Alfonso Gianni. Si aggrava il declino demografico italiano

Alfonso Gianni. Si aggrava il declino demografico italiano

Il bilancio delle conseguenze della pandemia sulle già poco floride condizioni del nostro paese si fa sempre più pesante. A spegnere ogni refolo di ottimismo è giunto implacabile il rapporto Istat su La dinamica demografica durante la pandemia Covid anno 2020. Le informazioni che il Rapporto ci fornisce dimostrano in modo inequivocabile che il declino demografico in atto dal 2015 ha subito una brusca accelerazione durante lo scorso anno, i cui elementi possono essere suddivisi in quattro grandi raggruppamenti.

In primo luogo dobbiamo purtroppo considerare l’andamento dei decessi. Questi sono stati 112mila in più rispetto al 2019, con un incremento quindi pari al 17,6%. Sommando questo dato a quello della diminuzione delle nascite (-3,8%) si giunge alla conclusione che la dinamica demografica naturale è stata sconvolta, in modo che l’anno passato si è chiuso con un saldo negativo di 342mila unità. Tale valore nella storia dell’unità d’Italia è inferiore soltanto a quello del 1918 (-648mila unità) dovuto all’epidemia di “spagnola” che aveva provocato la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quel tragico anno. In sostanza alla fine di dicembre 2020 la popolazione è diminuita di 384mila unità, ovvero di una quantità tale a quella di una città medio-grande del nostro paese, come se quest’ultima fosse sparita improvvisamente nel nulla. Le morti dovute alla pandemia sono state 746.146 e il Rapporto evidenzia il loro andamento a seconda della intensità delle ondate del contagio.

In secondo luogo l’attenzione va posta appunto sul decremento delle nascite che ci hanno condotto fino al minimo storico dai tempi dell’Unità. Nel 2020 i neonati sono stati solo 404.104. Anche qui il Rapporto conduce un’analisi quantitativamente scrupolosa analizzando questa decrescita mese per mese. Solo febbraio ha il segno più rispetto al corrispondente del 2019, per il semplice fatto che contava un giorno in più essendo il 2020 anno bisestile. Ciò che preoccupa è che la decrescita delle nascite si è incrementata lungo l’arco dei mesi, raggiungendo nel dicembre il massimo annuale: -10,3%. Ovviamente è in questo mese che si possono verificare e quindi osservare gli effetti diretti della prima ondata del contagio. Ma proprio questo dato getta un’ombra su quelli che possono essere gli andamenti delle nascite nell’anno in corso e in quelli futuri.

In terzo luogo si registra nel 2020 un vero e proprio crollo di matrimoni e di unioni civili. L’Istat avverte che in questo caso i dati sono ancora provvisori, ma comunque i matrimoni, in grande parte quelli religiosi, che erano già in calo nel 2019, sono ulteriormente diminuiti del 47,5%, rimanendo al di sotto dei 100mila. Anche in questo caso – che naturalmente conosce cause ben più profonde e slegate dalla contingenza – si avvertono coincidenze con l’andamento pandemico e le misure di distanziamento, di limitazione o chiusura della circolazione e delle frequentazioni imposte dalle misure di contrasto varate dal governo. Come è ovvio questi elementi, destinati peraltro a prolungarsi nel tempo vista anche la lentezza e gli intoppi con cui procede da noi la “campagna vaccinale”, accentueranno presumibilmente il crollo della natalità nell’anno in corso e nei prossimi.

In quarto luogo, il quadro del declino demografico è aggravato dal saldo negativo dei movimenti migratori. Le iscrizioni all’anagrafe, oltre che per cause di restrizioni legislative peggio che miopi, già in riduzione nel 2019 per la componente straniera sono calate nei primi due mesi del 2020 (-8,8%) e sono andate crollando lungo l’annata, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse il bisogno, che la paura di un’invasione straniera oltre che inaccettabile dal punto di vista etico-culturale è del tutto infondata sul piano numerico.

