Fiscal compact europeo. Coordinamento democrazia costituzionale: Appello al Parlamento UE perché respinga la direttiva Juncker

Fiscal compact europeo. Coordinamento democrazia costituzionale: Appello al Parlamento UE perché respinga la direttiva Juncker

Con l’approvazione delle modifiche all’art. 81 e l’inserimento di fatto del Fiscal compact nella nostra Costituzione il Parlamento Italiano ha optato per una politica di austerità ad ogni costo, contro gli stessi diritti fondamentali previsti dalla Costituzione stessa, e ha precluso la via a qualsiasi altra possibile opzione di politica di bilancio. Abrogare l’attuale art. 81 è il primo passo per riportare al centro scelte politiche di sviluppo, di occupazione, di coesione sociale, a partire dai diritti delle persone.

Per togliere il Fiscal Compact dalla nostra Costituzione (art 81 attuale) abbiamo depositato una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare su cui avvieremo a fine gennaio la raccolta delle firme.

Da subito chiediamo che il Governo italiano in sede di Consiglio a Bruxelles si opponga all’inserimento del Fiscal compact nei trattati e anche alla Direttiva proposta dalla Commissione Juncker.

FACCIAMO APPELLO:

• al Parlamento europeo perché respinga la Direttiva e in ogni caso chiederemo al Parlamento italiano che non la recepisca nella legislazione italiana.
• al Parlamento italiano perché sia ripristinato l’articolo 81 della Costituzione del 1947 e perché vengano cambiate le procedure di bilancio prescritte dal Six pack e dal Two pack, che hanno trasferito le scelte del bilancio dello Stato nelle mani della Commissione e della tecnocrazia dell’Ue.

Bloccare l’inserimento definitivo del Fiscal compact nella legislazione europea e tornare alla versione dei costituenti dell’articolo 81 è indispensabile per evitare all’Italia decenni di austerità, affermando al contrario politiche di sviluppo e di occupazione.

IL FISCAL COMPACT
Nell’aprile del 2012, introducendo la regola dell’equilibrio di bilancio, noto come pareggio di bilancio, il Parlamento italiano ha modificato l’art. 81 della Costituzione. Il Fiscal compact e le politiche di austerità che ne sono conseguite hanno fatto così il loro ingresso nella nostra Costituzione, escludendo con questa scelta ogni altra opzione di politica economica, per esempio quella Keynesiana. Così una teoria economica conservatrice e liberista è stata trasformata in ideologia di stato. Il 1° gennaio 2018 scadono – per i 25 paesi che lo hanno accettato o subito – i cinque anni previsti dall’art. 16 per valutare l’efficacia delle regole del Fiscal compact e se includerle nei trattati europei o nella legislazione comunitaria. Un’inclusione che purtroppo è già avvenuta per il nostro Paese visto che quelle norme sono entrate nella nostra Costituzione con la modifica dell’art 81.

Il “pareggio” di bilancio non è un principio astratto né una scelta tecnica ma incide direttamente sulla vita di tutti i cittadini, mettendo in discussione i diritti fondamentali delle persone. Le scelte, nonostante si cerchi ripetutamente di farle passare come tecniche, sono e restano politiche, perché non esiste nulla che sia solo tecnico in politica e in economia. Dietro qualunque politica e strumento per attuarla ci sono sempre scelte politiche ed economiche. Il Fiscal Compact non è quindi una scelta tecnica, tanto meno ineluttabile.

Le politiche di austerità che hanno ispirato il Fiscal Compact  si fondano sulla tesi, per fare solo un esempio, che vede solo nell’alto debito la principale causa dei problemi italiani. Da queste tesi traggono origine le politiche che hanno puntato ai tagli di spesa, in particolare dello stato sociale, alla compressione dei salari e più in generale alla svalutazione del lavoro, con gravi conseguenze sull’occupazione, in particolare dei giovani. Queste politiche  hanno progressivamente contribuito allo smantellamento di welfare e diritti sociali. Politiche che hanno prodotto a livello europeo una profonda spaccatura tra Nord e Sud Europa, creando in alcuni casi, come in Grecia, addirittura un ritorno alla povertà di massa, o come ci ha ricordato l’ISTAT portando un italiano su tre a rischio povertà. Un’austerità che, con tutta evidenza, non ha portato benefici ma al contrario forza lavoro e capacità produttiva inutilizzate a causa della mancanza di domanda effettiva, mentre ha causato raddoppio della povertà e cancellazione dei diritti delle persone. Inoltre si è mostrata, come sottolineato perfino dal capo economista del Fmi, addirittura dannosa, visto che l’austerità – tendendo a deprimere la crescita economica – ha ridotto le entrate degli Stati non consentendogli di ridurre il debito pubblico. Un ridimensionamento nei servizi pubblici essenziali che mina alle sue fondamenta il cosiddetto modello europeo con conseguenze negative sulla coesione sociale e sulla ripresa economica.

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