E se la Federal Reserve spostasse l’aumento dei tassi a dicembre?

E se la Federal Reserve spostasse l’aumento dei tassi a dicembre?
Si fa un gran parlare dell’autonomia delle banche centrali dalla politica e dagli interessi nazionali, ma un breve volgere all’indietro lo sguardo sulle vicende dell’ultimo mezzo secolo rivela che questa convinzione è né più né meno che una superstizione, basti vedere quello che la banca centrale statunitense sotto la guida di Bernspan, al secolo Ben Bernanke, ha fatto durante gli anni più bui della tempesta perfetta e quello che il suo predecessore e Maestro Alan Greenspan fece ai tempi dello scoppio della bolla speculativa azionaria, quella del Nasdaq se la ricordate, inondando letteralmente di liquidità i mercati dopo la rottura impetuosa del listino tecnologico dal livello di 5.000 punti che poi è quello attorno al quale sta ondeggiando da qualche mese.
Ma non è che in Europa, Gran Bretagna compresa, e in Asia si scherzi su questo, con una politica dei tassi a zero e sottozero che è tutta rivolta a far partire più che lo sviluppo l’inflazione, anche se i risultati in tal senso sono del tutto sconfortanti, al punto da far dire a Supermario e compagni che, senza i loro interventi, chissà dove sarebbero gli indici dei prezzi all’ingrosso e quello dei prezzi al consumo.
L’attuale presidente della Fed, una signora dai modi tranquilli e che risponde al nome di Yellen, è cresciuta alla scuola di Greenspan prima e di Bernspan poi ed è usa a sentire il canto delle sirene di Washington e a far di tutto per non innescare un brusco voltafaccia dei mercati prima delle combattutissime elezioni presidenziali di novembre, elezioni nelle quali le uniche speranze di Hillary Clinton risiedono nel fatto che la congiuntura economica sia favorevole, con il tasso di disoccupazione ai minimi storici e vicino a quella che viene definita disoccupazione frizionale (composta per lo più da persone che non hanno intenzione di trovare un lavoro), con le borse vicine o al di là degli attuali massimi storici e poco importa se uno speculatore puro come George Soros sta scommettendo sulla caduta del più importante indice azionario statunitense lo Standard&Poor’s 500!
Ma anche se dovesse andare come dico nel titolo, ciò non verrebbe visto come un problema dal Federal Open Market Committee della Fed, l’organismo decisionale della banca centrale americana, organismo il quale, o meglio i suoi componenti a turno, alternerebbero docce fredde e calde per far capire che il tanto temuto rialzo dei tassi è più lontano o più vicino e, comunque, gli osservatori specializzati (i cosiddetti Fedwatchers) hanno già spostato la data più probabile per la ferale decisione da giugno a settembre.
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