Vicenda riscatto. Il capo dei servizi libici smentisce il Corriere, ma la smentita alimenta gli interrogativi. I dubbi della moglie di Failla, e le parole del tecnico salvato

Vicenda riscatto. Il capo dei servizi libici smentisce il Corriere, ma la smentita alimenta gli interrogativi. I dubbi della moglie di Failla, e le parole del tecnico salvato

Potrebbe essere il giallo dell’estate, di quelli che si leggono sulla spiaggia o sui monti, e ti lasciano senza respiro dalla prima all’ultima pagina. Un giallo scritto da John Le Carré, con protagoniste le spie di tutto il mondo, che si combattono a suon di verità negate, nascoste, presunte, menzogne ventilate che diventano verità acquisite. Il caso della liberazione degli ostaggi della Bonatti in Libia ha proprio questo sapore acre di uno scambio di accuse tra servizi segreti, lanciate a mezzo stampa e poi ritrattate, nel silenzio di gran parte dei media e soprattutto del governo italiano. Il Corriere della Sera fornisce una rivelazione bomba nella edizione del 14 agosto: secondo il capo dei servizi segreti libici, Moustafa Nouah, l’Italia avrebbe pagato un riscatto di 13 milioni di euro per la liberazione dei quattro tecnici. La prova consisterebbe nel ritrovamento di un pacco con 500.000 euro in contanti nell’abitazione della moglie di uno dei leader dell’Isis in Libia. La notizia approda molto tardi sui principali canali televisivi, ma dal governo, dalla Farnesina, si decide di evitare qualunque replica.

Nel frattempo la famiglia di uno dei tecnici uccisi, Salvatore Failla, prima attraverso il proprio avvocato, poi con un’intervista di Rosalba Castro, sua moglie, al Quotidiano Nazionale, sembra credere alla versione rilanciata da Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, e avanza molti interrogativi sull’operazione di salvataggio, durante la quale due tecnici, appunto, restarono uccisi.  “Un po’ di luce sta andando a illuminare il buio”, dice Rosalba Castro Failla al Quotidiano Nazionale, “Non è andata come ce l’hanno raccontata. La versione ufficiale non convince nel modo più assoluto. Dietro la morte di mio marito e del suo compagno di lavoro Fausto c’è qualcosa di indicibile. Ci sono troppe cose che il governo italiano ci sta nascondendo”. Qualcosa di indicibile: forse il pagamento del riscatto? Infatti, prosegue la signora Failla, “Le foto di loro in tuta blu nel deserto vicino alla macchina attorno alla quale sarebbe avvenuta la sparatoria in cui sarebbero morti sono una sceneggiata: la macchina non ha neppure un foro di proiettile. Le immagini vere del luogo della morte sono quelle scattate in un interno, con mio marito che indossa una canottiera bianca. Ma il punto è: dove sono state scattate? E da chi?”, chiede Castro. Ecco la trama del giallo alla Le Carrè, ma qui siamo nella realtà più drammatica, non nella finzione. Ed ecco le altre domande forti della signora al governo, principale imputato, dei silenzi istituzionali ma anche umani (la signora accusa esplicitamente la Farnesina di averli abbandonati): “Da quando siamo ripartiti da Roma, la Farnesina non mi ha detto nulla. I funzionari della Farnesina mi dissero: signora le faremo sapere. Sto ancora aspettando. Manco una telefonata per sapere come stiamo io e le mie figlie. Figurarsi la verità”, dichiara la signora Failla. “Voglio una risposta dal governo italiano. Cos’è, una vicenda coperta dal segreto di Stato? E comunque, possibile che non ci sia un parlamentare che si mette la mano sulla coscienza e fa un’interrogazione per chiedere la verità?”. Ecco il punto, è necessario che la vicenda ritorni comunque all’attenzione del Parlamento, dove l’informativa del ministro degli esteri Gentiloni fu evasiva, ambigua, priva di verifiche controllabili. La signora Failla drammaticamente rivela che suo marito può essere stato ucciso da fuoco amico, oppure esiste la possibilità che “li abbiano uccisi i rapitori per fare pressione sul governo italiano, che a quel punto ha pagato. Ma sono solo ipotesi. Io lo chiedo al governo italiano: avete la coscienza sporca? Come è andata? Quando, quanto, come abbiamo pagato? Chi? Dove sono finiti i passaporti di Salvo e Fausto? Perché si è dato il via libera agli americani a bombardare Sabratha pur avendo 4 ostaggi detenuti in zona? Aspetto risposte. Le pretendo”. E noi le risposte le pretendiamo esattamente come lei, signora Failla, perché qui sono in gioco le regole democratiche più elementari. E se Gentiloni ha mentito, o è stato evasivo, se è stato omissivo, si dimetta. Le dimissioni dovrebbero pretenderle soprattutto il presidente della Repubblica e l’intera opinione pubblica: come ci si può fidare di un ministro degli Esteri che parla di tutto, e di più, a proposito di Libia, ma non dedica una sola frase, una sola parola, a quei due morti e ai loro familiari?

