L’offensiva dei cattolici col cilicio rischia di farci arretrare. Il matrimonio omosessuale è pienamente coerente con la Costituzione. Si rileggano Moro alla Costituente e riflettano

L’offensiva dei cattolici col cilicio rischia di farci arretrare. Il matrimonio omosessuale è pienamente coerente con la Costituzione. Si rileggano Moro alla Costituente e riflettano

In Francia li chiamano “neoreacts”, i neoreazionari cattolici, presenti soprattutto nelle accademie e tra gli editorialisti di alcuni media. In Italia sono sempre stati “cattolici integralisti”. Qui vogliamo definirli scherzosamente, ma non tanto, data la loro dichiarata appartenenza all’Opus Dei, “cattolici col cilicio”. Si tratta di quel segmento, grazie al cielo, minoritario, di popolo della Chiesa cattolica che sul tema della famiglia ha aperto una vera e propria offensiva, una crociata postuma.

Le crociate dei “cattolici col cilicio”, da Ruini a Bagnasco

Almeno in Italia, in un passato recente, al comando del cardinal Ruini, all’epoca presidente della Conferenza episcopale italiana, quel segmento di cattolici ha vinto molte battaglie, purtroppo, dalla reazionaria legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, col divieto della cosiddetta eterologa, al boicottaggio di leggi di civiltà, come l’eutanasia o il testamento biologico. Oggi, quel segmento minoritario, ma potentissimo, dentro e fuori le mura Vaticane, e guidato dal cardinal Bagnasco, ha ingaggiato una vera e propria guerra di religione contro la legalizzazione delle unioni civili, il matrimonio omosessuale, la stepchild adoption e soprattutto la maternità surrogata. Per quest’ultima, i campioni del cattolicesimo col cilicio hanno coniato una terminologia offensiva per tutte le donne, da non usare mai, per la cattiveria con cui viene espressa: “utero in affitto”, come se ogni maternità surrogata fosse sottoposta a pagamento. Ecco, la cifra sostanziale di questa ennesima, reazionaria, crociata, è la cattiveria sociale, che sacrifica la vita reale di persone reali alla ideologia e agli interessi di un mondo rimasto molto indietro nel tempo e nella storia. È la crociata di una minoranza di cattolici che pensa di dettare la legge morale per tutti noi, di imporre un mediocre punto di vista facendolo passare per valore assoluto e universale, di sapere meglio di chiunque altro ciò che è bene e ciò che è male. Esattamente ciò che papa Francesco cerca di combattere da quando è salito al soglio di Pietro, ed è esattamente ciò che confligge contro la misericordia, tema centrale del Giubileo straordinario. Francesco ha molti nemici dentro e fuori la Chiesa, e spesso si rivolgono a lui col sorriso ipocrita e la deferenza che si deve al papa. Alcuni di questi nemici fanno parte di quel segmento minoritario che indossa il cilicio.

La crociata contro il disegno di legge Cirinnà

Sul disegno di legge sulle unioni civili, presentato da Monica Cirinnà, che a fine gennaio approderà al Senato per la seconda lettura, e che pure è il frutto di mille mediazioni che ne hanno depotenziato il testo, stanno inscenando una “oscena gazzarra” che si muove su due livelli, uno istituzionale e parlamentare, nella convinzione che il testo sia incostituzionale, e l’altro movimentista, puntando a resuscitare le truppe cammellate del family day. Sul piano più strettamente parlamentare, una trentina di senatori cattolici col cilicio, del Pd, di Ncd, e di Alleanza popolare (Casini & soci) hanno sottoscritto una posizione di netta censura del disegno di legge Cirinnà. Sul piano istituzionale, invece, e grazie a una Fondazione, raccolgono firme di giuristi cattolici per affermare l’incostituzionalità delle unioni civili sulla base dell’articolo 29 della Costituzione. Pare che siano state raccolte già 300 firme, ovviamente da sbandierare propagandisticamente nel corso del dibattito in Senato. Sul piano movimentista, il 31 gennaio, in pieno dibattito parlamentare sulle unioni civili, a Roma andrà in scena il family day, ennesimo subdolo tentativo di ribadire dogmaticamente che la formula del matrimonio è una sola: un maschio, una femmina, una prole, magari sposati “indissolubilmente” in chiesa.

