Laura Damiola. Festival di Cannes. Vince “Triangle of Sadness”, Palma d’Oro alla provocazione, e la sfida del cinema d’impegno è lanciata

Laura Damiola. Festival di Cannes. Vince “Triangle of Sadness”, Palma d’Oro alla provocazione, e la sfida del cinema d’impegno è lanciata

Dalla nostra corrispondente a Cannes.

Per chi non lo sapesse, il “Triangolo della Tristezza” si riferisce alle rughe che si formano tra le sopracciglia, sotto il peso dell’esistenza e dei problemi, e che una tossina botulinica (botox) può cancellare. Triangle of Sadness è anche il titolo in lingua originale dell’ultimo film dello svedese Ruben Östlund. Palma d’Oro del 75° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, il regista aveva già ricevuto il prestigioso premio 5 anni fa, per The Square, facendolo entrare nell’esclusivo club delle Palme bis, al pari dei fratelli Dardenne, Ken Loach e Michel Hanneke.

Una seconda Palma, dunque, per salutare quello che potrebbe essere frettolosamente riassunto in un vomito iperbolico e violento dell’attuale neocapitalismo attraverso un “campionario”, imbarcato sulla stessa barca, dell’iperclasse mondiale, quella degli ultra-ricchi: questo 1% che da solo accumula tanta ricchezza quanto la metà della popolazione che vive sul pianeta Terra. A bordo, una coppia di influencers (quelli che fanno cybercommercio del loro fascino al servizio dei brand). Nella crociera si imbattono in un oligarca, in trafficanti o speculatori, tutti debitamente botoxati come neo-mummie, il loro segno di riconoscimento. La crociera è divertente fino a quando una tempesta scuote questo “concentrato” di approfittatori della globalizzazione, trasformandolo in un geyser umano con conati di vomito, ad nauseam. Il termine latino non è stato mai così appropriato, perché il cineasta svedese consapevolmente fa durare la sequenza così a lungo, ha spiegato alla stampa internazionale, cosicché lo spettatore “riesca a commiserare quelli che aborriva poco prima”.

Non è infatti la prima volta che accade. Un’altra satira del consumismo e della decadenza della classe dirigente dell’epoca è già stata premiata a Cannes, mezzo secolo fa, nel 1973, con La Grande Bouffe del contestatore Marco Ferreri (premiato ex aequo con La Maman et la Putain di J. Eustache). Il capolavoro di Ferreri rivoltò i custodi del buon gusto di fronte a quello che era, già, un regolamento di conti con la “società dei consumi” odiata da Ferreri e da tanti altri. Tuttavia, lo “tsunami” di vomito innescato nel 2022 da Östlund non ha proporzioni con le litanie del bere, del mangiare, del defecare, dell’orinare del regista milanese. Domanda: questa abbondanza di vomito che schizza da ogni parte, questa dimensione grottesca rendono la satira più feroce, il sarcasmo più vendicativo? Ostlünd è un nuovo Ferreri più acido, duro e più corrosivo?  È la vendetta per una nuova condizione sociale? Non è sicuro. In una terza parte di un film di 2ore e 30 minuti, il regista svedese inverte la rotta. Dopo il simbolico affondamento dello yacht Christina O, la donna delle pulizie impone una dittatura matriarcale del proletariato, tra i sopravvissuti spogliati dei loro soldi e beni (tranne il botox). Happy End?

Considerare Ruben Östlund come un nuovo campione anticapitalista sarebbe una pura aberrazione. “Mio fratello è un neoconservatore di destra, mia madre una donna di sinistra, io sono tra i due” ha precisato in conferenza stampa colui che nel 2017 ha detto ai giornalisti: “Mi piace l’idea di dividere la destra come la sinistra”, una sinistra imbrigliata, secondo lui, in una ostentazione esagerata di una falsa sensibilità di benpensanti. I suoi detrattori (piuttosto di sinistra tra l’altro) lo accusano di fare il gioco della provocazione per puro carrierismo, per soddisfare il noto appetito delle giurie di Cannes per la provocazione. Bisogna riconoscere che il calcolo di Östlund, se c’è un calcolo, gli ha offerto la sua seconda Palma, succedendo al cruento transumanesimo del film “Titanio” di Julia Ducournau, sul podio più alto lo scorso anno. Inoltre, Östlund non nega di “sputare nel piatto nel quale mangia”. “Sarebbe idealistico dire che non devo scendere a compromessi. Se voglio cambiare le cose, devo entrare nel sistema. E mi sto divertendo”, dice, aggiungendo che farà volentieri il suo prossimo lungometraggio con i soldi dei fondi americani…

Al di là delle polemiche, che sono il suo marchio di fabbrica, il “più grande festival cinematografico del mondo”, Cannes, ha ancora una volta compiuto la sua missione di rappresentare la sfera sfaccettata di mali, paure e ansie contemporanee. Il suo Palmarès offre come ogni anno un inimitabile riflesso della società, in un miscuglio forse  disordinato, ma  rivelatore. Ecco alcuni esempi.