Il declino, dicevamo, continua dal 2015, ma questo non sembra preoccupare né i governi che si sono succeduti né l’opinione pubblica. L’attuale accelerazione manderà in fumo le previsioni già negative dei demografi rispetto all’andamento della popolazione negli anni futuri. Infatti già prima la tempistica del calo si è di molto accorciata.  Il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii, sia nella presentazione del Rapporto del suo Istituto, come prima in un suo pregevole volume (La notte di un’epoca. Contro la società del rancore e i dati per capirla e le idee per curarla, Ponte alle Grazie, Milano 2019) scritto e dato alle stampe prima dello scoppio della pandemia, ci ha descritto la prospettiva di un “rimpicciolimento del paese”, di un calo della natalità e di una “senilizzazione” della popolazione. Il che non significa considerare questi processi negativi in sé, ma riconoscere la necessità di una politica economica e sociale che ne elimini le conseguenze negative e ne sviluppi quelle positive. Ciò che appunto non si vede.

Anzi, di fronte a tutto ciò si riscontra un atteggiamento di passiva rassegnazione, sia da parte dei governi che dell’opinione pubblica. Il che è particolarmente grave per un paese chiamato tra poco ad una gigantesca opera di ricostruzione, aiutata, ma certo non risolta, dagli aiuti e dai prestiti europei nell’ambito della Next Generation Eu.

La scusa è che in tutto l’Occidente è così. Ma non è del tutto vero. Se guardiamo alle situazioni in atto in paesi assimilabili al nostro per dimensioni e importanza economica in Europa, vediamo subito che se in Italia gli under 30 costituiscono il 28,5% della popolazione, in Francia superano il 36 %, nel Regno Unito sono il 37%, mentre la Germania, che ha conosciuto un consistente declino delle nascite, ha reagito attirando giovani nel proprio territorio, compreso i migranti dai paesi, in particolare la Siria, mediorientali e nordafricani.

Se è giusto paragonare il periodo postpandemico che verrà agli anni dell’ultimo dopoguerra, bisogna allora farlo in fondo. Valerii ci squaderna dati impietosi. Nel 1951, quando l’Italia preparava gli anni del “miracolo economico”, gli italiani erano circa 47,5 milioni, dei quali 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni stavano tra i 18 e i 34 anni. Ma in sessantacinque anni i giovani sono diminuiti di 5,7 milioni. Se negli anni del boom economico i giovani con meno di 35 anni costituivano il 57% della popolazione, nell’Italia attuale, malgrado la crescita complessiva fino a 60 milioni di unità, essi occupano solo il 34%.

Di questo passo, scriveva Valerii nel 2019, ma queste previsioni andranno riviste a fine pandemia, “nel 2045 la popolazione in Italia scenderà a 59 milioni e poi a 54 milioni nel 2065 …Le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi.” Comunque si mettano le cose diminuiranno le forze per risollevare il paese dalla lunga stagnazione in cui era immerso, aggravata dalla recessione di due crisi, quella economico finanziaria, e quella pandemica economica tutt’ora in pieno svolgimento.

Non credo bastino le misure suggerite da un altro valente esperto, come Alessandro Rosina, sul Sole 24 Ore del 27 marzo che reclama, per utilizzare bene gli aiuti europei, un “solido piano di investimento sulle opportunità formative e professionali delle nuove generazioni integrato con politiche familiari di sostegno”.

La cosiddetta fuga dei nostri cervelli all’estero dimostra che la carenza sta più nella domanda che nell’offerta di lavoro, al punto che noi formiamo con i soldi pubblici cittadini che poi offrono le loro capacità ad altri paesi non trovando spazio nel proprio. Il problema sta quindi nell’innalzamento della qualità del nostro prodotto interno lordo (il famigerato Pil); in una profonda riforma della scuola che non sia piegata alle esigenze contingenti dell’industria, ma garantisca la formazione umana, civile, culturale  e scientifica di cittadini capaci di scelte di vita consapevoli; in un sostegno materiale non solo alle famiglie – come l’incremento degli asili nido o i permessi di assenza dal lavoro per i giovani genitori, per fare solo i più semplici esempi – ma alle persone in quanto tali, come l’incremento della occupazione femminile, l’effettiva gratuità dello studio in tutti i suoi aspetti, la lotta alla precarietà e la generalizzazione del salario di cittadinanza. E a tutto questo va aggiunta un’intelligente politica di inclusione per chi tra i migranti vuole restare nella nostra società, fermo restando il loro diritto a spostarsi alla ricerca di migliori condizioni di vita.

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