Il dialogo sociale via maestra per uno sviluppo equo e sostenibile

Il dialogo sociale via maestra per uno sviluppo equo e sostenibile

La recente costituzione della “Alleanza per lo sviluppo sostenibile” (Asvis) presentata alla Camera dei Deputati l’11 marzo 2016 con la partecipazione della Presidente della Camera dei Deputati e del Ministro dell’Ambiente, sollecita alcune riflessioni e interrogativi.

Una coerente transizione allo sviluppo equo e sostenibile significa una vera e propria rivoluzione dei modelli di produzione e di consumo in cui verranno coinvolti direttamente nei loro interessi, imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni. Sottovalutarne potenzialità e implicazioni sarebbe un errore molto grave. Occorre, invece, essere consapevoli che la valutazione, preventiva e condivisa, delle implicazioni che derivano dalla transizione ha un significato importantissimo sulla possibilità di attuarla con il massimo del consenso ed efficacia. È esperienza consolidata che le politiche sostenibili pur se condivise in via teorica dalla maggioranza dei cittadini, in quanto si propongono il miglioramento delle loro condizioni di vita, tuttavia, una volta che assumono il carattere concreto di specifici interventi, vanno ad impattare nel bene e nel male su interessi particolari, collettivi e/o individuali.

Un’analisi accorta di queste conseguenze fa capire che nella transizione alcuni settori produttivi, economici, sociali, ne verranno penalizzati mentre altri ne trarranno   giovamento. Questo significa che alcuni vedranno crescere le loro opportunità mentre altri si vedranno costretti a ridimensionare le loro aspettative. Lo stesso avviene a livello di territori, gruppi sociali, singoli individui. Come si può ben capire giova a poco, per quanti penalizzati qui ed ora, sentirsi dire che alla fine il bilancio sarà positivo anche per loro. Saggezza vorrebbe che queste implicazioni venissero analizzate preventivamente e valutate nelle loro diverse conseguenze al fine di definire il quadro delle iniziative politiche da assumere per ridurre gli impatti negativi e incrementare le convenienze.  Questo può essere fatto solo con un confronto diretto e continuo dei soggetti economici, sociali e istituzionali coinvolti ai vari livelli. In altre parole attivando quello che in Europa viene chiamato il “dialogo sociale”.

Questa esigenza si pone oggi con straordinaria urgenza tenuto conto che negli ultimi mesi eventi di grande rilievo hanno posto il problema di un cambiamento profondo delle politiche di sviluppo. Il primo, il 24 maggio 2015, di enorme risonanza mediatica, è stato senza dubbio l’enciclica “Laudato sì” in cui Papa Francesco ha posto all’attenzione del mondo il tema della equità e della sostenibilità ecologica delle politiche di sviluppo. Il secondo a settembre, di ben minore impatto mediatico malgrado la stretta relazione con le parole del Papa, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” (SDGs). Il terzo la Conferenza delle Parti – COP21 che si è tenuta a Parigi, il 12 dicembre 2015 ha sottoscrizione un accordo sul cambiamento climatico da molti ritenuto “storico”.

Tuttavia sull’Enciclica, sui SDGs, sull’accordo di Parigi è calato il silenzio più profondo. Un silenzio incomprensibile tenuto conto del periglioso scenario politico, economico, sociale istituzionale, che sta vivendo il mondo intero, le cui radici, secondo molti analisti, sono da rintracciare nella insostenibilità del modello di sviluppo. Tant’è che a gennaio 2016, nei giorni precedenti il World Economic Forum di Davos, il consueto rapporto sui Global Risks 2016 i rischi ambientali, posizionati decisamente come il primo dei 5 maggiori rischi, sono giudicati ben più minacciosi dei rischi economici e dei rischi derivanti dai conflitti regionali tra stati. Da sottolineare come le migrazioni involontarie su larga scala originate da cause ambientali sono state posizionate tra i primi cinque rischi e sono considerate il principale rischio per il futuro.

A fronte di questi eventi e di questo scenario l’impressione che si ricava da quanto avviene nel nostro Paese è quella della consueta contraddittoria ordinarietà: il Parlamento approva il collegato ambientale, il Governo annuncia interventi sulla gestione del servizio idrico, che a parere di molti non tiene in nessun conto del referendum del giugno 2011, in aprile è previsto il referendum sulle trivellazioni petrolifere, l’emergenza polveri sottili costringe periodiche interruzioni del traffico privato nelle città. Certo, tutte questioni che richiedono decisioni e tuttavia ci si sarebbe aspettati anche l’apertura di un minimo di discussione politica e culturale sulle implicazioni per il nostro Paese e per l’Unione Europea della agenda approvata dalle NU per il 2030 con i 17 Sustainable Development Goals che tanto riprendono dei contenuti della enciclica “Laudato sì”.

Se questo è lo scenario, ritornando alla Alleanza per lo sviluppo sostenibile, gli va riconosciuto il merito di essere stata tra i pochi ad aver sollecitato un impegno su quanto deciso dalle NU in merito ai SDGs e all’accordo di Parigi, a sostenere con coerenza il problema della transizione, a capire il significato del coinvolgendo dei soggetti coinvolti dalle politiche per la sostenibilità tant’è che la sua base associativa si compone di: associazioni d’impresa e del lavoro, associazioni ambientaliste, fondazioni, associazioni culturali, mondo accademico, associazioni di enti territoriali.

Si tratta, dunque, di una iniziativa molto importante ed a cui guardare con grande attenzione. Ma è proprio da questa sua importanza e dalle stesse parole dei promotori dell’Alleanza, della Presidente Boldrini, del Ministro Galletti che sorge spontaneo un interrogativo: se si considera così importante il dialogo tra i diversi protagonisti della transizione allo sviluppo sostenibile perché non si dà a questo importantissimo problema una risposta istituzionale?

Certamente non pensiamo che la risposta a questo interrogativo spetti alla nascente Alleanza, sarebbe ingiusto fargliene carico, ma sicuramente spetta a Governo e Parlamento. Ricordiamo solo che l’Italia non ha una strategia per la transizione allo sviluppo sostenibile ed è uno dei pochissimi paesi europei che non ha un suo Consiglio nazionale per lo sviluppo sostenibile e sta procedendo alla definitiva soppressione del CNEL.

Ed allora: in che misura è credibile la volontà politica di lavorare per la transizione ad uno sviluppo equo e sostenibile se non si riformano le istituzioni per rendere possibile ed efficace il dialogo sociale, anzi, addirittura si azzerano in pochi presidi esistenti e si marginalizzano le parti sociali?

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.