Hong Kong. “Un Paese, due sistemi” è la linea politica seguita dalla comunità internazionale contro la decisione della Cina di metterne in pericolo lo status

Hong Kong. “Un Paese, due sistemi” è la linea politica seguita dalla comunità internazionale contro la decisione della Cina di metterne in pericolo lo status

La legge sulla sicurezza nazionale proposta dalla Cina potrebbe mettere in pericolo lo status di Hong Kong, uno dei principali hub finanziari del mondo. Pechino non ha fornito dettagli sulla legge, che mira a sopprimere l’attività secessionista e sovversiva nell’ex colonia britannica e gli Usa hanno già avvertito che per loro l’isola “non è più autonoma dalla Cina”, il che implica la fine dello lo status speciale di cui gode Hong Kong e che le consente di intrattenere rapporti commerciali privilegiati con gli Usa rispetto al resto della Cina. In pratica, le tecnologie Usa sensibili e dunque protette, non potranno più essere importate a Hong Kong e le esportazioni della città potrebbero essere colpite con le stesse tariffe applicate al commercio cinese. Tutto ciò rischia di trasformarsi in una fortissima perdita di affari per Hong Kong, il cui sistema legale è attualmente favorevole alle imprese e la cui rete di servizi finanziari, logistici e professionali, è imperniato su due punti di forza, la libertà di parola in stile occidentale e la facilità di movimento, che il provvedimento di Pechino potrebbe minare. Da qualche tempo le aziende globali con sede nell’isola stavano già spostando alcune operazioni a causa dell’aumento dei costi e dell’incertezza dopo scontri prolungati, a volte violenti tra polizia e manifestanti democratici. Questa fuga delle aziende da Hong Kong potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi. “Un Paese, due sistemi è sempre stata una bugia, poco più di ‘Una Cina’ sotto mentite spoglie” scrive l’attivista hongkonghese Joshua Wong su Twitter. “Ora l’assetto geopolitico dell’Asia sta cambiando davanti ai nostri occhi. Come baluardo di libertà, Taiwan merita il sostegno del mondo per emergere come potenza regionale. L’era dell’isolamento è finita”. Wong ha anche commentato la copertina che l’Economist ha dedicato alla nuova legge cinese sulla sicurezza, avvertendo che “è il mondo a doversi preoccupare”. E ha scritto: “Una nuova grande copertina. Dopo la legge sulla sicurezza nazionale di #HongKong, il prossimo obiettivo di Pechino è #Taiwan. Con la comunità globale che si rivolge a noi, invito tutti a non dimenticare la bella isola democratica”.

La Cina dunque potrebbe ridurre le sue importazioni di prodotti agricoli dagli Stati Uniti se Washington reagisse in maniera decisa nei confronti di Pechino dopo l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Lo riporta la stampa internazionale. Secondo quanto riferito, se Trump annuncia sanzioni severe contro Pechino, potrebbe deragliare l’accordo commerciale su cui i due paesi hanno lavorato per quasi due anni, poiché qualsiasi peggioramento delle relazioni potrebbe dissuadere gli importatori cinesi dall’acquistare beni agricoli statunitensi. Se le contromisure statunitensi fossero davvero pesanti, la Cina probabilmente ridurrà i suoi acquisti di prodotti statunitensi. Se le misure invece saranno lievi il commercio potrebbe non esserne influenzato. In base al primo accordo commerciale di “Fase uno” raggiunto a gennaio, la Cina si è impegnata ad acquistare ulteriori prodotti agricoli per un valore di 32 miliardi di dollari in due anni. I semi di soia sono stati i principali prodotti agricoli statunitensi spediti in Cina nel 2017, con carichi per un valore di 12 miliardi di dollari, e gli operatori economici si aspettano che la Cina intensifichi gli acquisti di carichi statunitensi di semi oleosi. “Le tensioni tra Stati Uniti e Cina indicano che le società private sono meno propense ad acquistare prodotti americani”, ha affermato Darin Friedrichs, analista presso il broker Intl FCStone. “I semi di soia statunitensi non devono solo essere competitivi in termini di prezzi, ma devono essere competitivi anche in considerazione dei grandi rischi politici nei rapporti tra Stati Uniti e Cina”, ha affermato Friedrichs.

