Maggioranza. Tensione altissima su Mes e legge elettorale

Maggioranza. Tensione altissima su Mes e legge elettorale

La pace interna alla maggioranza scaturita dall’accordo di inizio settimana in Consiglio europeo sul Recovery Fund è durata una manciata di giorni. I temi del MES e della riforma elettorale hanno nuovamente acceso lo scontro tra M5s, Pd, Leu e Italia viva. Ieri a Bruxelles i parlamentari europei del Movimento 5 stelle hanno votato insieme a Lega e Fratelli d’Italia contro il Fondo salva stati. Mentre a Roma Italia viva ha stoppato l’avvio dei lavori in commissione Affari costituzionali della Camera della riforma elettorale sostenuta da grillini, dem e Liberi e uguali, sebbene questi ultimi esprimano riserve sulla soglia di sbarramento del 5% prevista dal “Germanicum”. MES e riforma elettorale sono due temi su cui secondo il Partito democratico – lo ha ribadito il segretario Nicola Zingaretti – è urgente giungere a un accordo. Sui lavori della riforma sapremo di più martedì 28 luglio, quando la capigruppo di Montecitorio si riunirà per decidere il calendario dell’Aula per il mese di agosto. Lo stesso organismo ieri aveva cancellato dall’agenda dell’assemblea di luglio il tema della riforma sostituendolo con il provvedimento sulla separazione delle carriere in magistratura che andrà, così, in aula lunedì 27 luglio. “Il 28 alla conferenza dei capigruppo il nostro presidente Delrio chiederà nuovamente una cosa che peraltro Italia Viva aveva già accettato, e cioè la calendarizzazione rapida della legge elettorale” ha detto Emanuele Fiano, forte sostenitore in prima commissione del testo. Poi Fiano risponde alle critiche giunte da Italia viva e dal centrodestra su una presunta improvvisa accelerazione del suo partito su questo provvedimento: “Vorrei essere chiaro, qui non c’è nessuna accelerazione. Semmai la necessità di recuperare un ritardo rispetto alla tabella di marcia decisa da tutta la maggioranza a gennaio, e confermata quando abbiamo condiviso il programma di luglio”. Lo scontro in maggioranza rischia di avere pesanti ricadute tra gli alleati, anche a breve termine.

Ma anche sul MES la tensione è altissima: da un lato c’è il Movimento 5 stelle che continua a essere convinto che aderire al Fondo salva stati non sia una priorità. Concetto sostenuto più volte dal premier Giuseppe Conte negli ultimi giorni. Dall’altro c’è il fronte Pd, Iv e Leu – affiancati nell’opposizione da Forza Italia – che ribadiscono la bontà del Meccanismo europeo di stabilità. A sostenere la sua necessità è il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il titolare di via XX settembre secondo il Sole 24 Ore, durante il vertice di maggioranza dei capidelegazione di mercoledì, avrebbe detto che se non si avrà accesso alle risorse del fondo potrebbero esserci difficoltà per le casse dello Stato a seguito della terza richiesta di scostamento da 25 miliardi decisa dall’esecutivo. Mentre il ministro della Salute, Roberto Speranza, aveva spiegato ieri che per la sanità “sono necessari almeno 20 miliardi di finanziamento”. Il voto del parlamento sulla richiesta di scostamento è previsto per mercoledì 29 luglio. Al Senato per il via libera serve la maggioranza assoluta di 161 senatori. I prestiti comunitari, lo ha ribadito anche oggi sui giornali il commissario europeo Paolo Gentiloni, non arriveranno prima della seconda metà del 2021, “l’Italia prenda il MES, conviene”, ha detto. Risorse che potrebbero essere disponibili molto rapidamente. “Il governo deve chiarire subito qual è la reale situazione delle finanze pubbliche”, dichiara in una nota la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini. “Autorevoli indiscrezioni” raccolte dal Sole 24 Ore attribuiscono al ministro Gualtieri la frase secondo cui il MES diventa decisivo per evitare problemi alle casse dello Stato quest’anno (dichiarazioni smentite con forza dal Mef, ndr), vista anche la nuova richiesta di extra-deficit per 25 miliardi. La viceministra Castelli invece sostiene che ci sono centinaia di miliardi da spendere, smentendo così il ministro. Una caos insensato, che rischia di mettere in pericolo quanto di buono fatto finora dal presidente Conte e dal governo.

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