100 anni Pci. Miguel Gotor. Il Pci di Enrico Berlinguer e i suoi avversari

100 anni Pci. Miguel Gotor. Il Pci di Enrico Berlinguer e i suoi avversari

Le speciali circostanze della morte di Enrico Berlinguer nel 1984 hanno contribuito alla mitizzazione della sua figura, ma non bisogna pensare che egli in vita non abbia combattuto duramente dentro e fuori il suo partito per portare avanti il proprio disegno politico. È bene ricordare che quando Berlinguer pose il tema dell’austerità fu accusato di essere un frate zoccolante dedito al pauperismo; allorché avanzò la riflessione sul compromesso storico gli venne affibbiata la patente dispregiativa di cattocomunista e quando denunciò la questione morale venne tacciato di peloso moralismo: tutto coincideva per fare di lui un leader schivo, incapace di comunicare, anti-moderno.

Questa critica è stata alimentata di continuo dalla convergenza di fondo tra una certa destra anti-parlamentare e una certa sinistra extra-parlamentare: un antico e consolidato meccanismo a tagliola che ha impedito in Italia il prevalere di una cultura riformista e ha favorito l’egemonia di pulsioni antisistema, con curvature qualunquiste a livello popolare ed elitiste a livello di classe dirigente. Il punto massimo di confluenza di quest’azione a tenaglia si ebbe con la proposta del compromesso storico. Quanti lo criticarono hanno finto di non guardare il contesto in cui quel progetto maturò nell’ottobre 1973, a partire dalle precedenti riflessioni, fra gli altri, di Gerardo Chiaromonte: il golpe in Cile dell’11 settembre 1973 e la stroncatura di una possibile via democratica al socialismo; l’irrigidimento sovietico con l’attentato subito da Berlinguer a Sofia il 3 ottobre 1973; la strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973, in occasione dell’inaugurazione di un busto in onore del commissario Luigi Calabresi, un atto che rimandava direttamente alla strategia della tensione allora ancora in corso; la compresenza di tre dittature fasciste in Europa, dalla Spagna, al Portogallo, alla Grecia, con la fragile Italia, l’unico Paese mediterraneo a mancare all’appello.

Sono queste le ragioni drammatiche (basta volerle vedere) che indussero Berlinguer a farsi sottile e raffinato nel suo ragionamento e a cercare di interloquire con quanti sedevano sull’altra sponda del fiume, in particolare con Aldo Moro che, dal 1969 in poi, aveva iniziato a elaborare una parallela e autonoma strategia dell’attenzione e della solidarietà nazionale. Altro che il cianciare ideologico sul cattocomunismo che gli venne imputato dai sodali dei golpisti neri a destra o dai fiancheggiatori del terrorismo rosso a sinistra, dal fronte reazionario o da quello rivoluzionario, comunemente interessati a schiacciare ogni tentativo di politica riformatrice e di cambiamento progressivo nel nostro Paese. Berlinguer e Moro, entrambi sconfitti dalla stessa morsa, hanno avuto il merito di svolgere una stringente analisi degli equilibri manifesti e di quelli nascosti dell’organizzazione del potere italiano nei suoi rapporti interni e internazionali, nel corso di una crisi economica galoppante e di un sovversivismo politico e sociale sempre più pronunciato che sfibrava un Paese già debole e sempre più ammalato. Il cuore del compromesso storico era di evitare «una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra» e in questo gli obiettivi di Berlinguer convergevano con quelli di Moro. Alla base del ragionamento vi era la consapevolezza che la crisi italiana non avesse solo un’origine economica, bensì anche un carattere politico e civile legato alla tenuta della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni, incalzate dall’avanzare dei movimenti extraparlamentari, che acquisivano sempre maggiore forza e credibilità soprattutto tra le giovani generazioni, dallo stragismo neofascista e dai primi attentati del «partito armato».

Il problema, dunque, non era la quantità dei voti che si sarebbero potuti raggiungere, ma la loro qualità, ossia la capacità di utilizzarli nel Parlamento e nel Paese per creare un campo di alleanze e di forze in grado di dissuadere le forze anti-sistema e di essere, contemporaneamente, all’altezza dell’emergenza nazionale che bisognava affrontare. In quella fase tormentata Berlinguer ha avuto l’indubbio merito di rinunciare a lucrare un facile consenso sposando la propaganda delle «stragi di Stato» e di difendere comunque le istituzioni in anni di bombe e di attentati che ne minavano in continuazione la credibilità. Sotto questo aspetto egli è stato un educatore perché ha insegnato a una generazione di giovani cresciuti tra il movimento del 1968 e quello del 1977 che l’unica democrazia possibile era quella fragile come il cristallo che avevamo, la quale doveva essere salvaguardata con serietà e responsabilità da dentro le istituzioni e non da fuori. Bisognava difendere la democrazia e allo stesso tempo provare a rinnovarla radicalmente, ossia essere, come scrisse Antonio Tatò a Berlinguer in un appunto del febbraio 1978, «conservatori e rivoluzionari». La grande capacità politica di Berlinguer che forse, proprio come Moro, gli derivava dalla sensibilità acquisita dal rapporto con i suoi figli impegnati nei movimenti degli anni Settanta, fu quella di provare a trasformare il Pci in un interlocutore di quel moto di rinnovamento, spogliato dalla violenza che ne aveva caratterizzato una parte non minoritaria delle pratiche: il rifugio paterno, la quiete di una casa sicura con i suoi riti dopo tante scorribande, la vaga speranza di una nuova attesa di qualcosa di grande e incerto che comunque veniva promesso assumendo le precarie sembianze propagandistiche e futuribili della «terza via».

La tempesta dei movimenti, la furia gioiosa dei cortei e delle occupazioni erano finite, così come era venuto meno quell’impasto rivoluzionario di utopia, amore e rabbia che aveva segnato una generazione e stava portando una minoranza necrofila e autodistruttiva a scegliere tra la droga e la lotta armata. La maggioranza di quei giovani era incerta e smarrita, consapevole che il carnevale fosse giunto al termine e ormai persuasa che bisognasse finalmente diventare adulti. «Entrate e cambiateci» disse Berlinguer a quella generazione: in tanti seguirono quell’invito che ebbe il merito di conservare l’Italia entro l’alveo democratico e il limite di continuare a tenere la sinistra lontana dalla socialdemocrazia. Sul piano delle forze in campo e della cultura politica, forse l’unico compromesso possibile, dalla durevole e contraddittoria influenza.

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