Megale (Fisac Cgil) a Radio Articolo1. Il 17 saremo in piazza, in tanti per difendere e conquistare diritti e dignità del lavoro. Una tappa importante per costruire un forte movimento e alleanze ampie

Megale (Fisac Cgil) a Radio Articolo1. Il 17 saremo in piazza, in tanti  per difendere e conquistare diritti e dignità del lavoro. Una tappa importante per costruire un forte movimento e alleanze ampie

Un punto sulla situazione delle banche, l’accordo tra commissione europea e governo per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, le considerazioni finali di Ignazio Visco governatore della Banca d’Italia, che ad alcuni giorni di distanza vengono richiamate dalle forze politiche, dai sindacati, nel quadro di un contesto italiano che “definire instabile è assai generoso”: da queste considerazioni parte   Roberta Lisi intervistando per Radio Articolo1 Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil. Finalmente – dice –  il pericolo bail-in per MontePaschi è scongiurato, è possibile ricapitalizzare la banca senza gravare su correntisti, azionisti e obbligazionisti non privilegiati, però c’è ancora un lungo cammino da fare. Per quanto riguarda i dipendenti cosa succederà?

Risposta: ho avuto modo la settimana scorsa di apprezzare la bozza di intesa annunciata tra la Vestager e Padoan, ho sottolineato che era una cosa che chiedevamo da tempo considerando che il tempo e la velocità delle decisioni per quel settore è non solo importante ma ha una valenza economica straordinaria e riguarda soprattutto la fiducia dei clienti.

Abbiamo evidenziato come CGIL e con gli altri sindacati, che pur apprezzando, un giudizio di merito potrà essere dato solo quando effettivamente si conoscono tutti i contenuti e per questo intendo da un lato che non è previsto nell’accordo nessuna drammatizzazione sociale sul piano dell’occupazione, il che significa che più che cimentarsi con dei numeri bisogna aver chiaro che gli unici numeri possibili sono quelli di lavoratori e lavoratrici che volontariamente potranno usufruire delle uscite del Fondo di solidarietà di settore.

Analoga attenzione a come verranno considerati i risparmiatori retail proprio perché nel rapporto di intervento pubblico, rilancio di MontePaschi, lo sguardo al terzo gruppo bancario, tutelare il lavoro e tutelare il risparmio è la condizione che noi poniamo per far sì che l’intervento pubblico non sia un intervento assistenziale ma consenta di rilanciare MontePaschi facendolo diventare effettivamente il gioiello, da un punto di vista del sistema bancario italiano, e questo si può e si deve fare perché come hanno dimostrato i lavoratori nel corso di questi mesi, la banca è stata salvata proprio dal valore aggiunto dimostrato dal loro lavoro.

Domanda: diversa invece è la vicenda delle due banche venete, soprattutto perché nonostante una timida apertura da parte di Banca Intesa, non sembra che il sistema bancario italiano nel suo complesso sia interessato al salvataggio.

Risposta: bisogna capire bene, quando si parla di apertura o intesa. Qui siamo davanti ad una situazione che richiede l’intervento netto e senza incertezze da parte del Governo; da un lato nei confronti della Commissione Europea con la quale non si può restare continuamente appesi al filo di ulteriori interventi di capitale privato per costruire la possibilità dell’intervento di ricapitalizzazione pubblica.

Capisco che si possa fare un ulteriore tentativo ma quel che deve essere chiaro è che con l’auspicio che Unicredit, Intesa e il resto del sistema possano concorrere a questa operazione; ciò che bisogna aver chiaro è che non solo il bail-in e i processi di risoluzione sono esclusi ma vanno escluse anche ipotesi fantasiose, quali la messa in liquidazione e va invece previsto, senza immaginare rotture con la Commissione, ma con fermezza, l’intervento di ricapitalizzazione così come è stato pensato e previsto.

D’altro canto tutte le analisi che la stessa Commissione produce in rapporto al bisogno di capitale e di cosiddetta solvibilità devono anche fare i conti con una situazione in cui, un’analisi fatta un mese fa rispetto ad un mese successivo nel sistema bancario presenta quella che si chiama la crisi di fiducia e i clienti rischiano di andarsene.

Quindi il vero problema è accelerare e costruire un’intesa con la Commissione per cui abbiamo messo in campo una possibile iniziativa di un presidio a Bruxelles; stiamo vedendo di organizzarlo unitariamente tra fine giugno e i primi di luglio.

Domanda: parlavi di accelerazione e allora vediamo la situazione della Spagna con la notizia della crisi del Banco Popolare e dell’acquisto da parte della Banca Santander in brevissimo tempo e senza eccessive fibrillazioni. Con la sensazione che sia stato l’intero sistema spagnolo a fare squadra. Ci spieghi meglio come mai questo non sembra poter avvenire nel nostro Paese?

