L’economia del terrore

L’economia del terrore

Ho visto come tutti le scene del macello avvenuto ieri all’aeroporto di Bruxelles e in due stazioni della metropolitana del centro della stessa città una a pochi passi dalla sede dell’Unione europea dove lavorano 33 mila persone e dal palazzo dove si tengono le riunioni sempre più frequenti del Consiglio d’Europa, il consesso dei 28  capi di Stato e di Governo che decide sui destini dei 500 milioni circa di abitanti dei paesi membri dell’Unione e dire che sono sgomento è poco, non solo di fronte alle scene di dolore che hanno contrassegnato quella che doveva essere una tranquilla giornata di inizio primavera, ma anche di fronte alla tranquillità, quasi indifferenza, che si coglieva sui volti dei tre attentatori ripresi nel video di una telecamera di sorveglianza, volti nei quali non si scorgeva alcun timore per la loro stessa prossima morte, destino al quale tuttavia uno dei tre si è sottratto, non sapremo mai se per paura o se perché il suo ruolo doveva essere semplicemente di appoggio all’azione degli altri due.

Sembra impossibile pensare che le terribili conseguenze dell’azione degli uomini dello stato islamico siano riconducibili  all’azione di una sola cellula dormiente, un numero di persone che va dai cinque che hanno partecipato agli attacchi a un numero pari o di poco superiore che ha avuto presumibilmente funzioni di appoggio o di natura logistica, una decina di persone o poco più che possono mettere in scacco le forze di polizia e le funzioni statuali antiterroristiche, peraltro attivamente supportate dalle omologhe forze francesi, al punto di paralizzare completamente la vita della capitale del Belgio che è anche sede dell’Unione europea.

La sottovalutazione con la quale l’Occidente tutto ha affrontato la fase iniziale del movimento jihadista, un esercito che contava all’inizio poche migliaia di adepti è certamente alla base della estensione dell’area di influenza dell’IS a intere regioni mediorientali come l’Irak e la Siria dove, in alcuni momenti, è sembrato che potessero addirittura vincere la loro battaglia, almeno fino a che si è mossa una coalizione capitanata dagli Stati Uniti d’America e, e forse soprattutto, si è mossa pesantemente la Russia che ha in poco tempo capovolto le sorti della guerra in corso nella Siria di Assad.

Quello che colpisce, oltre alla estrema ferocia ostentata dagli uomini del califfato, è la disinvoltura con la quale si sono buttati in ogni tipo di attività economica criminale, dal traffico di droga, all’esportazione illegale di petrolio, a disinvolti movimenti bancari non sempre intercettati dall’intelligence occidentale, giungendo a muovere centinaia di milioni di dollari, almeno fino a che l’azione di contrasto non ha sortito i primi effetti e i giacimenti petroliferi sono stati in tutto o in parte messi sotto il controllo delle forze della coalizione.

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