La Cgil di Roma e del Lazio di fronte al futuro

La Cgil di Roma e del Lazio di fronte al futuro

Presentato il Piano del lavoro ma la congiuntura economica non aiuta: crollo del potere d’acquisto e boom di disoccupati (300mila)

Questa mattina, nella sala conferenze della Stazione Tiburtina, la Cgil di Roma e Lazio ha presentato il “Piano del lavoro: 1° verifica, integrazioni e sviluppi”, cioè un documento fonte di riferimento, operativo e teorico, sia per il sindacato sia per le amministrazioni locali. Nel corso della mattinata sono intervenuti, tra gli altri, Claudio Di Bernardino, segretario generale della Cgil Roma e Lazio, e Susanna Camusso, segretario generale del sindacato di Corso Italia, per chiudere i lavori. Di Bernardino, alla luce delle prime verifiche eseguite, ha esposto un programma in dieci punti che pone l’esigenza di “ripartire dal lavoro”, tenendo presente che le scelte di governo adottate nell’ultimo periodo non hanno aiutato né gli studenti, né tantomeno i cassaintegrati e i precari. “Dobbiamo ridefinire il futuro delle imprese, rideterminare una prospettiva per le aziende senza futuro – ha spiegato Di Berardino – perché non si può risolvere tutto con la cassa integrazione. E’ necessario garantire gli ammortizzatori sociali, salvaguardare il welfare e creare nuovo lavoro” Inoltre, è stata posta l’esigenza di avviare un censimento delle risorse e una loro razionalizzazione, che potrebbe portare a 1,2 miliardi di euro in più, una regolarizzazione degli appalti, nei cui cambi spesso si perdono la metà dei lavoratori, l’uscita dal commissariamento della Sanità e una riorganizzazione del trasporto pubblico locale, da porre sotto la direzione di un’unica azienda.

Il Piano del Lavoro definito dal sindacato compirà un anno il prossimo 4 dicembre. E questa mattina il presidente Eures, Fabio Piacenti, ha illustrato i dati circa la situazione occupazionale nella Regione Lazio, raccolti negli ultimi 12 mesi. La situazione – come sapevamo – è piuttosto negativa.

Infatti, i consumi sono calati del 3,1%, con un’inflazione del 16,3% che ha diminuito, e non di poco, il potere d’acquisto delle famiglie laziali. Dal 2011 al 2013, gli impieghi sono diminuiti del 21,4%, mentre i disoccupati del Lazio hanno superato quota 300 mila. Il tasso riguardo la capacità di assorbimento occupazionale delle imprese del Lazio è sceso, in sette anni, dal 53% al 15,1%. La disoccupazione giovanile nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni è del 45,9%: “ciò significa sottrarre intelligenza al lavoro” ha spiegato Piacenti, che ha poi sottolineato come sia ancora marcata la differenza di genere in termini di disoccupazione. A fronte di tutto ciò, anche le politiche regionali dovrebbero avvenire alla luce dell’integrazione nelle politiche europee, con l’utilizzo mirato dei fondi europei e l’attenzione puntata su tre parole chiave: qualità, creatività e innovazione. Parole che stridono con i dati della disoccupazione giovanile. Per cercare di porre rimedio a questa situazione, bisognerebbe adottare una strategia di sistema unitaria, per evitare la parcellizzazione degli interventi economici e puntare sullo sviluppo della regione grazie all’interazione delle parti sociali in gioco.

