ONU: schiaffo alla Palestina. Europa divisa sul processo di pace. Israele e Usa mostrano i muscoli (e i soldi?)

ONU: schiaffo alla Palestina. Europa divisa sul processo di pace. Israele e Usa mostrano i muscoli (e i soldi?)

Per un solo voto, non è passata la Risoluzione elaborata dall’Autorità nazionale palestinese e presentata dalla Giordania al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella tarda serata newyorkese di martedì 30 dicembre. Otto stati membri hanno votato a favore: Russia, Cina, Francia (membri permanenti), Giordania, Ciad, Lussemburgo, Argentina e Cile. Due hanno votato contro: Stati Uniti (membro permanente) e Australia. Cinque sono stati gli astenuti: Gran Bretagna (membro permanente), Rwanda, Nigeria, Lituania e Corea del Sud. Sarebbero bastati nove voti per il passaggio di una Risoluzione storica, soprattutto per favorire il processo di pace a Gaza e nella Cisgiordania. Evidentemente, l’annuncio dell’eventuale veto Usa e le pressioni esercitate dal premier israeliano uscente Netanyahu sono stati decisivi per le scelte dei cinque Paesi astenuti. Si sapeva che l’Australia avrebbe votato contro, essendo uno degli alleati più fedeli di Israele. Prima del voto in Consiglio di Sicurezza, Netanyahu ha parlato ai presidenti di Nigeria e Rwanda, chiedendo loro di non sostenere la Risoluzione palestinese, ma di astenersi. Ed è stata proprio la Nigeria che ha determinato il risultato del voto in Consiglio di Sicurezza, poiché è passata dal voto favorevole all’astensione.

La Risoluzione è stata presentata dalla Giordania perchè la Palestina non ha ancora ottenuto il riconoscimento formale di stato e di membro dell’Onu, e nel suo nucleo aveva tre punti sostanziali: il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati entro i confini precedenti al 1967; una data precisa, il 2017, entro la quale realizzare il ritiro; la candidatura di Gerusalemme Est a capitale del nuovo stato palestinese. Una serie di ulteriori mediazioni, nel tentativo di convincere gli stati apparentemente più distanti, aveva cancellato la candidatura di Gerusalemme. Ma non è bastato.

In assenza dell’ambasciatore israeliano all’Onu, Prosor, e del suo vice, Roth, il discorso anti Risoluzione è stato affidato al consigliere nazionale Nitzan-Tikochinski, il quale ha affermato, in 45 secondi: “ho una notizia per i palestinesi – non potete imporre a modo vostro uno stato”. Ed ha accusato i palestinesi di approfittare “di ogni opportunità possibile per evitare negoziati diretti”, avvertendo il Consiglio di Sicurezza ONU che sarebbe stato opportuno “fermarsi con l’indulgenza verso i palestinesi e mettere fine alla loro marcia folle”. Insomma, la posizione del governo israeliano uscente e della sua diplomazia era chiara fin dall’inizio: convincere la comunità e la diplomazia internazionale a mantenere lo status quo in Medio Oriente, dove ovviamente la potenza militare israeliana può disporre a proprio piacimento della vita e della morte di un milione di palestinesi, come è stato dimostrato durante la guerra dell’estate scorsa.

