Massimo Villone. Sul referendum ha ragione il presidente della Campania De Luca: il taglio dei parlamentari è demagogico

Massimo Villone. Sul referendum ha ragione il presidente della Campania De Luca: il taglio dei parlamentari è demagogico

Diceva Abramo Lincoln: potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre. Accade per il referendum sul taglio dei parlamentari. Molti costituzionalisti si schierano per il No, e voci autorevoli si alzano, come quella di Giuseppe Tesauro su queste pagine. Anche grazie a “Repubblica”, si sta finalmente dissolvendo la cappa di disinformazione fin qui calata. Emerge come sia risibile l’argomento dei costi, che un osservatore non sospetto come Cottarelli quantifica in 57 milioni all’anno su una spesa pubblica totale dello Stato italiano che viaggia verso i 900 miliardi. 57 milioni su novecentomila milioni. Emerge come non dipenda dal numero dei parlamentari o dalle regole una presunta inefficienza dell’istituzione che, quando c’è, viene dalla litigiosità della maggioranza. Il tormentone Mes lo dimostra ampiamente. Emerge come il taglio proposto “a prescindere” tolga voce a territori, gruppi sociali, soggetti politici rilevanti negli assetti democratici del paese. Emerge infine che i correttivi proposti non correggono affatto, come la legge elettorale proporzionale che non riesce a nascere, e comunque nella stesura attuale mantiene lo sciagurato meccanismo del voto bloccato. Con l’esito ultimo di un parlamento di nominati dalle oligarchie di partito, causa prima del degrado della politica e dell’istituzione.

Emergono poi paradossi. M5S ha assunto il taglio dei parlamentari come bandiera identitaria. Per la pochezza delle motivazioni a favore, una mossa indiscutibilmente populista. Ha imposto il tema prima nella coalizione gialloverde, poi in quella giallorossa. Ne ha fatto la condizione per la nascita del governo in carica. Ha preteso l’Ultimo voto prima di costruire i (presunti) correttivi per i guasti prevedibili Ha festeggiato in piazza con un paio di enormi forbici (di cartone). Ha ancora preteso che il referendum confluisse nell’election day insieme al voto regionale e locale, nonostante l’opinione di molti – inclusa la mia – che la scelta opposta fosse da preferire. Una strategia volta a rinsaldare un consenso fatalmente in calo, e da questo punto di vista anche comprensibile, che però ora si infrange proprio sulla simultaneità del voto nell’election day. In tutte le regioni salvo una – la Liguria – M5S corre da solo, con propri candidati. Un esito forse inevitabile, visto il Movimento di oggi, le regole che si dà, e le prospettive. La persona che si candida per M5S sul territorio ha in genere investito anni della propria vita in battaglie all’arma bianca contro i governanti pro tempore. Potrebbe vedersi ora negato dalle regole interne – ad esempio, il limite dei due mandati – un qualsiasi percorso ulteriore. In specie, potrebbe anticipare che con il taglio e gli attuali equilibri politici M5S porterà in parlamento una sparuta pattuglia e non più una armata. È chiaro che per lui o lei questa può essere l’ultima battaglia, ora o mai più. Il passo indietro per accordarsi con i nemici di ieri diventa impensabile. Un vero partito con un vero gruppo dirigente avrebbe forse potuto governare una transizione comunque difficile. Ma tale il Movimento non è.

Qual è l’esito di questo tortuoso percorso? Che ora dove c’è battaglia politica locale il sì referendario è avvertito come un assist a M5S, avversario nella competizione. L’ha capito subito De Luca, del quale si possono avere opinioni diverse, ma che sicuramente vive di pane e politica. Nasce da qui la sua sprezzante – e per una volta del tutto condivisibile – qualifica del taglio come demagogico. Se il Pd percorresse ora la via di un endorsement del sì, nelle competizioni regionali e locali si sentirebbe dire che fa il gioco dell’avversario. Nel partito molte voci puntano quanto meno alla libertà di voto, mentre Bonaccini insiste per il sì. Ma è una mossa – e nemmeno la prima – nel suo assalto alla segreteria di Zingaretti. Vedremo come andrà. Di Maio, fallita la spinta agli accordi locali, cerca di rimediare prefigurando una grande intesa per le elezioni comunali del 2021. Ma prima viene il voto di settembre, che sarà un passaggio decisivo anche per misurare il M5S di oggi, e definirne in ultima analisi il potere contrattuale. E di un parlamento ampiamente rappresentativo, pienamente legittimato e non popolato da zombie abbiamo bisogno qui e ora, nei mesi difficili che ci aspettano.

Intanto, assistiamo a un mirabile pezzo di teatro, in cui molti faranno la cosa indiscutibilmente buona e giusta – votare No nel referendum – per motivazioni basse. La storia è davvero una grande maestra.

Dal quotidiano La Repubblica del 26 agosto 2020

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