Morire in Puglia all’ombra degli ulivi. La storia di Mohammed, stroncato da un infarto per pochi euro al giorno

Morire in Puglia all’ombra degli ulivi. La storia di Mohammed, stroncato da un infarto per pochi euro al giorno
In Puglia si può morire all’Ilva di Taranto o nei comprensori che ospitano lavoratori e famiglie, o nel deserto ‘produttivo’ delle campagne di Nardò. Oggi dobbiamo raccontare della morte di un bracciante agricolo sudanese, che ha perso la vita lunedì nei campi bruciati da temperature bestiali e che hanno fatto fibrillare i termometri ben oltre i 40 gradi. Mohammed era uno dei tanti che all’ombra, si fa per dire, degli ulivi secolari, cercava di dare risposte e magri sostegni alla sua famiglia. In piedi dall’alba e probabilmente fino al tramonto, per poche decine di euro. In questo primo scorcio del terzo millennio, anche gli italiani percorrono la stessa strada di Mohammed, costretti dalla disoccupazione che nel sud del Paese è a doppia cifra, ad accettare impieghi che fino a qualche anno fa erano assolutamente ‘delegati’ agli immigrati, illegali e legali come Mohammed.
Una storia fatta di disperazione e che rischia essere dimenticata
 
Tante le reazioni per una storia, l’ennesima, fatta di disperazione e seguita dalla morte. Tra queste quella del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano: “Si tratta dell’ennesimo incidente sul lavoro, questa volta ancora più angosciante per la dinamica, visto che il bracciante, cittadino sudanese, probabilmente è morto a causa del gran caldo che imperversa in questi giorni, ancor di più sensibile nei campi di pomodori del Salento dove stava guadagnando la giornata. Il tragico episodio ci ricorda che a svolgere determinati lavori sono in gran parte immigrati da Paesi lontani.  Mohammed aveva i documenti in regola e faceva proprio il bracciante per professione. Lo vogliamo ricordare a chi guarda a questi operai come ladri di lavoro, mentre con il loro sacrificio fanno funzionare pezzi di un’economia che vogliamo sempre più sana e sicura”. Emiliano ha espresso altresì la propria fiducia nell’operato di magistratura e investigatori “perché a volte l’intreccio tra manodopera irregolare e poca chiarezza sulle imprese è fatale per gli anelli più deboli della catena”. In un post su facebook aggiunge: “Nell’ambito e nei limiti delle competenze regionali faremo una lotta senza frontiere contro qualsiasi tipo di sfruttamento. A chi pensa che ci siano persone con meno diritti e la cui dignità possa essere calpestata risponderemo con i fatti, fatti concreti, in Capitanata, nel Salento ed in ogni altro luogo dove sia necessario riaffermare lo stato di diritto”.
 
La Flai Cgil: “Tanta la strada da percorrere. Non è la prima morte né sarà l’ultima”
 
Poi le prese di posizione del sindacato, e tra queste quella della Flai Cgil: “La morte del lavoratore sudanese nei campi di raccolta sta destando, giustamente, scalpore e sdegno nell’opinione pubblica e ci pesa non poco sottolineare che non avremmo mai voluto leggerne la notizia. Perché le morti sul lavoro si possono evitare e, da molti anni, la nostra organizzazione sta svolgendo un’instancabile attività sindacale nelle campagne della zona di Nardò, di concertazione con le parti datoriali e di denuncia a tutti i livelli istituzionali. Passi avanti in questi anni sono stati fatti, ma la strada da percorrere è ancora troppa e decisamente in salita. Non è la prima morte né sarà l’ultima, denuncia il sindacato, visto che i lavoratori vengono spesso utilizzati anche per più di dodici ore al giorno, adottando il seguente sistema: ci sono squadre di braccianti che iniziano a lavorare alle 5 del mattino e che, quasi sempre, una volta finito il lavoro in un campo, vengono spostati, in tarda mattinata, a lavorare in un altro campo fino al pomeriggio inoltrato.
 
