Istat, come al solito, dà una mano al governo e trilla. L’occupazione cresce, ma è quasi tutta precaria. Il fallimento del jobs act. I giovani i primi a pagare, da inattivi a disoccupati. La ripresa, quella vera, non è a portata di mano

Istat, come al solito, dà una mano al governo e trilla. L’occupazione cresce, ma è quasi tutta precaria. Il fallimento del jobs act. I giovani i primi a pagare, da inattivi a disoccupati. La ripresa, quella vera, non è a portata di mano

Attendevamo con ansia il rapporto Istat sul mercato del lavoro nel secondo trimestre. Insieme, eravamo certi che Gentiloni, Padoan, Poletti accompagnati da un coro fragoroso di viceministri, leggi Teresa Bellanova, dirigenti del Pd, Ernesto Carbone, responsabile sviluppo Pd, parlamentari semplici, avrebbero esultato. Ogni volta che l’Istat annuncia numeri relativi all’occupazione, tutti quelli che  governano, anche Alfano che si occupa di Estero, suonano la grancassa sulla ripresa ormai stabile, non ce lo aspettavamo, ma quanto siamo bravi. Interessante leggere le dichiarazioni perché in questi ultimi tempi il “merito” dei risultati  relativi al mercato del lavoro, il “successo”, se lo erano presi  coloro che sono oggi al governo, Gentiloni e Padoan in particolare. Si racconta negli ambienti bene informati che il segretario del Pd non abbia gradito ed abbia dettato la linea delle dichiarazioni di ministri, dirigenti dem. Insomma,  doveva risultare che la ripresa era dovuta al suo governo. In vista delle elezioni non si può lasciare troppo spago a Gentiloni che, sornione sornione, nei sondaggi viene dato più popolare dell’ex premier. Ordine subito  eseguito. Nelle dichiarazioni infatti si richiamano le iniziative del governo Renzi e proseguite da Gentiloni. Malgrado la buona volontà dell’Istat, dei giornali, di televisioni e radio che esultano perché la ripresa sarebbe ormai consolidata, la realtà è che siamo in presenza del fallimento delle politiche dei governi, Renzi e Gentiloni.

I media  come al solito, impegnati in  una pesante opera di disinformazione

Il trucco c’è e si vede, gli scriba che si occupano delle cronache economiche  e anche firme, editorialisti, dovrebbero vergognarsi. Istat in fondo fa il suo mestiere, mette insieme dei numeri, tocca agli scriba riferire correttamente, fare luce sui trucchetti, fornire ai cittadini una informazione corretta. Non lo fanno, siamo in presenza di  una gigantesca truffa, diciamo matematica. Dove si dimostra che la matematica, contrariamente al pensiero comune, è una opinione. L’esultanza degli scriba che fanno la gioia del clan di governo deriva da un dato: gli occupati, dice Istat, nel secondo trimestre sono 78 mila in più del trimestre precedente, frutto del continuo calo degli indipendenti (-71 mila) e di aumento dei dipendenti (+149 mila), di cui ben otto su dieci sono a tempo determinato. Udite udite popolo, aumentano perfino le donne occupate. Vanno ad infoltire l’esercito dei precari. L’altra parte della giornata lavorativa la fanno in casa gestendo la famiglia. Diminuisce il numero dei disoccupati rispetto al 2016, 10,9, -0,6.  Sul  trimestre precedente, -0,4.

Trilla Gentiloni “buoni risultati da jobs act e ripresa”. Così dà merito anche a Renzi

Trilla Gentiloni: “Buoni risultati da jobs act e ripresa, ancora molto da fare, ma trend incoraggiante”. Non è vero, il jobs act e le misure per la ripresa hanno creato un grande precarificio, pagato ben 19 miliardi regalati alle imprese. I flussi dei disoccupati verso il lavoro dipendente a tempo determinato aumentano dello 0,9. Riguardo agli inattivi, chi non lavora e neppure lo cerca, aumenta la percentuale di coloro che  vanno ad infoltire l’esercito dei disoccupati, dal 18,5 al 21,3% in dodici mesi. Istat rende noto che “l’incidenza degli scoraggiati sul totale degli inattivi di 15-64 anni scende al 12,3% (-0,3 punti in un anno). Sulla base dei dati di flusso aumentano le transizioni dallo scoraggiamento verso la disoccupazione (17,9%, +0,2 punti), soprattutto per i 15-34enni (30,8%, +5,0 punti) mentre diminuiscono le transizioni verso l’occupazione (dall’8,5% al 7,4% nei dodici mesi)”. I giovani sono quelli che più pagano la crisi economica che non è risolta. Suonano la grancassa sulla ripresa governo e media, aumenta il numero di coloro che passano dalla sfiducia alla speranza di trovare un lavoro. La speranza dura molto poco, soprattutto i giovani vanno ad infoltire l’esercito dei disoccupati. Ancora, il calo degli inattivi deriva dalla riduzione del numero di pensionati (meno 146 mila negli ultimi 12 mesi), perché molte persone sono rimaste occupate in conseguenza della legge Fornero.

In una situazione segnata dalla precarietà non può aumentare la produttività

Sono proprio i dati Istat, se esattamente interpretati, a dimostrare che una vera ripresa è lontana dalla realtà. Le ore lavorate, stando dai dati della Contabilità nazionale registrano un aumento dello 0,5% su base congiunturale e dell’1,4% in termini tendenziali. Ad un esame attento di questi numeri si nota che la crescita delle ore lavorate è in linea con la crescita del Pil. Un dato molto interessante ma anche preoccupante. Significa infatti che l’attuale ripresa è senza occupazione. Il Pil fa da traino all’aumento delle ore lavorate, ma si tratta di produzione realizzata  grazie al lavoro precario. Lavoro precario che a sua volta traina la crescita, precaria anch’essa. Perché non è il risultato di investimenti, di aumento della produttività del lavoro, elemento determinante per lo sviluppo e la crescita stabile. I lavoratori italiani lavorano più degli altri, ma le nostre imprese non investono in innovazione, tecnologia. Si limitano a seguire il mercato, il cambio euro dollaro. Finché dura.  Governo e Confindustria da questo orecchio non ci sentono. La riprova: il recente meeting a Cernobbio  dello Studio Ambrosetti, lo scambio di cortesie fra governo, ministri, esponenti dei poteri forti. Così non si va da nessuna parte. La precarietà del lavoro non significa crescita, ma sfruttamento. La ripresa, quella vera, ha bisogno  di qualità, non può che fondarsi sul valore e la dignità del lavoro. Non sui dati di statistiche che ormai mensilmente o quasi, rimbalzano sulla pagine dei media per la gioia di chi, provvisoriamente, è al governo.

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