Risposta: intanto quel che è accaduto in Spagna con una decisione attuata in quelli che sono tempi economici giusti per il sistema bancario, un tempo si chiamava “produrre un intervento durante il week end a mercati chiusi”, per avere le soluzioni pronte al lunedì.

In verità in Spagna il colosso del sistema ha costruito un intervento che prevede la messa in atto del bail-in, con tutte le conseguenze del caso, escluso il coinvolgimento dei correntisti e quindi salvaguardando il grosso del sistema e lo ha potuto fare formalmente ad un euro (ricordo che anche in Italia Ubi Banca ha acquisito le tre banche formalmente ad un euro).

Santander fa l’operazione formalmente ad un euro ma sostanzialmente con sei miliardi e mezzo di ricapitalizzazione in grado di ricoprire le perdite del Banco Popolare.

In questo caso da noi Ubi lo fa con una ricapitalizzazione di 400 milioni.

L’operazione realizzata in Santander è stata praticabile, mentre da noi non è stata possibile perché Intesa e Unicredit avevano già sostenuto un parziale intervento con capitali propri su Atlante che alla fine si contabilizzerà in qualcosa come 4 miliardi, sono stati investiti e mangiati nelle due venete dalle difficoltà e dalla crisi.

Però il paradosso nella vicenda che tutti dimenticano non sta tanto nell’esempio di salvataggio intervenuto in Spagna ma nel fatto che negli stress test di luglio, in cui MontePaschi è emerso come la banca in crisi del settore europeo, era stato individuato che il Banco Popular era sano.

Ora come può accadere che sei mesi dopo stress test rigorosi con scenari quasi catastrofici possano determinare una situazione del genere? Significa che a livello europeo c’è qualcosa da rivedere e qualcosa di importante, non solo sulle norme relative al bail-in, le sue procedure, i tempi di decisione, il coinvolgimento del mondo del lavoro, che oggi è escluso.

Ma c’è anche qualcosa da rivedere nella dinamica degli stress test, che non solo devono agire sugli scenari e il rapporto delle sofferenze ma anche con una valutazione della capitalizzazione effettiva e della quantità di derivati che ogni banca ha in pancia riequilibrando anche il modello degli stress test.

Domanda: torniamo in Italia, più passa il tempo e più l’instabilità politica aumenta. Alcune forze politiche manifestano una voglia di elezioni sempre più pressante però non c’è una legge elettorale. Il Parlamento sembra sostanzialmente bloccato da queste fibrillazioni e incapace di portare a compimento l’approvazione di alcuni disegni di legge importanti fermi tra Camera e Senato, come ad esempio la riforma del codice antimafia. Quali conseguenze per l’economia e il lavoro ?

Risposta: continuo a pensare che il Paese debba sempre venire prima e ciò significa che non ci possono essere intemperanze di leader politici o accordi tra i più grandi partiti o tra i quattro leader all’insegna del “si veicoli una legge elettorale purché si vada a votare”.

Come sempre le cose trovano nello svolgimento dei fatti concreti, dinamiche che fanno inciampare anche i leader più sicuri.

È quel che è avvenuto alla Camera, è il segnale non solo di un Parlamento che reagisce a quello che vive come delle imposizioni ma anche una condizione per cui quello di cui ha bisogno oggi il Paese non sono le elezioni anticipate, non è uno scenario di incertezza, non è uno scenario in cui, a partire dal codice antimafia, ci sono delle norme che andrebbero approvate.

Aggiungo che vi sono scenari che guardano ai problemi dell’occupazione, della crescita, dei giovani e del loro futuro che richiederebbero, anche in vista della nuova Legge di stabilità, non tanto e non solo se farla prima o dopo, ma anche di valutare chi colpirà, come reagiscono gli elettori, e ponendosi dal punto di vista di chi dovendo governare il Paese deve fare il bene di questo Paese.

E questo significa avere attenzione alle realtà più disagiate e in difficoltà.

Sì, certo è stata adottata una sorta di misura di leggero contrasto alla povertà ma continuiamo ad avere una condizione di assoluta difficoltà dei giovani (di cui una parte è costretta a guardare all’estero) o una situazione per la quale il Paese richiederebbe una robusta iniezione di investimenti pubblici, di sostegno ai salari.

Per fare questo servirebbe una doppia manovra, di riduzione delle tasse sul lavoro e di un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Ecco, di tutto questo avrebbe bisogno il Paese più che elezioni anticipate.

E come dimostrano anche le elezioni in Gran Bretagna, sta crescendo nel mondo, insieme a chiusure nazionalistiche di destra anche un bisogno, soprattutto nei giovani, di nettezza e radicalità.

Se questa la si colloca nel modo in cui votano i giovani nei vari Paesi (da Stati Uniti a Gran Bretagna a Francia), ad esempio i giovani che hanno votato no ai referendum del 4 dicembre, si capisce che ci sono anche le condizioni affinché dentro questo sguardo al nostro Paese si possa ricostruire anche una sinistra riformista, capace di affrontare e porre attenzione e nettezza ai problemi che ha il popolo che lavora, i giovani, gli universitari.