Dodici, tredici ore di lavoro sotto il sole cocente possono decretare una condanna a morte
 
I lavoratori vengono sottoposti a pesanti sforzi fisici, per 12-13 ore di fila, sotto il sole cocente: una vera e propria condanna a morte. Spesso sono i caporali a gestire gli spostamenti di questi lavoratori sul territorio, a seconda delle esigenze. Sono anni – conclude la nota della Flai Cgil – che il sindacato denuncia irregolarità nei contratti e nell’organizzazione del lavoro e sono anni che chiediamo la necessità di controlli da parte degli organi ispettivi della Direzione territoriale del lavoro, dell’Inps e delle forze dell’ordine: controlli che, a nostro parere, sono attualmente inadeguati e insufficienti”. I sindacati hanno messo da tempo a disposizione uno strumento per favorire l’emersione di irregolarità nel lavoro: il ‘Protocollo sulla raccolta dei prodotti stagionali nell’area nord ovest della Provincia’, sottoscritto da Confagricoltura, Coldiretti, Cia e Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil, infatti, punta a introdurre meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, come tra l’altro previsto dalla determina regionale che ha introdotto le liste di prenotazione, in un comparto fortemente compromesso da ampie irregolarità su un ambito ben più vasto.
 
Il dramma che si è consumato lunedì era stato già raccontato 4 anni fa senza alcun risultato
 
Ma il dramma che si è consumato in queste ore è ormai vecchio di anni e l’assenza dello Stato in queste parti del Paese è colpevole. Tutto è stato descritto, con dovizia di particolari, in un reportage di Alessandro Leogrande nel luglio del 2011 e pubblicato sull’ultimo numero di Il mese, l’inserto culturale di Rassegna Sindacale. Ecco quello che Leogrande descriveva e che, ad oggi, è rimasto assolutamente immutato e vale decisamente la pena di leggerlo per apprezzarne contenuti e valore della denuncia.
“C’è un video che mostra tutto. Le immagini scorrono velocemente. I cassoni sono accatastati in un angolo, i lavoratori sono nell’altro. I cassoni sono vuoti. Nessuno raccoglie più il pomodoro. I lavoratori confabulano tra loro. A pochi metri di distanza, seduto su un cassone rovesciato come fosse un pascià, un caporale sbraita. Intima di muoversi, di tornare a lavorare, di non farsi venire strani grilli per la testa… Ma i raccoglitori non si muovono. Anzi, sì: due, tre di loro lo fanno. Si dirigono verso il pascià seduto e gli dicono che oggi no, oggi non lavora nessuno, incrociano le braccia. Sono stanchi di essere trattati come schiavi. Poi bloccano la strada…
Lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è iniziato così, una mattina di fine luglio. Le immagini me le ha fatte vedere qualche giorno dopo un bracciante che aveva filmato tutto, raccontandomi ciò che le immagini mostravano in un misto di italiano e francese. Per aver immortalato quei momenti con il suo cellulare l’uomo è stato pesantemente minacciato. Ti tagliamo la gola, gli hanno detto gli sgherri del caporale. Ti tagliamo la gola se le fai vedere in giro… Ma lui se ne frega, dice fiero, mentre stoppa le immagini e ripone il cellulare nella tasca dei pantaloni. Ed è allora che ho capito che una gabbia mentale era ormai andata in frantumi.
La svolta
Lo sciopero di Nardò costituisce un punto di svolta importante. Per la prima volta i braccianti stranieri, impiegati nella massacrante raccolta del pomodoro, si sono rivoltati contro i loro sfruttatori. Non è stata una rivolta esacerbata da una aggressione razzista, come nel caso di Rosarno. E non si è trattato neanche di una di quelle esplosioni di rabbia che attraversano di recente i cie della penisola. È stata una protesta matura, che ha avuto al centro della propria denuncia le condizioni di lavoro e di sfruttamento, i rapporti di forza nella campagne, i modi della rappresentanza.
Tutto ha avuto inizio la mattina del 28 luglio 2011, ma la tensione era montata già nei giorni precedenti. E per capire come è potuto scoppiare un moto di ribellione tanto ampio, che nessuno aveva previsto fino al giorno prima, sarà utile raccontare la storia sin dall’inizio. Sarà utile innanzitutto capire che cosa ci stavano a fare a Nardò, nel profondo Salento, diverse centinaia di immigrati.
 
