Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Italia ha bisogno di riforme di struttura. A iniziare dalle politiche fiscali”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Italia ha bisogno di riforme di struttura. A iniziare dalle politiche fiscali”

La Commissione europea ha proposto un Piano di recupero per contenere gli effetti negativi dell’epidemia da coronavirus. Per l’Italia il Piano prevede 82 miliardi di euro in sussidi e 91 in prestiti. Palazzo Chigi si è dichiarato soddisfatto. L’opposizione no. Lei che ne dice?

Ho sempre pensato che ci sarebbe stato uno sbocco positivo del negoziato perché ci troviamo in una circostanza in cui non si può non raggiungere un accordo. Col Piano della Commissione europea la situazione è stata sbloccata e mi pare che tutti o quasi gli attori in campo siano consapevoli di almeno tre cose: che occorre uscire dall’austerità, che è necessario abbandonare l’idea di una globalizzazione fatta a spese del fattore lavoro e che l’Europa deve recuperare il contenuto sociale del suo spirito originario. Vedo che dei passi in avanti si stanno facendo: intanto, seppur a fatica l’Europa ha assunto una posizione precisa rispetto alla pandemia, oggi c’è sul tavolo questo Piano di recupero e il prossimo semestre europeo avrà una guida forte, ossia quella della Merkel. Certo, il Piano è ancora oggetto di negoziazione. L’itinerario sarà dunque complicato, ma alla fine una soluzione si troverà. Il problema semmai è quello di non perdere tempo affinché gli effetti degli interventi a sostegno all’economia diano risultati al più presto. Per quanto ci riguarda come Italia è necessario saper cogliere le opportunità offerte da questa congiuntura di fattori positivi. Mi pare che Sassoli e Gentiloni stiano facendo un buon lavoro di squadra e ora tocca alla classe dirigente del nostro Paese fare in modo che la fase 2 sia la fase delle riforme di struttura.

Che cosa intende con riforme di struttura?

Nella fase 1 si doveva bloccare l’espandersi dell’epidemia ricorrendo a dolorosi ma necessari interventi di emergenza. Questa fase è superata e ora, nella fase 2, mi auguro ci sia la consapevolezza che le risorse provenienti dall’Europa non possono essere distribuite a pioggia, né possono prescindere da una nuova idea di sviluppo e dunque devono essere mirate al raggiungimento di precisi obiettivi socio-economici. Al momento vedo però che si procede lentamente e siamo intrappolati nelle polemiche tra presidenti di Regione. Invece ci sono delle decisioni da prendere con estrema rapidità tenendo conto che tre donne ai vertici dell’Europa – mi riferisco a Ursula von der Leyen, Christine Lagarde e Angela Merkel – hanno introdotto nelle politiche dell’Unione elementi di concretezza e di chiarezza ai quali non eravamo molto abituati. Ecco, dovremmo imparare dal loro stile. Per uscire dall’astratto, mi cascano le braccia quando sento dire da un autorevole esponente del governo che si potrebbero diminuire le tasse perché stanno per arrivare i sussidi europei. Il problema è invece quello di riformare il fisco italiano. Un fisco che è punitivo per tutti: per i lavoratori e per le aziende, per le famiglie e per i pensionati. Non basta: il direttore delle agenzie delle entrate ha recentemente dichiarato che l’Italia ha 950 miliardi consolidati di evasione fiscale. Un’evasione storica che seppur oggi si facessero fuoco e fiamme al massimo si potrebbero incassare cento miliardi. Aggiunga che con l’epidemia si registra una recrudescenza della fuga di capitali all’estero e dunque lei vede bene che la politica fiscale è un campo la cui riforma non si può più rinviare.

Una mancata riforma della politica fiscale quali riflessi ha sul lavoro?

Pesantissimi. Mi lasci però prima sottolineare che a proposito di mercato del lavoro c’è stato chi sosteneva che col Jobs act le aziende straniere si sarebbero precipitate in Italia. Abbiamo visto come è andata: le aziende straniere non hanno fatto la fila per investire da noi e quelle che sono venute si sono impadronite di marchi prestigiosi, hanno preso contributi pubblici e poi chiuso le fabbriche. Tutto questo per dirle che fare riforme non è affatto semplice. Nel nostro Paese a furia di piccole e grandi riforme abbiamo svalutato il lavoro, abolito di fatto diritti duramente conquistati e la precarietà è diventata la regola mentre doveva essere l’eccezione, anzi la via per giungere a un posto stabile. Come se non bastasse il fisco colpisce pesantemente gli aumenti contrattuali e lo straordinario. E siccome al peggio non c’è mai fine, l’Inps utilizza i soldi che dovrebbero garantire l’equilibrio della previdenza per finanziare l’assistenza. E questa assistenza è pagata praticamente solo dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. Lo stesso lavoro agile, che da evento eccezionale legato alla pandemia qualcuno sta pensando di far diventare norma, va regolato altrimenti si corre il rischio di farlo somigliare al vecchio lavoro a domicilio. In conclusione, le attuali politiche fiscali impediscono lo sviluppo economico. Si può pensare di andare avanti così? Direi proprio di no.

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