L’inverno demografico e la questione del congelamento delle pensioni di vecchiaia, viene messo in risalto con il film “Piano 75” del giovane giapponese Hayakawa Chie, che ha ricevuto il Premio speciale della Caméra d’or. Il film racconta di un sistema di incentivi per l’eliminazione delle persone di età superiore ai 75 anni. Rabbrividiamo.

La mercificazione dei corpi e i suoi epifenomeni, come la Body Art e/o il tatuaggio di massa, sono opportunamente sezionati, in versione post-apocalittica, dai “Crimini del Futuro”, del regista canadese David Cronenberg. Se la vivisezione umana viene elevata al rango di grande arte, il crimine risiede, forse, nelle viscere plastificate di un giovane ragazzo mostrato sventrato al pubblico.

Lo sporco traffico di bambini è il tema centrale in “Les Bonnes étoiles” del maestro giapponese Hirokazu Kore-eda. Ha vinto un premio per il miglior attore protagonista, il coreano Song Kang-Ho. Affermatosi con il film “Parasite”, questa volta interpreta un trafficante  di neonati affidato alla custodia di scatole messe a disposizione di genitori che desiderano abbandonare i loro figli. Il problema cruciale della sopravvivenza sociale è al centro di un film denuncia sul destino dei bambini immigrati e isolati, Tori e Lokita, dei celebri fratelli Dardenne.  Jean-Pierre e Jean-Luc vengono premiati con un premio speciale del 75° festival su misura: una sorta di medaglia al merito per la loro lunga carriera al servizio del cinema d’autore. Il peso schiacciante del patriarcato, l’umiliazione delle donne e la violenza che subiscono, in tutti i continenti, trovano invece la loro risonanza in “Holy Spider” dell’iraniano Ali Abbasi, attraverso un’indagine su un serial killer di prostitute. L’attrice protagonista, l’iraniana Zar Amir, a sua volta esiliata in seguito a uno pseudo “scandalo sessuale” (immagini pubblicate su Internet dal suo compagno) vince il  premio come migliore attrice protagonista, “la rivendicazione  di tutto ciò che ho sofferto”, ha detto.

La minaccia dell’Islam e le paure che suscita e cristallizza, qua e là in Occidente, è invece il pilastro di “Boys from Heaven” dello svedese-egiziano Tarik Saleh: un thriller  politico-religioso che è ambientato  all’Università al-Azhar del Cairo. Secondo le sue stesse parole, l’autore avrebbe preferito scrivere un libro piuttosto che girare il film! Va notato che né “Holy Spider” né “Boys from Heaven” hanno potuto  essere realizzati nel paese che li ispira, rispettivamente Iran ed Egitto. Il film torna a casa con il Premio per la miglior sceneggiatura.

Ma, il peggio del peggio, consiste in questa parte di disumanità propria degli esseri umani e nelle conseguenze che si riflettono nell’occhio malinconico di un piccolo asino sardo: una  specie particolare,  che porta una croce sulla schiena. È l’eroe di “Eo” (o Hi-Han), una coproduzione italo-polacca di un superstite della “nouvelle vague”, Jerzy Skolimowski, 84 anni, compagno di classe del drammaturgo, dissidente e presidente ceco Vàclav Havel, conosciuto anche per aver aiutato Roman Polanski a realizzare il suo primo film. Separato dalla sua padroncina, equilibrista, che lo ama e lo protegge in base a una legge che vieta gli spettacoli di animali in un circo, in nome dei buoni sentimenti degli animalisti, Eo è condannato a passare da una forma di sfruttamento all’altra, tra trasportatori di animali destinati al macello, tifosi di calcio, luna park o famiglia borghese, sulla lunga strada che lo porta dalla Polonia all’Italia. Il regista polacco ha dedicato il suo film agli animali e ha voluto citare ogni nome degli attori dalle lunghe orecchie, che hanno recitato davanti alla sua macchina da presa: Taco e Pola, Marietta, Rocco e Mela. Sulla sua strada, il piccolo asino attraversa il bene e il male, sperimenta gioia e dolore, senza che il suo sguardo perda mai la sua innocenza, proprio come quello del piano finale dell’eroe di “Au Hasard Balthazar” (un altro asino) di Robert Bresson (1966): “L’unico film che mi ha fatto piangere”, ha precisato Jerzy Skolimowski.

