Pd. Irrompe Totò Cuffaro, che polemizza con Gotor e inguaia Renzi e i suoi. Spunta anche la terza via di Cesare Damiano

Pd. Irrompe Totò Cuffaro, che polemizza con Gotor e inguaia Renzi e i suoi. Spunta anche la terza via di Cesare Damiano

Nervi tesi nel Pd dopo la luce verde del Senato alle unioni civili, con l’apporto determinante dei senatori verdiniani. La minoranza chiede a gran voce il congresso perché, viene spiegato, il voto dei senatori di Ala rappresenta una nuova maggioranza e uno spostamento del baricentro del partito a destra. Niente da fare, rispondono dal Nazareno sottolineando come, qualsiasi decisione a riguardo, spetti alla direzione dove i renziani possono contare sul 79 per cento dei voti. A sua volta, Sel, con il capogruppo alla Camera Arturo Scotto, dopo ciò che è accaduto a Palazzo Madama, chiede che il presidente del consiglio Matteo Renzi salga al Quirinale. “Quando cambiano i numeri della maggioranza il parlamento discute e vota”, spiega Scotto.

Il segretario Renzi, intervenendo a sorpresa alla scuola di formazione politica del Pd, ha invece rivendicato il risultato al Senato e ha detto che, nonostante ci siano “anche tra di noi opinioni diverse”, si sente “davvero straorgoglioso” del primo via libera alle legge. “C’era un disegno politico di non fare nessuna legge sulle unioni civili, di fare la melina, il catenaccio per portare a casa il risultato dello zero a zero e allora, quando si fa la melina, serve un colpo per vincere e vi dico che se avessimo fatto ancora zero a zero sui diritti sarebbe stato da vergognarsi”. Ora, però, Renzi ha astutamente taciuto sulle squadre in campo che avrebbero voluto pareggiare facendo melina, mentre è chiaro chi ha fatto goal. Tuttavia, Renzi lascia alla ministra Boschi il compito di rispondere alle accuse di Roberto Speranza sul rischio di uno sbandamento a destra del partito. L’Italicum, gli dice Boschi, “non permetterà più strane coalizioni come in passato. E con tutto il bene che voglio a Roberto Speranza, mi chiedo come lui – che non ha votato questa legge che prevede il premio alla lista e non alla colazione – poi ci venga a dire che certe coalizioni e maggioranze spurie non vanno bene”. Ma la Boschi sbaglia. L’accusa di Speranza non è sul profilo della coalizione ma sulla trasformazione dell’identità dello stesso Partito democratico, per questo chiede un congresso anticipato, con due finestre temporali possibili, una immediatamente dopo le amministrative, e l’altra dopo il referendum sulle riforme costituzionali. La risposta arriva direttamente dal Nazareno: lo stato maggiore del partito pone un deciso ‘no’ alle richieste della maggioranza. “La scadenza naturale della segreteria Pd è dicembre 2017, la decisione di anticiparlo, eventualmente, è della direzione dove la maggioranza che sostiene la segreteria Renzi ha un consenso del 79 per cento. Se anche si decidesse di anticipare il congresso, significherebbe andare a primavera 2017, anziché dicembre. Non si tratta, comunque, di un tema che è nella disponibilità di Roberto Speranza”, viene spiegato. Una porta sbattuta in faccia in un momento in cui il casus belli rischia di riaprire il confronto dentro e fuori i partito.

Ma nel dibattito, irrompe Totò Cuffaro, che polemizza con Miguel Gotor, esponente di spicco dei bersaniani, ma inguia i renziani. Toto’ Cuffaro si rivolge al senatore della minoranza dem. “Mi passi il caro”, scrive Cuffaro in un comunicato, “La mia storia politica e ahimè quella giudiziaria sono note ai più, così come è noto il mio status di detenuto fino a qualche settimana fa. Porto in giro un libro, da me scritto, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione dei detenuti nelle carceri italiane, e il 30 maggio, invece, andrò in Burundi per dedicarmi al volontariato medico in un ospedale che, da Presidente della Regione Siciliana, ho contribuito a realizzare. Non c’è la politica nel mio nuovo orizzonte ma non ho perso la parola. In questi cinque anni di forzata assenza, i miei amici, che ancora hanno ruoli politici, hanno fatto scelte diverse tra loro: io voglio loro bene per ciò che sono stati e sono per me, non per le scelte che hanno fatto. Capisco, non faccio il tonto, che Lei attribuisca un valore negativo nell’assimilare il mio nome ad una formazione politica che le dà fastidio, ma sbaglia. Per il futuro eviti, non perché le minacci querela, ma perché potrebbe trovarsi in imbarazzo ad ammettere che molti miei amici hanno la sua stessa tessera di partito ed hanno autorevoli incarichi dai tempi di Bersani. Giusto per la storia, disciplina che richiama i fatti, come Lei sa”. Dunque, dopo Verdini, il suo capogruppo al Senato, e altri esponenti di Ala, anche Cuffaro rivendica l’ingresso di ex democristiani, molto discussi, all’interno del Pd, addirittura con iscrizione regolare. La questione pertanto è rilevante e interessa il mutamento politico e antropologico della natura del Pd.