A 48 ore dalla notizia, invece della smentita del governo, giunge all’agenzia Ansa la smentita dell’ufficio del capo dei servizi segreti libici, smentita apparentemente secca, in cui si definiscono “prive di fondamento” le sue stesse parole raccolte da un inviato serio, preparato e rigoroso come Lorenzo Cremonesi. Proprio come nei romanzi di Le Carrè, tuttavia, la smentita è burocratica, ambigua, dal linguaggio contorto, e decisamente priva di risposte e riscontri. Insomma, sembra scritta da qualche funzionario italiano, piuttosto che libico. Eccola: “La liberazione delle suddette persone è avvenuta nel quadro di un’operazione dei servizi segreti. Colgo anzi questa occasione per esprimere l’apprezzamento per la collaborazione continua tra i servizi segreti italiani e i servizi segreti libici a Tripoli, convinto che la continuità di questa collaborazione avrà un impatto positivo per quanto riguarda la lotta al terrorismo in Libia e in Europa in generale, e invitiamo tutti i servizi segreti europei a prendere l’esempio da quelli italiani e di non usare i canali sbagliati che non fanno parte del contesto legittimo e che non faranno altro che aumentare i rischi di terrorismo in Libia e in Europa”. La dichiarazione si conclude con un invito alla stampa “ad essere precisa nel riportare notizie che riguardano la sicurezza di tutta l’area”. Ciò che fa strabuzzare gli occhi è quello strano passaggio che sembra più di un consiglio, una sorta di messaggio: “non usare i canali sbagliati”. Chi e quando ha usato i canali sbagliati? Quali servizi europei sono stati coinvolti nell’operazione per la liberazione dei quattro tecnici? In realtà, la smentita del capo dei servizi di Tripoli aggiunge ambiguità ad ambiguità. Cerca di metter fine alla polemica, ma forse non si accorge – colui che ha redatto la smentita – che alimenta ancor di più i sospetti.

E sul pagamento, altra stranezza del caso, giungono le parole di uno dei tecnici liberati, Gino Pollicardo, il quale con molta ingenuità afferma al Secolo XIX: “Tante volte i sequestratori ci hanno detto che ‘il nostro amico voleva pagare’ e che l’Italia aveva già pagato per liberare tutti gli altri ostaggi, prima. Tante volte ci siamo illusi invece è andata come sappiamo e lo Stato ancora non ci ha detto come è andata davvero”, afferma il tecnico di Monterosso sottolineando che se “come pare sempre più certo” i quattro sono stati vittima di terrorismo lo Stato deve dirlo e dare alle famiglie dei due tecnici uccisi il “risarcimento dovuto”. Verità e adeguato risarcimento chiede anche Pollicardo, le cui parole confermano l’ambiguità del governo nella gestione della vicenda, prima, durante e dopo la liberazione.

Purtroppo non è un giallo dell’estate, non è un racconto di spie alla John Le Carré, è una vicenda reale e drammatica, che vede tra i protagonisti un governo e un ministro del tutto incapaci di gestirla, e una opinione pubblica decisamente sorda. Eppure, è in gioco, come in altri casi misteriosi, da Moro a Ustica a Bologna, la democrazia, che si alimenta della verità resa pubblica da governanti rigorosi e seri. E fino a questo momento nulla in questa vicenda dei 4 tecnici della Bonatti appare rigoroso e serio.

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