Roberto Bertoni. Il referendum, la Costituzione e noi

Roberto Bertoni. Il referendum, la Costituzione e noi
Comunque vada a finire questo dannato referendum, un dato emerge con chiarezza: fra le fasce d’età meno inclini a votare a favore del taglio dei parlamentari ci sarebbero gli under 30, ossia la generazione Thunberg, i “millennials” che scendono in piazza per difendere l’ambiente e chiedere a gran voce un altro modello di lavoro, di economia, di organizzazione sociale e di sviluppo. Ora, posto che ogni divisione di carattere generazionale è di per sé fallace, dunque da contrastare, non c’è dubbio che questo dato, al netto dell’esito finale della consultazione, debba indurre i vertici pentastellati a porsi più di una domanda. Come scrivemmo a proposito di Renzi nei giorni del suo massimo fulgore, ribadiamo a Di Maio che secondo noi non ha un futuro. E non ha un futuro perché tutto il malcontento del Vaffa, delle piazze piene che osannavano Grillo e della battaglia anti-politica e anti-casta costituisce un dividendo che è stato già ampiamente incassato. Son trascorsi dieci anni ed è cambiato lo scenario internazionale: oggi fa strada chi ha una storia da portare, un minimo di credibilità personale, un racconto da proporre al Paese che si sostanzi in qualche elemento in più della semplice ordalia anti-tutto sulla quale sono prosperati non solo i 5 Stelle ma anche altri soggetti politici, abilissimi nello strumentalizzare il malessere dei dannati della globalizzazione.
La generazione nata dopo l’abbattimento del Muro, dopo la svolta di Occhetto e divenuta grande, o comunque politicamente cosciente, nei giorni della crisi economica e degli scatoloni della Lehman Brothers appartiene, invece, a un’altra epoca e ci tiene a difendere e ribadire le proprie prerogative. Non è un caso che una regione che sembrava ormai perduta, l’Emilia Romagna, si sia salvata anche grazie al positivo apporto delle Sardine. Come non è un caso che le piazze ittiche di questi giovanissimi appassionati di politica esprimessero una netta volontà di cambiamento ma, al tempo stesso, nessuna pulsione demolitrice, il massimo rispetto per le istituzioni e anche un senso della storia che deriva alle nuove generazioni dal fatto di riconoscersi soprattutto nell’A.N.P.I., ormai considerato da molti ragazzi un valido sostituito dei partiti. Sulla scia di questo ragionamento, non è un caso che Elly Schlein, vicepresidente della giunta dell’Emilia Romagna e volto nuovo della sinistra, con un profilo liberal e in sintonia con il miglior pensiero progressista d’Europa e d’Oltreoceano, si sia espressa, a sua volta, a favore del NO, dimostrando di aver ben compreso i sentimenti della base e di volersene fare interprete quando saremo chiamati a ricostruire sulle macerie di una triste stagione che dura ormai da troppo tempo.
Sono dati che forniscono la misura di un cambiamento d’umore in atto da diversi anni, non solo in Italia: i giovani francesi che guardano con simpatia al socialismo, i giovani americani che apprezzano il vecchio Sanders e la straordinaria Ocasio-Cortez, i ragazzi inglesi che hanno sostenuto Corbyn, gli spagnoli di Podemos che hanno prodotto un positivo cambio di clima anche nel più tradizionale PSOE e l’emergere di volti nuovi e di spessore come la Schlein in Italia. Il problema è che i giovani sono pochi, che il boom demografico è ormai alle spalle e che le rendite di posizione sono fortissime e assai dure da scalfire. Tuttavia, non è eretico porre sullo stesso piano il Renzi sconfitto nel referendum del 2016, con il voto contrario di otto giovani su dieci, e il falso giovane Di Maio che forse vincerà la sua battaglia personale ma, di sicuro, perderà la sfida del domani, essendo entrato a pieno titolo nei ranghi del politicismo più estremo ed essendosi dimenticato del popolo, della piazza e di tutti i mantra che fecero la fortuna del grillismo delle origini ma che ormai appartengono a un passato che loro stessi sembrano aver accantonato.
Senza voler peccare di eccessivo ottimismo, se guardiamo alle nuove generazioni, abbiamo l’impressione di un disperato bisogno di buona politica, di sedi, di luoghi fisici nei quali confrontarsi e del recupero di tutto ciò che non hanno mai conosciuto e di cui, al contrario, parlano loro, con comprensibile nostalgia, padri e nonni. Basti pensare che nelle edicole sono tornati in auge i vinili, che De André è sempre d’attualità, che la rappresentanza garantita dal proporzionale e dalle preferenze è tornata a scaldare i cuori dopo decenni di sbornia maggioritaria, presidenzialista e a base di liste bloccate e che anche il modello economico ultra-liberista oggi batte globalmente in ritirata, sommerso dal guano dei suoi fallimenti.
Comunque vada a finire questa consultazione, il populismo in salsa grillina è destinato, pertanto, a esaurirsi con la conclusione di questa legislatura. Starà ai ventenni e ai trentenni comprendere che per provare a cambiare le cose bisogna scendere nell’agone politico e dire la propria, dotandosi dell’umiltà e dei mezzi culturali necessari per compiere una simile impresa. Le premesse sono ottime. L’auspicio è che non vengano tradite da troppi personalismi o, peggio ancora, dall’assenza di formazioni adeguate in cui sentirsi una comunità e portare avanti le proprie battaglie.
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