Roma. Sul presente e sul futuro politico della capitale si apre il dibattito. Ma incombe Renzi: 500 milioni e dream team

Roma. Sul presente e sul futuro politico della capitale si apre il dibattito. Ma incombe Renzi: 500 milioni e dream team

Su Roma, che sta per avviarsi a passi svelti verso l’inizio del Giubileo straordinario della misericordia, Matteo Renzi ha annunciato ieri in conferenza stampa per l’illustrazione della legge di stabilità 2016, pioveranno almeno 500 milioni di euro, da destinare però con un decreto ad hoc o con altro provvedimento, “vedremo cosa”, ha aggiunto il premier. Naturalmente, l’annuncio ha contribuito ad esaltare la luce dei riflettori dei media e del ceto politico romano ancora una volta sulla capitale e sul suo destino, a breve e a medio termine. Perché accanto ai soldi promessi, Renzi non ha mancato di aggiungere una postilla sul cosiddetto “dream team” che dovrebbe gestirli, dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Insomma, si è attesa la “cacciata” di Marino per predisporre un provvedimento che finanzia il Giubileo, non si sa ancora quanto congruamente. Quel che è certo, è che la manovra di Renzi su Roma tende ormai ad impossessarsi di ogni decisione e di ogni passaggio, anche se continua a negare il suo coinvolgimento. Coi soldi e il “dream team”, tuttavia, Renzi sposta di fatto la cabina di regia della città eterna dal Campidoglio a Palazzo Chigi. Era a questa conclusione che il presidente del Consiglio voleva arrivare, quando per primo, in una puntata di Porta a Porta aveva apertamente minacciato il sindaco, considerandolo inadatto a governare la capitale? Alla luce di quanto sta emergendo in queste ore, la risposta non può che essere positiva.

L’altro indizio è dato dalla notizia che i fedelissimi di Renzi, parlamentari e consiglieri del gruppo consiliare si sono riuniti venerdì, “per discutere del futuro della capitale”, come scrive un’agenzia di stampa. Stando alle indiscrezioni emerse, sembra che l’area renziana della capitale abbia criticato aspramente anche l’operato di Matteo Orfini, presidente dell’assemblea nazionale del Pd e commissario della federazione romana, per il metodo utilizzato in questi mesi di sostanziale mancato coinvolgimento dei renziani nelle decisioni e nelle scelte. Cioè, par di capire che i renziani di Roma non abbiano affatto digerito il ruolo di “uomo solo al comando” assunto da Orfini nella direzione del partito romano, e ora pretenderebbero che con le dimissioni di Marino l’area del premier conti molto di più, soprattutto nella scelta del futuro candidato sindaco. Si potrebbe dire che “di uomo solo al comando colpisce, di uomo solo al comando perisce”.

La lettera di Bettini al Foglio

Intanto, uno dei big del partito romano, Goffredo Bettini, rispondendo a un articolo di Mario Sechi, in una lettera pubblicata dal Foglio ripercorre la genesi della candidatura di Ignazio Marino, assumendosi la propria “parte di responsabilità per quella scelta”. “L’affermazione di Linda Lanzillotta secondo la quale sarebbe stata una vecchia nomenclatura a determinare la candidatura – scrive Bettini – è del tutto priva di fondamento, forse dettata da un impeto polemico ‘giovanilistico’ di chi ininterrottamente da quaranta anni gestisce postazioni di potere mai giustificato da un solo voto di preferenza”. Parlando dell’attacco “terribilmente cattivo, anche personale che il sindaco dimissionario sta subendo”, Bettini sottolinea che “c’è qualcosa che va oltre la politica… una sorta di rabbia e di odio persino antropologico contro una personalità fuori dagli schemi, imprevedibile…”. “La conclusione della sua esperienza è comunque traumatica. Quindi, errori ne ha commessi – continua Bettini – Ma… questo surplus di veleno lo trovo molto fastidioso e ingiusto e suscita in me solidarietà umana e rispetto. Ma poi, tanta violenza contro Marino, incappato nella storia degli scontrini ma anche protagonista di battaglie coraggiose, e tanta indulgenza o non curanza per decine di farabutti che in molti casi restano tranquillamente ai loro posti? I conti non tornano”. Il padre del cosiddetto “modello Roma” continua chiedendo su Marino “un bilancio più equilibrato, tenendo conto della tempesta di Mafia Capitale”, ricordando come gli avesse suggerito di “dimettersi per poi ripresentarsi, sarebbe stato lui a mandare a casa un sistema corrotto e anche a evitare uno stillicidio drammatico per la città”. “Sul futuro di Roma… ci sono da tempo altri protagonisti che hanno il diritto e il dovere di esporsi. Lo fa Renzi ogni giorno. Lo ha fatto Orfini in questi mesi, con coerenza e coraggio. Lo ha fatto Morassut, denunciando con me, da anni, e prima di tutti, il degrado correntizio del Pd dopo il 2008, che ha portato alla distruzione una organizzazione gloriosa ed esemplare. Si ricominci da qui. Dal buon governo della regione e dalle tante energie disponibili”.