Le aree su cui intervenire sono state ridotte a 12: Banda larga, ITC, smart cities; trasporti e mobilità; messa in sicurezza del territorio; edilizia e politica dell’abitare; politica sui rifiuti; politiche industriali; agricoltura; turismo; commercio e distribuzione; welfare e servizi alla persona; terzo settore; conoscenza e cultura. Su quest’ultimo punto, Claudio di Bernardino ha detto che “non possiamo vantarci di avere i teatri di Roma occupati e non possiamo vantarci nemmeno dei licenziamenti al teatro dell’Opera.” A proposito di cultura, nella conferenza sono stati chiamati ad intervenire anche alcune figure istituzionali che rappresentano i luoghi in cui maggiormente si dovrebbe produrre conoscenza: il prof. Alessandro Ruggieri, rettore dell’Università di studi della Tuscia, il quale ha dichiarato come più della disoccupazione giovanile, quello che dovrebbe preoccupare le istituzioni “è la sfiducia giovanile nei confronti delle università”. “Non vogliono più studiare perché pensano che non serva” sostiene Ruggieri. “Come si può tornare a crescere, se i giovani rinunciano a specializzarsi, in un mondo in cui le novità e i cambiamenti tecnologici sono all’ordine del giorno e l’economia digitale è la nuova frontiera dei paesi industrializzati? Come si può valorizzare il nostro patrimonio culturale se, ad esempio, solo 1 su 5 dei laureati in Beni Culturali dell’Università della Tuscia trova lavoro nel settore in cui si è specializzato?” si domanda il rettore. In realtà, è vero che i laureati qualificati hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, ma è anche vero che in una prospettiva medio-lunga di 5-10 anni dalla laurea, lo studio rende sia in termini occupazionali che dal punto di vista del reddito. Per questi motivi “bisogna fare in modo che alla teoria degli studi si affianchi immediatamente una prospettiva occupazionale che dia agli studenti le competenze necessarie per emergere nel mondo del lavoro”, ha concluso il professor Ruggieri.

Il professor Ciccarone, invece, preside della facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma ha ricordato come “non ci sia nulla di più pregiudiziale per la dignità umana che la disoccupazione”. Secondo i suoi studi, se le istituzioni non tornano a investire sulla ricerca, sullo sviluppo e sul capitale umano “non ce la faremo mai” a uscire dalla crisi. A tal proposito il professore ha mostrato un grafico che riportava gli investimenti proprio in ricerca e sviluppo dei paesi europei. Sulla base delle scelte prese, se non si inverte la rotta, l’Italia rischia di essere la quintultima in questa classifica di merito. Un altro tema molto importante è stato quello esposto da Maurizio Stirpe, presidente Unindustria Roma e Lazio, che ha parlato della necessità di un riequilibrio territoriale tra Roma e le altre Province, dove la situazione economica e occupazionale è ancora più drammatica. In generale e per risolvere questo squilibrio, bisogna fare in modo che chi ha la competenza, le risorse e la volontà di investire in infrastrutture o in altre iniziative possa farlo, rimuovendo quegli ostacoli che spesso impediscono di investire e spendere.

Erano presenti all’incontro organizzato dalla Cgil anche l’assessore al Lavoro della Regione Lazio, Lucia Valente, e il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, i quali hanno illustrato le iniziative politiche che le rispettive amministrazioni cui appartengono sono pronte a lanciare o hanno già lanciato. “Garanzia Giovani”, “Torno Subito” e la staffetta generazionale sono alcuni di questi esempi.

La conclusione dei lavori è stata affidata al segretario generale della Cgil Susanna Camusso. “C’è bisogno di lavoro. Di buon lavoro, a livello quantitativo e qualitativo” ha esordito Camusso. “Le politiche economiche non possono essere sempre astratte. E’ necessario fare bilanci, verificare le responsabilità e capire cosa hanno comportato le misure che si sono prese nel tempo. Non è vero che basta ridurre le tasse per tornare a crescere” ha spiegato il segretario della Cgil. “Il problema più grande è rappresentato dal fatto che c’è troppo poco lavoro e che ora si vive in povertà anche quando si ha un impiego. I giovani lasciano il Paese per non tornare, perché hanno capito che qui non avranno occasione di spendere i loro saperi”. Secondo Camusso, per tornare a crescere, servono investimenti e l’individuazione di una prospettiva di crescita in termini di occupazione.

Giacomo Pesci – Diego Sambucini

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