Promemoria per il Consiglio europeo. I richiedenti asilo circa 600 mila, non un evento apocalittico. Non c’è più tempo da perdere

Promemoria per il Consiglio europeo. I richiedenti asilo circa 600 mila, non un evento apocalittico. Non c’è più tempo da perdere

La politica ormai ci ha abituato a tutto, o quasi. Anche al caos delle cifre e dei dati a causa dei quali, sullo stesso fenomeno, si riesce a dire (quasi) ogni cosa ed il suo contrario, sempre basandosi sui “fatti” e sui “numeri”, verità supreme di una classe politica che ormai è pienamente cosciente di aver perso ogni credibilità presso i cittadini, e pertanto spera di riconquistarla mostrandosi fredda analizzatrice di dati concreti. Questo, almeno, nelle intenzioni. Perché i risultati, spesso, sono l’esatto opposto.

Prendiamo il caso dei migranti e dei rifugiati su cui, giovedì 17 e venerdì 18, a Bruxelles, si svolgerà una nuova riunione del Consiglio Europeo, che si spera possa approvare efficaci misure per affrontare la crisi migratoria e dei rifugiati, oltre a fissare le priorità per il nuovo semestre europeo. Ebbene, a Bruxelles di cosa si parlerà, mentre scorrono sugli schermi di tutte le televisioni del mondo le nuove immagini della vergogna di un’umanità derelitta ed abbandonata, non più a Lampedusa o in mezzo al mare, stavolta, ma in una distesa fangosa e malsana tra Grecia e Macedonia? Semplice, almeno in apparenza: si parlerà di come affrontare la “crisi dei migranti” e di come redistribuire tra tutti i Paesi della UE oneri e costi dell’accoglienza.

Cosa significa la parola “migrante” in piena epoca di globalizzazione

Prima, però, dovremmo capire almeno quanti sono gli immigrati europei, quanti i rifugiati e i transitanti, e come sono distribuiti sul territorio dell’Unione. E qui, appunto, comincia il balletto delle cifre. Perché capire cosa sia un “migrante” in piena epoca di globalizzazione, è molto meno semplice di quanto potrebbe apparire. Infatti il cittadino di un Paese dell’Unione Europea che si sposta, temporaneamente o per sempre, in un altro Paese della UE, non può essere definito “migrante” alla stessa maniera di uno che viene da un territorio extracomunitario. Tanto è vero che il cittadino Ue non ha bisogno di visti o di lasciare impronte digitali, né viene schedato, mentre chi viene da fuori sì, o almeno dovrebbe.

Se usiamo il Paese di nascita come criterio di distinzione tra cittadini comunitari e non comunitari, allora le statistiche di Eurostat (Istituto Europeo di Statistica) ci dicono che, nel 2013, in tutti i 28 Paesi Ue risultavano quasi 54 milioni (per la precisione, 53 milioni e 907 mila) cittadini stranieri residenti, di cui 20 milioni e 370 mila cittadini di altri Paesi della Ue (quindi “migranti interni”, ovvero cittadini europei), e gli altri 33 milioni e 538 mila cittadini di Paesi extra Ue: i veri e propri “extracomunitari”. Tradotto in percentuale, vuol dire il 6,7% della popolazione della Ue, un numero certamente non piccolo, ma nemmeno allarmante o ingestibile. Di questi, c’informa sempre l’Eurostat, i richiedenti asilo, dunque i presunti “profughi” (quelli che fuggono da guerre, carestie o altre catastrofi), sempre nel 2013, ammontavano a poco più di 435 mila persone, ovvero meno dello 0,1% della popolazione residente nell’Unione Europea: praticamente una goccia nel mare.

I numeri degli stranieri residenti, nel 2014 e 2015, non sono cambiati di molto, mentre quello dei richiedenti asilo è aumentato, e viene stimato in circa 600 mila persone ad oggi, marzo 2016: un numero inferiore a quello registrato, per dire, nel piccolo Libano, che certamente non ha né gli spazi, né le risorse dell’Unione Europea. Quindi, in definitiva, di cosa stiamo parlando? Di un fenomeno ingigantito da alcuni media e da una parte del ceto politico, che vuole lucrare consenso su emergenze vere, trasformandole in “eventi apocalittici”: di questo parliamo.