La difesa della costituzionalità del ddl Cirinnà: Enzo Cheli, giurista, ex membro della Consulta

È facile contestare il giudizio di incostituzionalità del disegno di legge Cirinnà. Lo ha fatto molto autorevolmente il professor Enzo Cheli, nel corso di un’intervista al quotidiano Il Messaggero: “non c’è alcun rischio di incostituzionalità, anzi per me il matrimonio esplicito tra coppie omosessuali non sarebbe anticostituzionale. È come se stessimo tornando ai tempi della legge sul divorzio dei primi anni Settanta. Anche di quella legge si diceva che era incostituzionale perché non rispettava l’articolo 29″. Il professor Cheli, ex giudice della Consulta, prosegue: “non è vero a mio parere che quell’articolo difenda la famiglia intesa esclusivamente come quella costituita tra un uomo e una donna altrimenti in una interpretazione letterale e rigida dovremmo dichiarare incostituzionale anche la legge sul divorzio”. Quanto alla sentenza 138 del 2010 della Corte Costituzionale in quel caso, chiarisce Cheli, “la Consulta ribadì che la materia era di competenza del Parlamento e certo non stabilì che le unioni civili fossero di per sé anticostituzionali”.

Il dibattito all’Assemblea Costituente sull’art.29: Moro, Togliatti e Basso contro un La Pira reazionario

Detto ciò e sgombrato il campo da ogni equivoco interpretativo, siamo andati a spulciare il dibattito sull’articolo 29 all’Assemblea Costituente. E abbiamo scoperto un intervento che i cattolici col cilicio farebbero bene a rileggere e a meditare con attenzione. È l’intervento di Aldo Moro, il 5 novembre del 1946, in seno alla Sottocommissione che si occupava della redazione del Titolo II della futura Costituzione della Repubblica Italiana. Ebbene, le parole di Aldo Moro, cattolico praticante e democristiano, furono le seguenti: “Quando si dice che la famiglia è una società naturale, non ci si deve riferire immediatamente al vincolo sacramentale; si vuole riconoscere che la famiglia nelle sue fasi iniziali è una società naturale. Pur essendo molto caro ai democristiani il concetto del vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale”. Queste parole di Moro trovarono poi una sponda interessante nella sostanziale accettazione di Togliatti. Al punto che si parlò dell’articolo 29 come di compromesso tra Moro e Togliatti. Si osservi la straordinaria e lucida previsione morotea della famiglia che ha mutazioni storiche: “comunque costituita”, disse Aldo Moro, con un’apertura mentale ad altre forme, altrettanto degne di rispetto e di dignità.

Fu Giorgio La Pira, celebrato sindaco di Firenze e padre nobile del renzismo, che volle invece intervenire in modo confessionale con un emendamento ad hoc, poco nobile e poco cristiano. La Pira chiese di riscrivere il comma 2 dell’articolo con questa formulazione: “La legge regola la condizione giuridica dei coniugi, allo scopo di garantire l’indissolubilità del matrimonio e l’unità della famiglia”. È evidente che se fosse passato questo emendamento, sarebbe saltato l’accordo Moro-Togliatti, e ogni legge sul divorzio sarebbe divenuta incostituzionale. Diversa, e molto più avanzata, fu invece la posizione dei socialisti, espressa da Lelio Basso, il quale criticò giustamente la formulazione del patto Moro-Togliatti della famiglia come “società naturale”, perché in realtà frutto di costruzione storica, ma soprattutto consigliò di evitare ogni formulazione “definitoria” di famiglia. Come si evince da questa brevissima ricostruzione storica dell’intenso dibattito che nel novembre del 1946 accompagnò la redazione dell’articolo 29 della Costituzione, la tesi di restringere il matrimonio indissolubile a un uomo e una donna era coltivata da una sparuta minoranza di costituenti cattolici, che trovarono voce in un giovane La Pira forse ancora politicamente troppo acerbo e poco avvertito.

La corretta intepretazione storica e giuridica dice che il ddl Cirinnà e il matrimonio omosessuale sono coerenti col dettato costituzionale

È per questa ragione che la formulazione definitiva dell’articolo 29 sarebbe apparsa decisamente ambigua e sostanzialmente “aperta”: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Non c’è nessun riferimento – come invece affermano i cattolici col cilicio, anche se sono giuristi – alla famiglia come “unione di un maschio e di una femmina”. Qui si parla di coniugi, e coniugi è termine largo, che può adattarsi meravigliosamente a due donne oppure a due maschi, se fosse previsto per legge anche per loro un matrimonio. Settanta anni fa, la parte più intelligente e avanzata della politica italiana, rappresentata in Assemblea Costituente da Moro, Togliatti e Basso, trovò un compromesso onorevole per non pregiudicare le successive storiche evoluzioni sociali della famiglia. Settanta anni dopo, i cattolici col cilicio vedrebbero con piacere un ritorno alle origini rigide e confessionali della famiglia. Fermiamoli.

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