E la Gran Bretagna potrebbe offrire la cittadinanza ai 315 mila residenti di Hong Kong in possesso di un passaporto del Regno Unito della categoria Overseas e ai loro familiari: lo ha annunciato il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, in quella che sarebbe una rappresaglia contro il giro di vite di Pechino nell’ex colonia. In questo modo la Cina si ritroverebbe centinaia di migliaia di potenziali esuli in fuga dal suo ‘hub’ economico-finanziario. Per la Gran Bretagna la nuova legge sulla sicurezza nazionale che Pechino vuole imporre a Hong Kong rappresenta un rompicapo politico: da una parte c’è la necessità di difendere l’autonomia della sua ex colonia, dall’altro Londra non vuole mettere a repentaglio i ricchi affari che la vedono prima in Europa per investimenti cinesi, con un totale che negli ultimi cinque anni ha superato l’intero trentennio precedente. L’eventuale offerta di cittadinanza sarebbe un segnale politico forte, soprattutto in tempi di stretta sull’immigrazione post Brexit. Il passaporto speciale Overseas fu concesso da Londra a tutti coloro che potevano richiederlo prima del trasferimento dalla sovranità britannica del territorio a quella di Pechino nel 1997. Al momento quel passaporto consente ai cittadini ‘speciali’ soltanto visti di durata non superiore ai sei mesi per viaggi nel Regno Unito e l’assistenza consolare di Londra. La svolta adombrata da Raab è che ora quei visti potrebbero diventare di 12 mesi, aprendo la strada a un percorso di “naturalizzazione” per conseguire la cittadinanza britannica.

“L’UE esprime grave preoccupazione per le misure adottate dalla Cina il 28 maggio, che non sono conformi ai suoi impegni internazionali (Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984) e alla Legge fondamentale di Hong Kong. Ciò rischia di minare seriamente il principio ‘One Country Two Systems’ e l’alto grado di autonomia della Regione amministrativa speciale. Le relazioni dell’UE con la Cina si basano sul rispetto e sulla fiducia reciproci. Questa decisione mette ulteriormente in discussione la volontà della Cina di rispettare i suoi impegni internazionali. Affronteremo la questione nel nostro dialogo continuo con la Cina” scrive in una nota l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri Josep Borrell. Per quanto riguarda la posizione dell’Italia e della Farnesina, sulla questione è intervenuta Marina Sereni, vice ministro agli Esteri. ”Subito dopo l’annuncio da parte cinese dell’avvio della discussione della legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong da parte dell’Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino, l’Italia, insieme con gli Stati membri dell’Ue, ha attivamente lavorato a una dichiarazione dell’alto rappresentante dell’Unione Europea Borrell in difesa del fondamentale principio ‘Un Paese, due sistemi”’. ”Nella dichiarazione – ha proseguito Sereni – l’Ue ribadisce chiaramente l’importanza attribuita all’elevato grado di autonomia assicurato a Hong Kong in base alla sua Legge Fondamentale, la ‘costituzione’ di Hong Kong, e agli accordi internazionali in materia. In essa esprimiamo, inoltre, l’auspicio che l’eventuale adozione della legislazione in questione possa avvenire nel pieno rispetto dell’art. 23 della Legge Fondamentale. Ciò significa attraverso un dibattito democratico inclusivo che preveda la consultazione di tutte le parti e il rispetto dei diritti e delle libertà assicurate a Hong Kong, nel quadro dell’autonomia della Regione Amministrativa Speciale”. ”Sia a livello bilaterale che in ambito europeo e multilaterale – ha detto ancora la vice ministra – abbiamo ribadito la necessità di tutelare e preservare le libertà fondamentali e l’elevato grado di autonomia della Regione Amministrativa Speciale”.

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