Papa Francesco a Dacca: “I Rohingya sono l’immagine del Dio vivente”, e s’inchina dinanzi a una coppia di profughi. “Soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono!”, ha detto loro

Papa Francesco a Dacca: “I Rohingya sono l’immagine del Dio vivente”, e s’inchina dinanzi a una coppia di profughi. “Soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono!”, ha detto loro

“La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti”. Queste parole pronunciate con voce grave da papa Francesco hanno concluso l’incontro con i 16 profughi Rohingya accompagnati a Dacca dalla Comunità di Sant’Egidio i cui volontari operano nei campi dove il Bangladesh accoglie le migliaia di profughi in fuga dal Myanmar. Il papa ha parlato ogni giorno delle loro sofferenze nel corso di questo viaggio pastorale in Estremo Oriente, ma per non mettere in difficoltà i cattolici birmani (una minoranza dell’1,27 per cento) non ne aveva pronunciato il nome nell’antica colonia inglese culla del Buddismo di espressione Vinaya (ad alto rischio di integralismo). Ma il papa dei gesti oggi, nello spazio loro riservato dal programma della visita, non ha deluso i profughi, anzi li ha onorati moltissimo: “I Rohingya – ha detto – sono l’immagine del Dio vivente”.

L’incontro è iniziato con un inchino reciproco l’incontro tra Papa Francesco e 16 profughi Rohingya, 12 uomini e 4 donne, compresi due ragazzini. Il papa infatti quando essi sono saliti in fila sul palco, dopo il discorso ai leader delle altre religioni, si è inchinato davanti alla prima coppia, ricambiando il loro inchino. Non sono mancati altri gesti d’affetto: una pacca sulle spalle ad uno dei profughi che più a lungo gli aveva parlato, un lungo tenere la mano ad un’altro, più anziano, e poi anche a un giovane, il sorriso ad una giovane che portava sul capo due veli, uno dei quali era forse un burka che si era sfilata dal viso. Era evidente la grande commozione da parte del pontefice che ha ascoltato le loro storie restando spesso in silenzio e annuendo. Il papa ha detto ai Rohingya: “Forse possiamo fare poco per voi ma la vostra tragedia ha molto spazio nel nostro cuore. Per quelli che vi hanno fatto male, soprattutto nell’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono!”, ha riferito il diacono Alberto Quattrucci della Comunità di Sant’Egidio, che ha accompagnato il gruppo all’incontro con il pontefice. Francesco ha anche fatto riferimento al Corano, con la frase: “una tradizione della vostra religione dice che Dio ha preso dell’acqua e vi ha versato sale, l’anima degli uomini. Non chiudiamo il cuore non guardiamo da un’altra parte. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo con l’immagine di Dio. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo”.

Ai 16 Rohingya era stato riservato il posto d’onore nel giardino dell’arcivescovado: hanno seguito l’incontro con i leader religiosi, infatti, alla destra del palco, nella posizione riservata ai vip. Netto da parte di Francesco il rifiuto di ogni violenza. “La condanna del terrorismo – ha spiegato – deve unire tutte le religioni. Quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell’incontro essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni. Essi provvedono anche un inestimabile servizio per il futuro dei loro Paesi e del nostro mondo insegnando ai giovani la via della giustizia: occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente ricerca del bene”. Ai vescovi bengalesi il Papa ha chiesto di adoperarsi “incessantemente a costruire ponti e a promuovere il dialogo, non solo perché questi sforzi facilitano la comunicazione tra diversi gruppi religiosi, ma anche perché risvegliano le energie spirituali necessarie per l’opera di costruzione della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace”.

“La vostra – ha ricordato il Papa ai presuli del Bangladesh – è una nazione dove la diversità etnica rispecchia la diversità delle tradizioni religiose. L’impegno della Chiesa di portare avanti la comprensione interreligiosa tramite seminari e programmi didattici, come anche attraverso contatti e inviti personali, contribuisce al diffondersi della buona volontà e dell’armonia”.

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