Caso Regeni. La Procura di Roma invia rogatoria alla Procura del Cairo. Il punto sulle indagini

Caso Regeni. La Procura di Roma invia rogatoria alla Procura del Cairo. Il punto sulle indagini

Il caso Regeni ha un nuovo capitolo. Dopo il relativo avvicinamento tra magistrati ed investigatori di Roma e quelli del Cairo, una nuova rogatoria è stata inviata alla Procura Generale della Repubblica Araba d’Egitto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla morte del ricercatore friulano trovato cadavere sulla strada che collega Alessandria con Il Cairo, lo scorso 3 febbraio. “Nell’ambito della collaborazione tra le Autorità Inquirenti italiane ed egiziane – si legge in una nota della procura di Roma – questa mattina il Procuratore della Repubblica di Roma ha inviato una nuova rogatoria relativamente alle indagini sul sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni alla Procura Generale della Repubblica Araba d’Egitto”. “Nel corso della mattinata – si legge nel testo – c’è stato un colloquio telefonico tra i due Uffici, nell’ambito del quale il Procuratore di Roma ha rappresentato sinteticamente quanto contenuto nella rogatoria mentre il Procuratore Generale Sadek si è impegnato a dar corso in maniera esauriente alle attività richieste nel più breve tempo possibile”. Secondo indiscrezioni, la rogatoria, suddivisa in 12 paragrafi, riguarderebbe i verbali di cinque poliziotti che avrebbero partecipato agli accertamenti su Regeni fino al 22 gennaio 2016. Inoltre, nella richiesta, sarebbero comprese anche il materiale eventualmente acquisito al Cairo nell’ambito degli accertamenti svolti su Giulio.

Sono tre i passi in avanti, forse decisivi, fatti nelle ultime settimane dagli inquirenti italiani che indagano sull’omicidio di Giulio Regeni e proprio da queste nuove certezze parte la rogatoria spedita da Roma al Cairo nella quale la procura chiede ai colleghi egiziani una serie di verbali degli interrogatori di esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi coinvolti nella tragica vicenda di Giulio. Il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco, che coordinano l’indagine italiana sul caso, chiedono anche eventuali dossier su Giulio e registrazioni oltre a quella, già nota, dell’incontro con il rappresentante del sindacato degli ambulanti che è stata diffusa a gennaio.

La prima certezza maturata dagli inquirenti di Sco e Ros è che Giulio sia stato attenzionato dalla National Security egiziana non per un breve periodo, ma per almeno due mesi prima di essere rapito, seviziato e ucciso; inoltre dopo una serie di indagini sui tabulati telefonici effettuate in Italia, appare chiaro il collegamento tra gli agenti che si occuparono di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016 e gli ufficiali dei servizi segreti egiziani coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi il 24 marzo 2016 a cui gli egiziani provarono ad attribuire l’omicidio di Giulio (in casa di uno dei banditi vennero trovati i documenti del ricercatore); la terza certezza di chi indaga è legata agli ultimi terribili giorni di vita del ricercatore: il luogo doveva essere idoneo a porre in essere, lontani da occhi indiscreti, quelle atroci torture i cui segni rimasero sul cadavere di Giulio. Non poteva trattarsi di una casa, e, secondo chi indaga, solo un ambiente sicuro, di apparato pubblico, poteva garantire le caratteristiche indispensabili per gestire il sequestro durato una settimana senza essere scoperti.

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