Unioni civili, arriverà prima il sì della Chiesa che quello dello Stato?

Unioni civili, arriverà prima il sì della Chiesa che quello dello Stato?

Potrà sembrare assurdo, ed effettivamente lo è, ma negli stessi giorni in cui la Chiesa cattolica si riunisce per discutere ipotetiche aperture in materia di famiglia e unioni civili, la politica prova a chiudere il dibattito. Alfano ha vietato ai sindaci di registrare i matrimoni gay avvenuti all’estero nei loro Comuni. Ed è subito rivolta. «Se vogliono annullare gli atti delle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero lo facciano. Io non ritiro la mia firma. Lo facciano dunque ma non nel nome di Bologna, che come sindaco rappresento. Io non obbedisco», insorge Virginio Merola. Per Emilio Bonfazi, sindaco di Grosseto, «conta più una sentenza del tribunale che una circolare del ministro», così come per il sindaco di Udine, Furio Honsell, «una questione come questa non va risolta con circolari burocratiche, ma deve essere portata in Parlamento o davanti alla Corte costituzionale».

Il bisogno (o l’urgenza) di far corrispondere un adeguato riconoscimento formale e legale a situazioni entrate ormai pienamente a far parte del costume contemporaneo si può toccare con mano in Italia. Esistono persone dello stesso sesso che convivono. Così come esistono coppie che divorziano. Perché la Chiesa, seppur con i suoi tempi, sta prendendo atto dei divorziati e lo stesso non sta facendo lo Stato con gli omosessuali? La Chiesa non ha alcun vincolo se non morale sulla vita dei cittadini, mentre lo Stato è deputato a governare ed esercitare un potere su di essi, potere che è prima di tutto legato alla rappresentanza: lo Stato è rappresentativo dei suoi cittadini. O così dovrebbe essere. Quanti omosessuali conviventi si direbbero oggi rappresentati e tutelati dallo Stato?

Alfano si è difeso dagli attacchi dei sindaci affermando che essi siano dovuti a «polemiche ideologiche», spiegando di aver «solo fatto rispettare la legge italiana», la quale non prevede le unioni gay. Perché allora non togliere i bambini nati dalle coppie andate all’estero per poter usufruire della fecondazione eterologa e poi tornate in Italia? Forse il problema non è il riconoscimento in Italia, ma il fatto stesso che queste persone siano dovute fuggire dall’Italia per far valere i propri diritti. A proposito dell’eterologa, non ci sarà più bisogno di migrare. Per le unioni civili il rischio è che forse arriverà ad accettarle prima la Chiesa che lo Stato.

Sabrina Labate

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