La Consulta bacchetta il governo. La riforma Madia nelle parti essenziali è illegittima. Ci vuole l’intesa con le Regioni. Il “parere” non basta

La Consulta bacchetta il governo. La riforma Madia nelle parti essenziali è illegittima. Ci vuole l’intesa con le Regioni. Il “parere” non basta

Un colpo da  KO. Renzi, la sua arroganza, la sua “dittatura”, l’incapacità, l’insipienza dei suoi ministri buoni solo per squallide esibizioni televisive severamente messi a nudo dalla Corte Costituzionale, l’organismo di garanzia che con la “riforma” della Carta diventerebbe una dependance del partito di governo, il suo, pensa il giovanotto di Rignano. La Consulta ha emesso la sentenza sulla riforma della Pubblica amministrazione, meglio nota come la riforma Madia dal nome della ministra che, come è abitudine del suo capo, si è vantata di aver fatto ciò che in tanti anni le forze politiche non erano state capaci di fare. Ciò che dice il suo capo a proposito della riforma della Costituzione. La realtà è che la riforma Madia, nelle parti essenziali, è illegittima. La Corte si è pronunciata su un ricorso della Regione Veneto che poneva, di fatto, il problema del rapporto fra lo Stato e le Regioni, l’asse portante della riforma costituzionale, la revisione del famoso Titolo quinto, voluta da Renzi che esautora le Regioni, ma non quelle a Statuto speciale, e trasferisce al governo tutti i poteri. Alle Regioni al massimo si può chiedere un parere. E proprio su questa parola la riforma Madia è incorsa nell’incidente di percorso che mina tutta la riforma della Pubblica amministrazione e fa emergere la gravità di quanto si vorrebbe far passare con la riforma della Costituzione.  La Suprema Corte infatti ha dichiarato l’illegittimità degli articoli 11, 17, 18 e 19 della legge 124 del 2015, nella parte in cui prevede che i decreti legislativi attuativi siano adottati previa acquisizione del parere reso in sede di Conferenza unificata, anziché previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni. La cosa, che appare complicata, è molto semplice: il governo ha solo chiesto un parere che non era vincolante ovviamente. No, dice la Consulta, ci doveva essere una intesa dando rilievo al ruolo determinante delle Regioni.

Alcuni decreti sono già stati emanati. Uno scade nella notte. Tutto da rifare

Di fatto è l’intera legge delega a non rispondere ai criteri di legittimità. La gravità dell’operato del governo trova conferma nel fatto che alcun decreti sono stati già emanati, società partecipate, servizi pubblici locali. Dovranno essere rivisti, sono illegittimi. Sabato scade la delega del decreto più discusso quello relativo alla dirigenza, al pubblico impiego che aveva sollevato tante obiezioni, inascoltate dalla ministra. Il KO del governo avviene proprio mentre Madia aveva convocato i sindacati per discutere il rinnovo del contratto del pubblico impiego dando per fatto che in poche ore la questione sarebbe stata risolta. Lei e Renzi, meglio Renzi e lei, avevano positivamente risposto ai sindacati e ai tre milioni di dipendenti pubblici. Una mossa chiaramente elettorale, come si rivelava nel corso dell’incontro. Sia per quanto riguarda il salario, la richiesta di non applicare la legge Brunetta (“prima la legge poi i contratti”), le assunzioni dei precari, la situazione dei lavoratori dei centri per l’impiego, cui non sono stati rinnovati i contratti, i quarantamila co.co.co cui scade il contratto a fine anno, tutti problemi aperti, tanto che la ministra sospendeva la riunione. Affermava che alcuni dei problemi sollevati dai sindacati sarebbero stati affrontati in decreto in discussione nel consiglio dei ministri.

La ministra convoca i “generali” di Cgil, Cisl, Uil per il rinnovo del contratto pubblico impiego

Convocava per fare il punto e chiedere di firmare un verbale di intesa ai segretari generali di Cgil, Cisl, Uil per mercoledì. Già, ma quel decreto sarebbe illegittimo, messo al bando appena nato, neppure i primi vagiti. Eppure Madia e lo stesso Renzi non poteva non sapere qual era l’orientamento della Consulta. Hanno fatto finta di niente, ma già ieri “voci” autorevoli confermavano la notizia che circolava da una decina di giorni. La Consulta non avrebbe fatto passare uno sfregio alla Costituzione. Ora che fare? Ci vorrebbe Mandrake, il mago dei fumetti che in gioventù ci hanno fatto sognare. E la madre dei decreti, cioè la legge delega che parla di “pareri” delle Regioni e non di intese, dovrebbe essere riscritta subito, nella notte, questa notte fra venerdì e sabato perché scade il tempo  per emettere un quarto decreto.

