Patrizio Paolinelli. Solidarietà e pandemia. Intervista a Simonetta Bisi, sociologa, Università La Sapienza

Patrizio Paolinelli. Solidarietà e pandemia. Intervista a Simonetta Bisi, sociologa, Università La Sapienza

Simonetta Bisi insegna sociologia all’Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato numerosi studi sulla condizione delle donne, sui temi dell’identità e dei diritti umani. La intervistiamo per una riflessione sul ruolo della solidarietà nell’anno del Covid.

Quali significati ha assunto la solidarietà durante la pandemia?

Penso che la solidarietà indichi essenzialmente il legame di ciascuno con tutti. Un’empatia che comporta la capacità di identificarsi con gli altri, in questo caso soggetti alla stessa tragedia. C’è quindi un’etica nella solidarietà che rifugge dall’egoistico “pensa a te stesso” per guardare all’altro in difficoltà. E questo vale sia a livello dei governi sia a livello individuale. Sarebbe un bell’esempio di solidarietà togliere il brevetto ai vaccini contro il Covid per ampliarne la produzione anche in quelle nazioni che non hanno la possibilità di comprare i milioni di vaccini necessari. Così come vaccinare per primi i soggetti fragili e gli anziani. La solidarietà si esprime pure nei gesti quotidiani, come il rispetto delle regole – mascherine, distanziamento, isolamento – il sostegno, anche semplicemente con una telefonata, ai tanti che vivono in solitudine questa necessaria reclusione, alle famiglie non più in grado di pagare affitto, mutui e bollette. La solidarietà sociale deve cercare di mitigare le disuguaglianze che, già presenti, si sono ulteriormente aggravate, ricorrendo, per esempio, a una tassazione speciale sui grandi patrimoni, a incentivi statali, a forme di sostegno ai redditi e a capacità di creare lavoro.

Dinanzi al Covid il volontariato laico e religioso si è mobilitato in forze. Quale impatto ha avuto nel contrasto all’incremento della povertà registrato da un anno a questa parte?

 La capacità di “aiuto” delle organizzazioni di volontariato è ben visibile. Il loro sforzo ha fatto da argine alle situazioni di più grave disagio, ha consentito a molti di resistere e di sperare. Non si tratta solo della possibilità di nutrirsi a pranzo e a cena – le lunghe file davanti alle mense per i poveri documentano l’entità della crisi – ma di un aiuto concreto, parlo di affitto, bollette e così via, un aiuto orientato a progetti di reinserimento lavorativo. Le persone vanno sostenute nel trovare un loro percorso, perché non si accontentino di lavoretti in nero e ricomincino a sperare in una vita vissuta con piena dignità. Pacchi alimentari, vestiario, medicinali e generi di prima necessità servono a tamponare l’emergenza. Il volontariato deve andare oltre, e cerca di farlo.

 Lei opera come volontaria al Centro ascolto Caritas della parrocchia di San Gabriele a Roma. Può raccontarci la sua esperienza?

La parrocchia si trova in un quartiere borghese e benestante. Questo contesto stimola le persone a venire da noi soprattutto per cercare un lavoro. Ma diverso è lo scopo dell’ascolto: fare emergere i bisogni profondi, comprendere situazioni familiari difficili, dare sostegno legale o psicologico secondo le necessità. Se fino a qualche anno fa erano soprattutto donne a rivolgersi al nostro centro, adesso vengono da noi anche uomini, per la maggior parte migranti. Sono i più bisognosi perché sembrano vergognarsi, mentre dobbiamo portarli ad aprirsi in modo da comprendere le loro difficoltà e cercare anche con l’empatia di sorreggerli. È un compito difficile, richiede attenzione e preparazione – la Caritas infatti prepara all’ascolto con corsi ad hoc – per evitare superficialità di giudizio o pietismo. Un’esperienza preziosa, arricchente e, devo dirlo, gratificante. Ogni volta che riusciamo a risolvere una situazione difficile ci si sente appagati.

Gli immigrati africani sembrano essere la categoria che in quest’anno di pandemia ha sofferto maggiormente rispetto ad altre fasce marginali della società. Per quali motivi?

In una triste graduatoria tra gli invisibili, posso affermare che i più invisibili sono proprio gli africani. Tra questi una gran parte è arrivata in Italia sui barconi, è segnata dalle sofferenze subite e dalla delusione provata all’arrivo in Italia. Non basta avere – spesso dopo anni d’attesa – il permesso di soggiorno per motivi politici o altro. Una volta entrati in possesso dell’agognato documento vengono abbandonati a sé stessi, facile preda di varie forme di schiavismo. Situazione diversa, per esempio, di chi arriva nel nostro Paese per ricongiungimento familiare o con amici già integrati. Così giungono da noi dopo anni di peregrinazioni e di delusioni, demotivati e spesso depressi. Trovare una strada per loro è molto difficile: essere maschio e africano è un handicap per i pregiudizi e gli stereotipi di cui sono vittime. Su queste situazioni anche le organizzazioni di volontariato incontrano difficoltà: dare l’aiuto economico è necessario ma è momentaneo, non consente all’assistito di vivere dignitosamente. Sarebbe necessario un aiuto diverso, e non solo per loro. Serve restituire dignità attraverso un percorso che tenga conto delle singole peculiarità. Per esempio, stiamo seguendo un nigeriano, fuggito dal suo Paese perché cattolico, che ha dovuto lasciare moglie, figli e il suo lavoro di maestro elementare. Dopo due anni nel centro di Lampedusa è uscito con il suo prezioso documento, ma senza nemmeno un indirizzo o un nome a cui rivolgersi. Arrivato dopo varie vicissitudini a Roma, è venuto da noi e attualmente è seguito da uno psicologo del nostro volontariato. Stiamo cercando di trovargli una sistemazione che gli ridia il senso della dignità. Ma non sarà facile: troppa chiusura da parte di chi potrebbe accoglierlo. E il suo non è certo un caso isolato. Così c’è il rischio che queste persone allo sbando, ma legalmente in Italia, si facciano coinvolgere da un sistema di solidarietà perversa: quello della criminalità.

Nella parrocchia dove lei opera sono in larga misura le volontarie a occuparsi delle persone in difficoltà. Come spiega questo fenomeno? 

Rispondere che il motivo sta nella tendenza alla “cura” delle donne sarebbe banale e non vero. Se di attitudine femminile dobbiamo parlare è forse quella di una migliore intesa con la parola “gratuità” e con l’apertura mentale verso un lavoro motivante. Mi sono chiesta perché a tanti uomini in pensione, quindi con maggior tempo libero, non venga in mente di sperimentare una nuova strada, di offrirsi volontario non una tantum, tipo partecipare al pranzo di Natale della Caritas, ma con lo stesso impegno di un lavoro, peraltro con modalità aperte e limitate a qualche ora settimanale. Mi chiedo: opera forse un pregiudizio? Forse perché spesso questa attività si svolge in parrocchia? Perché non ha uno status? Troviamo anche maschi tra i volontari, però con uno “status” ben definito, anche se ex professionisti: medici e avvocati soprattutto. Non saprei dare spiegazioni convincenti, però confido nei giovani. I quali, ogni volta che ne abbiamo avuto bisogno, si sono attivati. Ragazze e ragazzi in egual misura.

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