere rosse” ma offrendo “protezione” dopo gli “errori” recenti. A Calenda, che nega di voler fare il segretario, vengono attribuite aspirazioni da candidato premier in caso di voto anticipato. Prima però, ci sono altre partite.

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