La pronuncia della Corte  è molto chiara, definisce i rapporti fra lo Stato e le Regioni. Non c’è possibilità di equivoci. All’esame della Corte come abbiano detto il ricorso della  Regione Veneto. Con una “insensata logica di centralismo – hanno sostenuto i legali del Veneto di fronte alla Consulta, gli avvocati Luca Antonini e Ezio Zanon –  si prevedeva che non fosse più la Regione a nominare i direttori generali delle aziende ospedaliere regionali, ma che questi fossero imposti alla Regione da una commissione di nomina governativa. In questo modo alla Regione Veneto avrebbero potuto essere imposti dirigenti provenienti da regioni altamente inefficienti, minando in radice, davvero senza alcuna adeguata ragione che lo giustificasse, l’eccellenza di un modello che si colloca ai primi posti nella graduatorie internazionali. Con un danno gravissimo alla tutela della salute oggi assicurata ai cittadini dal sistema sanitario veneto”. La Consulta, nel documento di sintesi, reso noto si pronuncia con chiarezza. Parla di deleghe al governo “ad adottare decreti legislativi per il riordino di numerosi settori inerenti a tutte le amministrazioni pubbliche, comprese quelle regionali e degli enti locali, in una prospettiva unitaria”. Si tratta cioè di interventi che “influiscono su varie materie, cui corrispondono interessi e competenze sia statali, sia regionali (e, in alcuni casi, degli enti locali)”. Se la materia non viene riconosciuta come di competenza dello Stato, per la Corte si deve rispettare “il principio di leale collaborazione” e prevedere “adeguati strumenti di coinvolgimento delle Regioni (e degli enti locali), a difesa delle loro competenze”.

La Corte sottolinea il ruolo centrale della Conferenza Stato-Regioni

La Corte sottolinea il ruolo centrale della Conferenza Stato-Regioni: l’intesa al suo interno è ritenuta “un necessario passaggio procedurale anche quando la normativa statale deve essere attuata con decreti legislativi delegati”. Dà anche indicazioni per il futuro: “Le eventuali impugnazioni delle norme attuative dovranno tener conto delle concrete lesioni delle competenze regionali, alla luce delle soluzioni correttive che il Governo, nell’esercizio della sua discrezionalità, riterrà di apprestare in ossequio al principio di leale collaborazione”. Tante domande vengono poste dalle forze politiche di opposizione si chiama in causa anche il Presidente della Repubblica che non può firmare decreti illegittimi.

Gentile (Cgil): per il contratto servono certezze a partire dal salario. Non ci sono

Domande anche nel merito del confronto con i sindacati. La Cgil conferma le critiche alla riforma Madia presa a modello da Renzi  che sta battendo l’Italia inneggiando alle riforme del suo governo, quella che porta il nome della ministra in primo piano, insieme al jobs act. E per il rinnovo del contratto? Michele Gentile, responsabile del settore pubblico impiego della Cgil, ci riassume la situazione. “Alle nostre proposte nel corso dell’incontro la ministra non ha dato risposte – dice – siamo in attesa. E’ certo che la sentenza della Corte pone problemi di fondo per il governo che deve sanare la situazione secondo le indicazioni che la Consulta ha dato. Per quanto ci riguarda ribadiamo che vogliamo certezze. La prima è quella del salario. Noi abbiamo chiesto un minimo di 85 euro. La risposta è stata una media di 85 euro lordi. E’ come il famoso pollo di Trilussa. Se qualcuno mangia un pollo e un altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo ciascuno. Vogliamo la certezza delle risorse, che non c’è. Certezze per la proroga dei contratti per  lavoratori dei centri dell’impiego. Certezze per i 40 mila co.co.co il cui rapporto di lavoro scade a fine dicembre. Ancora, l’eliminazione della legge Brunetta che umilia la contrattazione, eliminazione che deve valere anche per la scuola”.

 

Share

Leave a Reply