L’amarezza di Walter Tocci, rimpianto assessore delle giunte Rutelli

“Siamo feriti dall’insuccesso di questa esperienza di governo. Un’occasione persa”. Walter Tocci ci va giù duro con l’esperienza della giunta Marino, proprio in occasione della presentazione del libro “Il sindaco Marino. La grande corsa”, con accanto Gianluca Peciola, capogruppo Sel in Campidoglio. Ed ha ancora aggiunto nel corso del suo intervento: “Con i suoi errori Marino ha aperto varchi, ha agevolato la controffensiva. Quello che è realmente mancato a questa sfida è stata una vera alleanza popolare”. Tocci solleva la vera grande questione aperta da Marino: l’assenza di un partito radicato e diffuso col quale il sindaco si mette in sintonia e crea un’alleanza. Il partito non c’era, e nemmeno Marino, secondo l’analisi di Tocci, lo ha mai cercato.

“In ogni scelta di Marino, lo ripeto”, ha poi detto Tocci, “è mancata la complicità popolare. Non ha mai preso in mano il governo della macchina. Marino è come se fosse entrato all’interno di una scuderia, ha scelto un cavallo, ma non è riuscito a tenere salde le briglie, o forse non sono mai arrivate, ma soprattutto non è riuscito a cavalcare nessun purosangue. E poi attaccare la macchina amministrativa è ingeneroso e autolesionista”.  Ed ha concluso con molta amarezza e delusione: “Marino ha vissuto all’interno di un teatrino, di una rappresentazione dando l’impressione di fare qualcosa giocando solo all’apparire”.

I dubbi e le certezze su Roma di Nichi Vendola

“Non lo so. Il Pd è un’insieme di enclave, le une in lotta contro le altre”. Nichi Vendola risponde così, in un’intervista al quotidiano ilmanifesto, sull’ipotesi che si possa tornare a un’allenza Pd-Sel per Roma. “Cominciamo ora la discussione su alleanze e programmi. E non dobbiamo iniziarla voltando pagina ma rileggendo le pagine precedenti, e Mafia Capitale non può essere derubricata solo a un fatto processuale”. “Il Pd -sostiene Vendola- dai tempi della giunta Alemanno, praticando un attivo consociativismo, ha condiviso scelte e malaffare. Il fatto che si potesse essere consociativi con un manipolo di fascisti degli anni ’70 è un grosso problema. E così il fatto che non ci si è accorti del ritorno dei criminali nei gangli delicati del governo capitolino. E così il fatto che le cooperative rosse potevano diventare un altro pezzo della trama politico-affaristico-criminale. E poi mi fa rabbia la vicenda degli scontrini – prosegue il leader di Sel – Oggi quei penosi scontrini producono lo stesso turbamento del romanzo criminale di Carminati e Buzzi. E questo ha consentito ai nostalgici di Mafia Capitale, e cioè ai poteri immobiliari e finanziari di Roma, di dare l’assalto all’esperienza di Marino che invece aveva anche elementi di discontinuità importante e che il Pd ha provato a normalizzare estromettendo Sel dalla giunta. Tutte queste cose entrano nella valutazione che dovremo fare nei prossimi mesi”.

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