La truffa degli ingaggi
A Nardò i lavoratori stagionali ci vanno da almeno vent’anni per raccogliere le angurie. La principale produzione dell’agro è il cocomero. All’inizio ci venivano i tunisini. Poi anche i neri provenienti dall’Africa sub-sahariana. Per anni, le centinaia di raccoglitori stagionali hanno letteralmente dormito sotto gli alberi degli ulivi, anche quando pioveva. Di giorno lavoravano per otto-dieci ore nei campi sotto il controllo dei caporali. Di notte, pure braccia da lavoro, venivano lasciati sotto gli alberi, in attesa di un nuova giornata di raccolta.
Questo scempio è andato avanti per molto tempo, anche negli ultimi anni, mentre i primi riflettori che iniziavano ad accendersi sullo sfruttamento nelle campagne pugliesi erano puntati sul Tavoliere, a Cerignola, Orta Nova, San Ferdinando… Insomma 300 chilometri più a Nord.
 
Finalmente il campo d’accoglienza ‘Finis Terrae’
 
Poi, dall’estate del 2010, qualcosa è cambiato. L’associazione pugliese Finis Terrae ha convinto il comune di Nardò ad aprire un campo d’accoglienza per i migranti impiegati nella raccolta agricola durante i mesi estivi. Hanno preso in consegna una masseria a pochi chilometri dalle ultime case del paese, la Masseria Boncuri, e vi hanno montato nello spiazzale intorno delle tende blu, come quelle della Protezione civile.
Già l’anno scorso, il campo ospitò diverse centinaia di lavoratori. Non solo: fu anche lanciata la campagna “Ingaggiami contro il lavoro nero”. Gli operatori di Finis Terrae, insieme ad alcuni volontari delle Brigate di solidarietà attiva, hanno informato i braccianti dei loro diritti con il risultato che – in una stagione agricola tutto sommato positiva – un centinaio di loro è poi riuscito a ottenere un contratto regolare.
Ma nel 2011 le cose sono cambiate, e parecchio. Il campo alla Masseria Boncuri è stato allestito un’altra volta. Le tende blu intorno all’antica struttura in tufo sono spuntate nuovamente. Diverse centinaia di braccianti tunisini, ghanesi, ivoriani, sudanesi, burkinabè sono arrivati. Ma la stagione è andata male. Le angurie sono rimaste nei campi. Un po’ perché, con la psicosi (del tutto ingiustificata) del batterio e-coli, gli italiani hanno acquistato molta meno anguria, il frutto principe dell’estate. Un po’ perché la concorrenza degli altri paese dell’area del Mediterraneo si è fatta fortissima.
Così il lavoro è stato scarso, i lavoratori impiegati sono stati pochi. E quei pochi impiegati hanno raccolto poco più che briciole. A fine luglio, quando la stagione dell’anguria era ormai compromessa, è iniziata quella del pomodoro.
 
Raccogliere pomodoro a condizioni da capestro
 
Non è molto il pomodoro coltivato a Nardò. Si tratta di trecento ettari, a fronte dei tremila coltivati ad anguria. Ma – vista la crisi – tutti i braccianti di Boncuri hanno preferito rimanere per portare a casa qualcosa. E qui si è aperto un baratro: perché le condizioni che regolano la raccolta del pomodoro sono ancora più infami di quelle che regolano la raccolta dell’anguria. I raccoglitori di oro rosso vengono pagati 3,50 euro a cassone. Non a ora, ma per ogni cassone riempito. Un cassone contiene più o meno 3 quintali di frutto, e in una giornata mediamente un uomo non allenato non può riempirne più di sei o sette in dieci-dodici ore di lavoro Da queste 20 o 24 euro vanno poi sottratti i soldi per il trasporto nei campi e quelli per l’acqua che i caporali – nei poderi assolati – si fanno pagare a caro prezzo.
 