Ma cosa aveva detto Gotor? In realtà, egli aveva polemizzato con la ministra Boschi proprio sul tema della coalizione del centrosinistra: “Vorrei ricordare al ministro Boschi che l’alleanza che lei definisce in modo dispregiativo ‘spuria’ era quella del centrosinistra e dell’Ulivo che ha portato l’Italia in Europa e ridotto il debito pubblico. E con tutto il rispetto che nutro per ogni rappresentante politico – aggiunge  -, ho difficoltà a sostituire Vendola con Verdini senza pensare che ciò non snaturi l’identità del Pd facendolo diventare il fulcro di un progetto neo-centrista e moderato di stampo trasformistico”. “Infine, è proprio il fatto che nell’Italicum esiste il premio soltanto alla lista a preoccuparmi – prosegue Gotor – . I tempi del 41% sono ormai lontani e quando sarà il momento delle elezioni non vorrei che dentro il Pd ci trovassimo pezzi di ceto politico legati alla stagione della destra berlusconiana pronti a sostituire i tanti voti di sinistra in uscita che si stanno consegnando all’astensione o ad altre offerte politiche”. “Un fenomeno – afferma ancora il senatore dem – grande come una casa sin dalle ultime elezioni regionali in Emilia-Romagna che state colpevolmente facendo finta di non vedere. Tra l’altro proprio oggi l’ex presidente della regione Sicilia ci tiene a informarmi che molti suoi amici sono attualmente dirigenti del partito democratico”. “Appunto perché ho studiato un pochino la storia del nostro Paese so che simili opportunistici riposizionamenti, che si sono serviti della rottamazione per far risorgere il solito gattopardismo nazionale, non faranno bene né alla Sicilia né all’Italia. È ora di aprire su questi temi una discussione. È ora di un congresso vero”, conclude Miguel Gotor.

Gotor non è solo in questa polemica con la maggioranza, che sembra ormai l’ultima sfida all’Ok Corral, prima di una disperata uscita di massa dal partito. Cosa decideranno le minoranze di sinistra quando Renzi ufficialmente respingerà al mittente la richiesta del congresso anticipato? Non è nell’agenda politica del segretario, infatti, dato il calendario politico del 2016, con due appuntamenti elettorali decisivi. Spalleggiano Gotor i colleghi senatori della minoranza Fornaro e Pegorar che riaffermano le certezze sulla formazione di una nuova maggioranza: “Da sempre quando si vota la fiducia al governo si entra in maggioranza e quasi di soppiatto il Pd ha accettato l’appoggio dei cascami del berlusconismo, tentando per di più di usare le unioni civili come ‘copertura’ all’operazione iniziata al Senato con il voto sulle Commissioni”. E rivendicano la posizione espressa da Speranza: “Roberto Speranza ha giustamente posto un problema politico e di identità del Pd perché è sempre valido il proverbio popolare ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’. Non si dimentichi che nel 2013 se avesse accettato di fare un governo insieme con Berlusconi e Verdini, Bersani oggi sarebbe a Palazzo Chigi alla guida di un governo di larghe intese – concludono i due esponenti della minoranza – e Matteo Renzi ancora sindaco di Firenze”. E perfino Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, di solito molto moderato nell’espressione delle sue posizioni politiche sul Pd arriva a scrivere in una nota che “Il voto di Denis Verdini a favore delle unioni civili pone il Partito Democratico su una sorta di piano inclinato. Stiamo scivolando sempre più verso il centro destra. Sarebbe opportuno discuterne prima di trovarsi di fronte a dei fatti compiuti”. Damiano prosegue: “Chi solleva, nel Pd, questi problemi non svolge un esercizio inutile: pone un interrogativo circa il futuro e l’identità di sinistra del Partito Democratico”. Ed ecco però come Damiano si differenzia dalla posizione di Speranza, in una sorta di terza via: “Se, come credo, non è opportuno anticipare il congresso, sarebbe invece necessario aprire una discussione sulle scelte strategiche del Pd, a partire dall’economia, dal lavoro e dallo stato sociale”, conclude.

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