2017: se ne va senza rimpianti l’anno che ha rilanciato il centrodestra. Un capolavoro di Renzi

2017: se ne va senza rimpianti l’anno che ha rilanciato il centrodestra. Un capolavoro di Renzi

Se persino il Fatto Quotidiano (non propriamente un giornale berlusconiano) riporta oggi la notizia in prima pagina, significa che il rischio è concreto: il centrodestra potrebbe davvero raggiungere la fatidica soglia del 40 per cento e allora addio prorogatio di Gentiloni e altri “sogni di gloria” coltivati nelle ultime settimane da buona parte degli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani.

Il punto è che nella rovina del centrosinistra e di fronte all’inaffidabilità del M5S, resa ancor più tangibile dalle non valide prove amministrative offerte sinora, se dovesse presentarsi unito, il centrodestra avrebbe serie possibilità di guadagnarsi un’autonoma, per quanto forse risicata, maggioranza di governo.

Il primo a non auspicarlo, in cuor suo, è proprio Berlusconi, al quale sta riuscendo il miracolo di tornare alla guida del Paese, probabilmente per interposto Tajani anche se lui nega, persino controvoglia. L’ex Cavaliere, infatti, non è certo un estimatore di Salvini, e anche con la Meloni, specie dopo lo sgarbo alle Amministrative di Roma dello scorso anno, i rapporti sono tutt’altro che idilliaci. Fatto sta che, fra una cassata e un arancino, la Sicilia gli ha recapitato l’inequivocabile messaggio che persino un candidato di destra-destra, per giunta sostenuto da una messe di personaggi diciamo così discutibili, come Musumeci, al cospetto dello sfarinamento altrui, ce la può fare, ergo bisogna ingoiare il rospo Salvini, accettare le sue sparate da agit prop e prepararsi a tornare a Palazzo Chigi in un contesto più difficile delle vecchie care larghe intese con un PD ormai degenerato ma non meno propizio per difendere i propri non pochi interessi.

Per il Pd una débacle annunciata. Collegi uninominali a rischio

A tal proposito, va detto che quello di Renzi è un capolavoro al contrario che rimarrà nei manuali di Scienza politica. Dopo le Europee del 2014, quando sembrava che il nostro eroe fosse destinato ad egemonizzare almeno un decennio, chi scrive si permise di suggerirgli di cambiare radicalmente rotta, pena il rapido deperimento di un consenso non effettivo e tutt’altro che consolidato, dato per lo più sulla fiducia e in circostanze pressoché irripetibili. I renziani, ovviamente, passarono mesi a sbertucciare chiunque desse loro suggerimenti del genere, tacciandoci di essere gufi, rosiconi e quant’altro; ebbene, oggi rischiano di pagare a caro prezzo la propria arroganza.

Quel 40 per cento di tre anni e mezzo fa, difatti, si è trasformato nella débâcle annunciata del prossimo marzo, quando pare che i collegi uninominali sicuri per il PD siano meno di una decina, con anche le regioni rosse in bilico a causa della presenza dei candidati alternativi di Liberi e Uguali, il che renderà assai arduo persino compilare le liste e convincere qualche personalità di alto livello a candidarsi nelle file dei dem. Sconfitta dopo sconfitta, insulto dopo insulto, mancata dimissione dopo mancata dimissione, si è arrivati al punto che un personaggio screditato, al momento ineleggibile e reduce da un ventennio di potere esercitato come peggio non si sarebbe potuto e scandali a gogò, appaia oggi più stimabile, credibile e spendibile politicamente di una classe dirigente che ha la metà dei suoi anni e alla quale milioni di cittadini, a cominciare dalla base storica del PD, si erano affidati affinché lo rottamasse.

Alla sinistra serve un ceto politico più colto, più competente, anche se meno appariscente

Questo finale di legislatura, pertanto, ci pone di fronte ad alcune amare considerazioni: innanzitutto, che per la sinistra le grandi coalizioni si rivelano, ovunque, una sciagura. In secondo luogo, che l’elettorato di sinistra è assai meno disposto a perdonare errori e porcherie di quanto non lo sia quello di destra, di centrodestra e forse persino quello grillino; infine, che per il futuro bisognerà attrezzarsi e mettersi nelle mani di un certo politico magari meno appariscente, meno fotogenico e meno al passo coi tempi per quanto riguarda selfie e diavolerie tecnologiche varie ma, in compenso, più colto, più capace, più competente, più avvezzo alla mediazione e maggiormente in grado di operare una sintesi fra le innumerevoli e riottose anime della sinistra.

Per ora, constatiamo con sofferenza che questo 2017 che volge ormai al termine ci ha restituito un Berlusconi combattivo, in piena salute, fisica, mentale e politica, e pronto a mettere in scena un revival del ’94, come se ancora potesse permettersi di presentarsi come l’imprenditore prestato alla politica, con il sole in tasca e il sogno di una rivoluzione liberale da realizzare. O forse può, visto che i suoi epigoni sono riusciti nell’impresa, oggettivamente ardua, di rivelarsi addirittura peggiori di lui. Se non altro perché meno autentici.

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