Per i braccianti, italiani e stranieri, ingaggi da truffa
 
I braccianti ci mettono poco a capire che quegli ingaggi sono una truffa. E ci mettono poco a dare a tutto questo una parola antica, “schiavitù”. Da qui al punto di rottura, il passo è stato breve. La concentrazione della masseria ha fatto il resto. Il potere del caporalato nasce dalla fragilità e dalla solitudine dei braccianti, e diventa totale quando – come nel Basso Tavoliere – esso arriva a controllare perfino i casolari in cui i braccianti abitano. Ma se l’alloggio è libero, e – per quanto precario – condiviso da centinaia di braccia, la situazione cambia. Usando un vecchio slogan, si può dire che l’unità di vita diventa unità di lotta. Il resto sono le immagini surreali che ho visto sul cellulare di quell’uomo fiero. Uno sciopero atavico, come agli albori del movimento operaio nelle campagne pugliesi o emiliane di oltre un secolo fa. Ma ritratto con i pixel di un cellulare.
 
Quelle masserie dove i cartelli sono scritti in più lingue
 
Il pomeriggio che arrivo alla Masseria Boncuri, i braccianti hanno appena affisso un cartello sul portone di legno. Sopra c’è scritto, in diverse lingue, il succo della loro protesta: “avere dei contratti di lavoro veri; aumentare il prezzo del cassone oppure essere pagati all’ora; abolire il sistema del caporalato; aprire un ufficio (centro per l’impiego) dentro al campo; che ci vengano messi a disposizione i mezzi di trasporto e i medici”.
Mi sorprende il contrasto apparente tra i primi due punti. Il secondo (“aumentare il prezzo del cassone”) non mette in discussione il cottimo, e di conseguenza l’auto-sfruttamento cui induce. Ma, facendo un giro tra le tende, capisco che questo punto è materia di discussione tra i braccianti, e difatti quell’“oppure essere pagati all’ora” non solo rivela che c’è un dibattito spontaneo, ma che i lavoratori più avvertiti hanno ben compreso che solo il pagamento a ora è garanzia di equità. In un modo o nell’altro, tutti mettono in discussione da cima a fondo l’intermediazione del caporalato.
 
 
Il primo sciopero, una speranza, ma poi…
 
Con lo sciopero sono emersi dei portavoce della protesta. Innanzitutto c’è Yvan, un camerunense di ventisette anni. La sua storia è davvero singolare. Yvan è uno studente del Politecnico di Torino che vuole pagarsi gli studi. Parla un italiano fluente, infiamma i braccianti in lotta e allo stesso tempo risponde in maniera efficace a tutti i giornalisti che lo interpellano. È arrivato qui quasi per caso, perché un suo amico gli aveva parlato di “paghe da favola” nella raccolta agricola nel Mezzogiorno.
È lui a farmi notare una cosa di cui andando in giro nel campo avrò presto conferma: “Molti braccianti sono ex operai licenziati dalle fabbriche del Nord”. Non è gente appena arrivata in Italia. È gente che ha già lavorato in fabbrica, anche in grandi aziende, in Piemonte, Lombardia, Veneto e che a causa della crisi si è ritrovata senza lavoro. Non avevano altra scelta che giocarsi la carta della raccolta dell’anguria o del pomodoro, iniziando a girare come greggi per il Salento, la Puglia settentrionale, la Basilicata, la Calabria… Non ci sono stati quindi solo la concentrazione abitativa nella masseria, e il lavoro informativo dei volontari, della Flai e della Cgil, ad accendere la protesta. C’è stata anche, per molti di loro, una esperienza di vita e di lavoro diversa alle spalle.
Habib e Ben Salem sono altri due portavoce. Sono tunisini, hanno storie simili. Entrambi conoscevano Nardò fin dai primi anni novanta. Ci venivano già allora per la raccolta delle angurie. Ben Salem è stato qualche anno pure a Orta Nova, dove un caporale per un dissidio gli ha bruciato la casa. Nelle sue parole il Sud è sempre sinonimo di assenza della legge, violenza, sopraffazione di pochi a danno di molti, sia italiani che stranieri. Poi ha trovato di meglio “al Nord”. Per un decennio ha lavorato a Belluno in una fabbrica di pannelli solari. Infine è stato licenziato.
Habib invece, dopo i primi anni da raccoglitore di angurie, si è trasferito a Empoli, dove lo hanno raggiunto la moglie e i figli. Anche a lui, per un decennio, le cose sono andate bene.
 