Come si spiega il mistero degli “stranieri scomparsi”

Ma c’è di più. Perché i dati, come dicevamo all’inizio, vanno interpretati e letti con attenzione. Veniamo a scoprire, così, che i residenti nel territorio dell’Unione con cittadinanza di un Paese extra Ue,  al 31 dicembre 2015, sono 19,6 milioni. Ma come, non avevamo detto poco prima che erano 33,5 milioni? Sì, ma quest’ultimi sono quelli nati fuori dalla Ue. Senonché si può benissimo nascere al di fuori dei territori europei, magari da una coppia mista (ma avendo la cittadinanza europea per parte di uno od entrambi genitori) e poi trasferirsi a vivere in un Paese della Ue, magari con i genitori e quando si è ancora in fasce. Ecco spiegato, dunque, il mistero degli “stranieri scomparsi”.

Dunque gli stranieri “veri”, cioè nati all’estero e con cittadinanza estera, sono meno di venti milioni, ovvero meno degli stessi europei che decidono, per i motivi più disparati, di andare a trascorrere un periodo più o meno lungo della propria vita in un altro Paese della Ue. Parliamo di una popolazione di poco superiore a quella della piccola Olanda: un numero certamente gestibile, in un’Unione di 28 Paesi e con 450 milioni di residenti.

In questo modo riusciamo a spiegarci anche l’arcano dei tantissimi italiani (e spagnoli) registrati come “stranieri” nelle statistiche europee soltanto perché nati in un Paese sudamericano (di solito l’Argentina, che da almeno vent’anni versa in cattive condizioni socio-economiche) da almeno un genitore con cittadinanza europea, e poi trasferitisi nel Paese degli avi, in cerca di miglior fortuna. Al di là di qualche lieve accento diverso, qualcuno oserebbe dire che si tratta di veri e propri stranieri, che vanno integrati ed a cui dobbiamo insegnare a vivere “da europei”? Probabilmente, a cominciare dal Vaticano, dove domina l’Argentino attualmente più potente ed influente del mondo, ci prenderebbero per pazzi.

In tutto il mondo i rifugiati ammontano a 200 milioni. Perché fuggono dai loro paesi

Se dunque la Ue è solo marginalmente interessata dai grandi eventi migratori, a differenza di altri Paesi del mondo, non si può negare che il fenomeno esista in proporzioni gigantesche, sebbene in gran parte fuori dai nostri confini e non a favore di telecamere. Infatti l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati c’informa (altri freddi dati statistici, su cui val la pena di riflettere attentamente) che, nel 2014, i rifugiati ed i profughi, in tutto il mondo, ammontavano a 200 milioni: se fosse una Nazione, sarebbe la quarta più popolosa del mondo, e sicuramente è quella che cresce più in fretta di tutte. Fuggono da guerre e carestie, ovviamente, ma anche da un nemico ben più insidioso ed implacabile: il mutamento climatico, che sta rendendo difficilmente abitabili ampie aree di 4 continenti (tutti, tranne la fortunata Europa) e che minaccia di aumentare sempre più d’intensità.

Probabilmente a questo fenomeno i nostri governanti dovrebbero dedicare un intero Consiglio Europeo, e non a discutere di ricollocazione o cacciate (o, peggio ancora, di muri e filo spinato) di popolazioni in fuga dalla fame e dalla morte. Infine, va fatta una considerazione in merito agli apolidi, ovvero coloro che sono stranieri dappertutto, perché privi di una qualsiasi cittadinanza. I motivi possono essere politici, religiosi, di vario tipo, ma la conclusione è una sola: emarginazione assoluta, nessun diritto, nessun documento, nessuna possibilità di una vita normale, almeno per come noi la conosciamo. L’UNHCR (l’Agenzia Onu per i rifugiati) stima siano almeno 12 milioni nel mondo gli apolidi, ultimi tra gli ultimi: almeno a loro, e almeno per un attimo, il prossimo Consiglio europeo dovrebbe dedicare una riga, un pensiero, una lacrima: non possiamo vivere (e morire) di fredda statistica, che peraltro spesso non sappiamo neanche leggere.

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