Roberto Bertoni. Draghi, i giovani e il futuro dell’Italia

Roberto Bertoni. Draghi, i giovani e il futuro dell’Italia
Se c’è uno che si è sempre battuto perché i giovani abbiano un futuro all’altezza delle loro aspettative, questi è Mario Draghi. Basta andare a risentire il discorso che tenne l’estate scorsa al Meeting di Rimini ma anche alcuni suoi interventi da governatore della BCE per rendersi conto che siamo al cospetto di una personalità di respiro mondiale che ha sempre posto al centro delle proprie analisi l’equità generazionale. Ora, lungi da noi voler santificare chicchessia, ma non c’è dubbio che l’eventuale esecutivo a guida Draghi sarà giudicato, dai contemporanei e soprattutto dai posteri, più che mai in base a ciò che sarà stato in grado di realizzare in favore delle generazioni cui quattro decenni di liberismo sfrenato e disumano hanno tolto persino la dignità. A tal proposito, è abbastanza divertente che un allievo di Federico Caffè, Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta sia oggi esaltato dai massimi cantori del Washington Consensus e da una schiera di simpatici giornalisti, chiamiamoli così, che hanno passato la vita a cantare le gesta di coloro che hanno distrutto la solidarietà sociale e fatto strame dei diritti dei lavoratori, fino a non lasciare ai giovani neanche le briciole.
La gestione del Recovery Fund dovrà seguire, dunque, precise direttrici che Draghi saprà sicuramente delineare. Due punti, tuttavia, ci stanno particolarmente a cuore: il modello di sviluppo, che già prima della pandemia avvertivamo il bisogno di veder cambiare e volgere, a livello globale, verso un pieno rispetto dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, accantonando lo sviluppismo e la filosofia malata del PIL a tutti i costi che hanno condotto alla distruzione del patrimonio naturale del pianeta, e, per l’appunto, le nuove generazioni, che hanno diritto a un’istruzione di qualità, possibilmente meno nozionistica e basata su programmi scolastici al passo coi tempi, e di un lavoro che serva non solo a sfamarsi e a mettere su famiglia ma a costruire la vita e a trovare il proprio posto nel mondo, restituendo piena cittadinanza a intere categorie che per troppo tempo sono state tenute colpevolmente ai margini.
Non sappiamo come andrà a finire questa storia né abbiamo minimamente gradito le modalità con cui è stato accantonato il precedente esecutivo; fatto sta che, al cospetto di questa nuova sfida, la sinistra ha il dovere di esserci e di parteciparvi, nelle modalità che riterrà opportune, finanche restando all’opposizione, se lo riterrà necessario, senza tuttavia rinunciare a dare battaglia punto per punto, affinché da una duplice tragedia collettiva, pandemica e politica, possa scaturire un orizzonte di riscossa che non vada unicamente a beneficio dei soliti noti.  A Draghi una sinistra matura, a nostro giudizio, deve chiedere innanzitutto la proroga del blocco dei licenziamenti, perché la crisi non può essere posta sulle spalle delle categorie più deboli, e poi una sana politica salariale e, come detto, la restituzione di diritti che negli ultimi trent’anni sono stati, progressivamente, sottratti ai lavoratori.
Giunto al passo d’addio, il presidente Conte ha lanciato l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile: un tema essenziale su cui concentrarsi in parallelo, approfittando di questo periodo commissariale per costruire una coalizione progressista in grado di presentarsi alle prossime elezioni come l’unica alternativa possibile al nazionalismo e al sovranismo da operetta di chi vorrebbe condurre l’Italia fuori dalla sua naturale collocazione internazionale.  Per dirla con don Milani, non ha senso avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca. Meglio sporcarsele e fare i conti con la realtà, ricordandosi che la tenuta sociale del Paese e la sua crescita armonica sono le due ragioni essenziali per cui la sinistra è nata e continua a esistere, nonostante tutto.
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