Gli sforzi degli Stati Uniti per evitare di giungere ad un voto favorevole di nove stati membri e al passaggio della Risoluzione sono stati invece compiuti dal segretario di stato, obamiano, John Kerry. Nei due giorni precedenti, egli ha chiamato le controparti di Giordania, Arabia Saudita, Egitto, Gran Bretagna, Cile, Germania e Francia. Ha parlato con il presidente del Rwanda, con Federica Mogherini, Alto Rappresentante della politica estera UE, col presidente palestinese Abbas e infine con Netanyahu. Al termine di questo giro diplomatico faticosissimo di Washington teso a convincere i più vicini ai palestinesi al ritiro della Risoluzione, oppure a minacciare il veto americano, l’ambasciatrice USA all’Onu ha difeso la posizione di Kerry, e di Obama, contraria alla Risoluzione, sostenendo che “non si tratta di un voto contro la pace” tra israeliani e palestinesi. “Gli Stati Uniti cercano ogni giorno nuove strade per compiere passi costruttivi a sostegno delle parti per progredire verso il raggiungimento di una intesa negoziata. La Risoluzione al Consiglio di Sicurezza presentata oggi non è uno di quei passi costruttivi”. Ed ha aggiunto che il testo è “profondamente sbilanciato” e contiene “date senza costrutto che non tengono conto delle legittime preoccupazioni di Israele sulla sicurezza. E per peggiorare le cose, è stata messa ai voti senza una discussione né la debita considerazione degli stati membri”. E questo, nell’ipocrisia della posizione americana, era il colpo al cerchio palestinese. Ma non è mancato il colpo alla botte israeliana. L’ambasciatrice Power infatti ha detto che “il voto di oggi non deve essere interpretato come una vittoria di un insostenibile satus quo”, aggiungendo che Washington si opporrà ad azioni di ambedue le parti che potrebbero minacciare gli sforzi di pace, sia “nella forma dell’attività di occupazione dei territori, sia nella forma di risoluzioni squilibrate”.

Dalla parte opposta, l’ambasciatrice Onu francese Delattre è stata durissima contro Israele e l’alleato americano. “Parigi”, ha gridato l’ambasciatrice, “continuerà nei suoi sforzi per giungere ad una risoluzione del Consiglio che aiuterebbe a far progredire gli sforzi di pace. Il processo di pace deve evolvere. Se le parti non sanno prendere da sole le decisioni, sia la comunità internazionale ad assumersene il fardello”.

Curiosa e ambigua la posizione della Gran Bretagna. Poche settimane fa, la Camera dei Comuni ha votato alla quasi unanimità il riconoscimento dello stato di Palestina, e dunque ci si attendeva una scelta positiva nel voto sulla Risoluzione, coerente con quella decisione parlamentare. Esattamente come ha scelto la Francia. Invece, la Gran Bretagna ha deciso di astenersi. Perchè? Nel suo discorso all’Onu, l’inviato britannico ha sostenuto che il suo paese “riconosce la frustrazione palestinese e la pressione cui è sottoposto il presidente Abbas. Ma la comunità internazionale ne uscirebbe divisa, come anche l’Unione Europea, che sulla questione palestinese non ha ancora maturato una politica comune”. All’indomani del voto, è stato lo stesso Cameron a giustificare l’astensione British con un richiamo all’assenza di posizioni unitarie della Ue, come “dimostra l’altalena della Mogherini”.

La reazione palestinese è stata, manco a dirlo, durissima. Il capo dei negoziatori Onu della Palestina, Saeb Erekat, ha giudicato il fallimento della Risoluzione come “una violazione del diritto internazionale. Chiunque non abbia sostenuto la proposta palestinese, ha sostenuto invece la continuazione del disprezzo israeliano, gli insediamenti e la violazione del diritto internazionale”.

Insomma, il 30 dicembre 2014, a New York, la comunità internazionale, rappresentata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha scritto una delle sue pagine più disastrose e pietose. E ancora una volta, a farne le spese è stato il popolo della Palestina, chiuso nel recinto dei Territori occupati e sottoposto ai ciclici attacchi militari decisi a Tel Aviv. Pochi stati occidentali si salvano da questa amara prova, la Francia su tutti. La speranza è che dal primo gennaio 2015 cambierà la composizione di dieci sui quindici membri del Consiglio di Sicurezza, e che i tra i dieci che si alterneranno non vi siano paesi facilmente “addomesticabili” agli interessi israeliani. Quindi, fin da gennaio, si potrà ripresentare la Risoluzione, ovviamente modificata. Altra speranza che possiamo qui ed ora avanzare è che, conoscendo bene le posizioni espresse in passato da Federica Mogherini sulla Palestina e sulla soluzione “due popoli, due stati”, anche l’Unione Europea si faccia sentire con forza, evitando ogni atteggiamento subalterno nei confronti di Israele o degli Usa.

 

 

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