Ed Eo è stato coronato con il Premio della Giuria, ex-aequo con le “Otto Montagne”, altra coproduzione italiana che si  si è ispirata al libro di Paolo Cognetti. È in concorso per l’Italia, ma è stato realizzato dai registi belgi Charlotte Vandermeetsch e il compagno Felix Van Groeningen. Il film è ambientato nelle montagne della Valle d’Aosta e racconta la storia di un’amicizia nata da bambini d’estate, proseguita da adolescenti e poi da adulti, che legherà per sempre il montanaro Bruno (Alessandro Borghi) e il cittadino Pietro (Luca Marinelli).

L’amicizia, l’amore, la coppia, la famiglia, la fragilità delle nostre relazioni, ostacolate o annullate dalla pressione sociale e dall’interferenza degli altri o dalle circostanze storiche (come la guerra), costituiscono un altro degli aspetti tematici di questa 75esima edizione. Creano un ponte tra i due film ex-aequo del Grand Prix 2022, “Stars at Noon” della francese Claire Denis. Il secondo, “Close”, si concentra sulla particolare amicizia di due adolescenti inseparabili, in simbiosi fusionale, Léo e Remy che hanno 13 anni, e il cui legame non resiste agli sguardi obliqui e ai commenti acidi dei loro compagni. Lukas Donkt continua la sua esplorazione della adolescenza come un processo di trasformazione. Ha ricevuto la Caméra d’Or nel 2018 per “Girl”: la storia di una ballerina che cambia sesso.

La complessità delle relazioni può tradursi in un inquietante magnetismo degli opposti: è uno dei fili del film “Decision to Leave”, del coreano Park Chan-wook dove il sospetto di un poliziotto si trasforma in un’attrazione (platonica) per una giovane cinese sospettata di aver causato la morte del marito, deceduto in seguito a una caduta in montagna. A uno dei più grandi stilisti contemporanei del cinema le cui immagini sono esse stesse magnetiche è giustamente attribuito il Premio della Regia.

La nostalgia è stato uno dei temi ricorrenti tra i film selezionati, ma non premiati. Come “Nostalgia” di Mario Martone, uno dei rappresentanti dell’Italia in concorso, che riporta a Napoli un italiano espatriato (uno straordinario Pierfrancesco Favino) ed è stato accolto con 10 minuti di applausi. Sullo stesso tema dei ricordi autobiografici, citiamo “La moglie di Čajkovskij”, di Kirill Serebrennikov; “Armageddon Time”, di James Gray; “Les Amandiers”, di Valeria Bruni-Tedeschi; “Un fratellino”, di Léonor Serraille, “Fratello e sorella”, di Arnaud Desplechin e  “Pacifiction” del catalano Albert Serra.

La nostalgia non sempre paga. In ogni caso, è un sentimento che solleva indirettamente la domanda: era davvero meglio prima? E per essere più precisi sul Festival di Cannes, l’ultimo difensore fino ad oggi di un cinema proiettato nelle sale su un grande schermo, era meglio prima dell’era delle piattaforme digitali, escluse qui sulla Croisette? Per Claire Denis e la maggioranza degli altri registi invitati a discutere del futuro del cinema in una conferenza moderata di persona da Thierry Frémaux, Delegato Generale del Festival, la risposta è chiaramente sì. La magia del Cinema si crea nelle sale e sul grande schermo. Resta che, ciò che era meglio “prima”, sono le cifre di frequentazione delle sale cinematografiche da parte dei film premiati a Cannes. La Palma d’Oro del 2021 ha registrato solo circa 300.000 ingressi in Francia. Una cifra appena superiore a quella della prima Palma d’Oro di Ruben Östlund nel 2017. Invece, i due milioni di spettatori del film “Parasite”, con un tema più universale, fanno ben sperare.

Questi dati ci danno un’idea della grande sfida del Festival di Cannes alla vigilia dell’insediamento del suo nuovo presidente, Iris Knoblock, la prima donna ad assumere questo ruolo ed ex-leader in Francia del colosso Warner. Riuscirà con una nuova ricetta innovativa, sostitutiva della provocazione e dello scandalo? Risposta dal 2023 sui nostri schermi, piccoli e grandi.

 

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