La fuga ed il ritorno a Nardò di un immigrato tunisino
 
Aveva una casa e un contratto regolare in edilizia. Poi, con la crisi, tutto è precipitato. Ha perso il lavoro e non ha più potuto pagare l’affitto. Così ha rimandato moglie e figli in Tunisia, ed è tornato a Nardò. A cercare di raccogliere, come tutti gli altri, qualche centinaia di euro tra le angurie e i pomodori. Habib è di quelli che fanno il Ramadan. Non mangia e non beve per tutto il giorno, anche se il termometro segna abbondantemente più di 40°.
Yvan è più pacato. In Habib e Ben Salem c’è invece una rabbia muta: a volte sconsolata, altre volte più accesa. La rabbia per una vita andata a male appresso alla crisi, per un percorso a ritroso di cui non riescono a intravedere neanche la fine.
 
A Nardò si guadagna molto meno che in Africa
 
Tra le tante storie che mi è capitato di sentire, mi ha colpito molto quella di un ghanese. Ha vissuto per molti anni in Libia. Lì guadagnava 30 dollari al giorno come operaio sui pozzi petroliferi. Quando è scoppiata la guerra, ha deciso di venire in Italia. E ha fatto bene, dice: se fosse rimasto, probabilmente sarebbe stato linciato come presunto mercenario di Gheddafi. Il punto però è che, una volta arrivato a Nardò, si è reso conto che qui si guadagna molto meno che in Africa.
Una vittoria: le liste di prenotazione
Il blocco totale dei campi è durato una settimana. All’inizio nessuno andava a lavorare, i pulmini dei caporali venivano respinti, anche se arrivavano nei pressi della masseria nel cuore della notte, molto prima dell’inizio della giornata lavorativa. Poi la fame e il timore che lo sciopero non portasse risultati immediati hanno preso il sopravvento. Così, mentre le minacce di morte dei caporali contro i portavoce si facevano più frequenti, in molti nella base hanno cominciato a cedere e sono tornati a lavorare nelle stesse condizioni di prima, a volte per paghe sensibilmente inferiori: 2,50 euro a cassone.
Intorno al 7-8 agosto una buona metà del popolo di Boncuri è tornato sotto le grinfie dei caporali, favorendo in breve tempo la chiusura della raccolta del pomodoro, mentre gli altri – 150, 200 – hanno continuato la protesta, pur non avendo più un solo euro in tasca. Hanno chiesto l’apertura di un tavolo istituzionale. Hanno intuito, pur in un momento di grande difficoltà, che lo sciopero avrebbe ottenuto qualche risultato (se non immediato, almeno per il futuro) solo con una soluzione politica.
 
Cosa rimane del primo sciopero (2011) dei braccianti stranieri in Italia? 
 
Che cosa rimane del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia? L’aver alzato la testa, e l’averlo fatto in gruppo. L’aver deriso i caporali, l’aver inceppato il meccanismo dello sfruttamento, anche se per pochi giorni. Lo sciopero di Nardò è sorto dall’incrocio di una serie di coincidenze. Non fornisce un modello immediatamente esportabile altrove, a Cerignola o a Rosarno. Lì la violenza contro chi blocca i campi sarebbe probabilmente più feroce, e il ricorso ai “crumiri” più efficace. Perché maggiore è la frammentazione dei lavoratori, più asfissiante la presenza (diretta o indiretta) della criminalità organizzata, più evidente la “concorrenza” di metodi che rasentano la riduzione in schiavitù. Eppure l’esempio resta, e gli esempi spesso scavano sotto terra. Sedimentano le esperienze di lotta, e il loro ricordo. E prima o poi qualcosa di simile rispunta fuori.
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