All’insegna di meno chiacchiere e promesse e più di una politica capace di dire una cosa, misurarla, selezionarla, costruirla con il consenso e poi attuarla.

Penso che arrivino molte lezioni su cui riflettere e una di queste è che la politica deve innanzi tutto tornare al servizio dei cittadini; per farlo non occorre il populismo ma un sano e pragmatico riformismo capace di dare idealità, radicalità e prospettiva ad un Paese sfiduciato.

Domanda: è di queste ore la notizia del cambio della guardia all’Agenzia delle Entrate, da sempre la lotta all’evasione è una delle priorità della CGIL. Ci dici cosa ne pensi della sostituzione della Dott.ssa Orlandi?

Risposta: intanto bisogna riconoscere alla Dott.ssa Orlandi che ha fatto un ottimo lavoro di cui si sono visti i risultati anche sul piano delle azioni legate alla lotta all’evasione fiscale. Detto questo si evidenzia anche in questa vicenda come le scelte che vengono compiute non sempre corrispondono a valorizzazione di percorsi di merito e competenze, anche se lo stesso Ruffini ha avuto modo di svolgere con efficacia e competenza l’incarico in Equitalia e non c’è ragione per pensare che non lo svolgerà anche all’Agenzia delle Entrate.

Quello che non si capisce è perché due competenze debbano essere quasi poste in modo antagonista quando invece hanno avuto modo di operare con complementarietà e integrazione e avrebbero potuto farlo anche in questa nuova fase.

In ogni caso auguro a entrambi buon lavoro, in particolare noi abbiamo ancora in corso la vicenda Equitalia e la sua trasformazione nella nuova Società, ricordo che per questi lavoratori ci siamo battuti affinché fosse superato qualsiasi elemento di selezione unilaterale meritocratica nel passaggio alla nuova Società.

Adesso hanno bisogno di veder rinnovati i loro contratti e di veder confermato il loro Fondo di Previdenza; ci sono stati due scioperi in proposito e nessuno nel Governo pensi a scippi nei loro confronti perché la mobilitazione continuerà.

Domanda: infine Megale “lo schiaffo alla democrazia”, come la categoria che rappresenti si sta mobilitando per la sottoscrizione della petizione lanciata dalla CGIL e per la manifestazione che ci sarà a Roma il prossimo 17 giugno in Piazza San Giovanni?

Risposta: saremo in tanti, tantissimi il 17 giugno. Stiamo lavorando in tutti i territori come categoria e Camere del Lavoro per costruire il consenso più largo possibile alla partecipazione e anche alla campagna e la raccolta di firme contro lo schiaffo che effettivamente ha preso di mira la democrazia, l’articolo 75 della Costituzione.

A questo proposito ritorna in campo la necessità di un rapporto con la politica che sia davvero più concreto, sobrio e onesto.

Quel che è avvenuto in questa vicenda in cui noi lanciamo la Carta dei Diritti, avanziamo la proposta dei referendum, viene fissato il 28 di maggio come data dello svolgimento, ad un certo punto il Governo con la motivazione che non vuole dividere, propone una legge abrogativa, che abroga anche l’eventuale possibilità che poteva essere normata di utilizzo solo per le famiglie, dopo di che il giorno prima dello svolgimento dei referendum interviene con una nuova legge che ripristina i voucher, peggiorandoli perché li introduce anche per le imprese fino a cinque dipendenti, penso che ci sono solo due considerazioni da fare: la prima è che l’operazione fatta “per non dividere” era una menzogna, in verità si è voluto evitare nel dibattito delle primarie del PD il tema del lavoro e della campagna che noi stiamo conducendo per la dignità del lavoro contro il Jobs Act e per la costruzione dei diritti universali. Appena le primarie sono state concluse chi le ha vinte ha ritenuto di dare uno scacco al sindacato e alla CGIL.

Questa modalità anche sul piano del metodo non porta molto lontano. Le condizioni del Paese avrebbero bisogno di unità, coesione e di una valutazione anche dei corpi intermedi in cui ognuno fa efficacemente il suo mestiere.

Se ci fosse un leader illuminato o un partito in grado di guardare alla condizione del Paese quel che lancerebbe è un grande Patto come fece Ciampi nel 1993.

Purtroppo queste condizioni non ci sono e per la difesa, la conquista dei diritti e della dignità del lavoro noi siamo in campo contro questo schiaffo, per il successo della manifestazione.

Grande attenzione perché è una battaglia lunga, non è una battaglia che si esaurisce in qualche mese e la stessa manifestazione è una tappa di una campagna che avrà bisogno di tempo ed è la costruzione di un movimento e di alleanze più ampie dello stesso mondo del lavoro e dei pensionati.

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