Istat: questa volta i numeri non mentono. Crescono le disuguaglianze, colpiti operai e ceti intermedi. 3 milioni e 590 mila famiglie senza redditi da lavoro. I danni dei mille giorni di governo Renzi. Padoan, va tutto bene. Federconsumatori: “Dichiarazioni sconfortanti”

Istat: questa volta i numeri non mentono. Crescono le disuguaglianze, colpiti operai e ceti intermedi. 3 milioni e 590 mila famiglie senza redditi da lavoro. I danni dei mille giorni di governo Renzi. Padoan, va tutto bene. Federconsumatori: “Dichiarazioni sconfortanti”

Quando si cercano i titoli ad effetto immancabilmente si finisce per dire sciocchezze. Accade così che a fronte del Rapporto annuale 2017 reso noto dall’Istat in cui si mette in evidenza la crescita delle disuguaglianze che colpiscono gli operai e le professioni intermedie se ne ricavano titoli in cui si annuncia che non esiste più la classe operaia e che diventa difficile individuare il ceto medio. Istat in un rapporto in cui fornisce un quadro allarmante della situazione delle famiglie italiane, prova a ricostruire la società italiana, individuando le nuove classi sociali in base al reddito e afferma che “la perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”. Indica che sempre più la “persona di riferimento” per le famiglie italiane è un anziano, un pensionato. Un quadro che corrisponde alla realtà numerica, alla crescita delle disuguaglianze che, specie in questi ultimi anni, compresi i mille giorni di Renzi di cui l’ex premier si fa vanto, sono cresciute a dismisura. Ma è sempre bene richiamare la realtà, le classi sociali non si definiscono solo in base al reddito. La classe operaia è un dato che richiama la realtà produttiva, il lavoro manuale, anche nell’epoca dell’avvento di nuove tecnologie, così come il ceto medio. In realtà non scompaiono come categorie sociali, vengono colpite per quanto riguarda reddito, tenore di vita. Il rapporto Istat ci offre uno spaccato della società italiana che richiama la necessità di un cambiamento radicale nelle politiche economiche e sociali, parla alle forze politiche in primo luogo, al governo, quello che c’è, quello che c’era, quello che verrà.

Il dato di fondo è che la disuguaglianza aumenta, a causa della distribuzione dei redditi e delle pensioni. I figli della classe dirigente diventano classe dirigente, quelli dei laureati prendono la laurea, gli altri lasciano la scuola. Scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Da tempo è bloccato l’ascensore sociale, funziona solo verso il basso

Istat propone la divisione della società italiana in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. Da tempo è bloccato l’ascensore sociale, non si muove verso l’alto mentre funziona verso il basso. In Italia si contano circa 3 milioni e 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, il 13,9% del totale. La povertà assoluta riguarda 1,6 milioni di persone. L’incidenza della povertà assoluta individuale arriva a toccare il 7,6% della popolazione. Per quanto riguarda la “deprivazione materiale” che riguarda  in particolare famiglie con  stranieri, disoccupati, lavoro a part time si passa all’11,9% dall’11,5 del 2015. A rischio di povertà assoluta o esclusione sociale  sono coinvolte il 28,7% delle famiglie. Le differenze di reddito determinano la condizione sociale. Non ci sono meccanismi di redistribuzione come in altri Paesi europei. I redditi da lavoro spiegano il 64% delle disuguaglianze, una parte è determinata dai redditi da capitale. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, un dato in forte crescita dal 2008, a causa dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Rispetto all’occupazione 2008 mancano all’appello 330 mila unità

Per quanto riguarda l’occupazione, nel 2016 si contano 22,8 milioni di occupati. Rispetto al 2008, l’anno in cui inizia la crisi mancano all’appello 330 mila unità. Questo il “risultato” anche dei mille giorni di governo Renzi. Il rapporto Istat segnala che l’impoverimento di parte consistente della popolazione è dovuto anche a questa diminuzione degli occupati. Non solo: gli occupati si rintracciano nelle professioni meno qualificate, aumento su  base annua del 2,1%. “Fortissima” è la crescita del part time e quello in somministrazione aumenta su base annua del 6,4%. Ancora: nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi con gli occupati che superano di più di mezzo milione quelli del 2008. Trasporto, magazzinaggio, alberghi, ristorazione, servizi alle imprese. Per quanto riguarda l’industria mancano all’appello 387 mila unità rispetto al 2008. I  soloni di Confindustria sono serviti. L’Istat  ancora non ci dice dove sono finiti i 19 miliardi intascati dagli imprenditori grazie al Jobs act.  E neppure il ministro Poletti, strenuo difensore di una legge vergogna, un fiore all’occhiello per l’ex premier Renzi Matteo.

Scompaiono i giovani, “persi” 1,1 milioni di 18-34enni. Ultra 65enni al 22%

Ma ancora a delineare un quadro che più nero non si può per quanto riguarda la nostra situazione economica e sociale mancano ancora i dati relativi ai giovani. Sono “scomparsi”. Negli ultimi dieci anni si è perso 1,1 milioni di 18-34enni. Al 1° gennaio 2017 la quota degli ultra 65enni raggiunge il 22%. Siamo il Paese  più vecchio d’Europa. Nel 2016  nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri arrivati a poco più di cinque milioni, per lo più insediati nel Centro-Nord. Il 70% dei giovani vive ancora con i genitori, avendo difficolta a trovare un lavoro, diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Si tratta di 8,6 milioni di persone. Ancora un dato: la spesa delle famiglie abbienti risulta doppia a fronte di quella delle famiglie più povere.

Il 6,5% della popolazione rinuncia e visite mediche.La spesa  per le cure a -28,9%

Infine una ciliegina sulla torta o meglio un dato orribile, che dovrebbe far vergognare chi ci governa: il  6,5%  degli italiani rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%. Secondo le stime dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale della Federconsumatori – dal 2008 ad oggi la minore spesa per le cure segna quota -28,9%. Ministra Lorenzin se ci sei batti un colpo. Il ministro Padoan invece ha parlato. Addirittura si era dichiarato “soddisfatto” per la crescita del Pil dello 0,2%. “Dichiarazioni sconfortanti e fuori luogo – afferma Federconsumatori  –  è evidente che una crescita così marginale è del tutto insufficiente a far fronte alla situazione delineata dall’Istat”.

Per la sinistra c’è tanto terreno da arare. Quello di una nuova politica economica e sociale

Sono proprio i dati forniti dal  Rapporto Annuale dell’Istat, questa volta difficilmente manipolabili, a far presente che la crisi c’è e si vede. “La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi. La crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”. Prosegue Istat parlando di una “progressiva perdita dell’identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi”. Un Paese alla ricerca di se stesso, di una nuova politica economica e sociale, di una classe dirigente all’altezza della situazione. La sinistra ha tanto terreno da arare, ma deve ritrovare se stessa, ricostruire la sua unità, partendo dal basso, dai movimenti, dalle associazioni, dai sindacati, la Cgil, in primo luogo, tutti coloro che si battono per il cambiamento, la classe operaia che esiste ancora e si fa sentire. Ci vuole chi l’ascolta.