Roberto Biscardini. Coronavirus, fase 2. Evitiamo di farci del male comprimendo le libertà individuali

Roberto Biscardini. Coronavirus, fase 2. Evitiamo di farci del male comprimendo le libertà individuali

C’è attesa per l’inizio della fase 2, affinché si possano almeno parzialmente riaprire alcune attività produttive, per ridurre almeno in parte i danni  economici e sociali che incombono sul dopo coronavirus. Un segnale di speranza, da gestire con la massima attenzione e con tutte le precauzione del caso, ma certamente una flebile luce in fondo al tunnel. A condizione di non commettere altri errori, e a condizione che questa fase  non riguardi soltanto le attività economiche, i lavoratori dipendenti o no. Perché a parità di condizioni (e mi riferisco allo stato di salute di ciascuno) “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” e, nel rispetto delle più semplici precauzioni, hanno il diritto di avviarsi verso la normalità, ancorché poco normale.

È un diritto che vale per tutti coloro che vogliono tentare di riorganizzare la propria vita senza danneggiare quella degli altri, senza metter in pericolo nessuno. Insomma mettiamoci la mascherina, i guanti e manteniamo le distanze, ma incominciamo a muoverci.

Purtroppo sembra che su questa strada ci siano ancora troppi ostacoli. E non volendo accettare la tesi secondo la quale un lockdown  troppo prolungato non ha senso, governanti insicuri insieme e scienziati draconiani, rischiano di prepararci un piatto indigesto. Viceversa se è giusto allentare il lockdown per le imprese, per altre ragioni non ha senso mantenerlo per tutti gli altri, bambini e anziani  compresi.

Soprattutto in una fase in cui le certezze non le sta la politica, che si barcamena tra la drammatizzazione del  “tutti a casa per sempre” e “quest’anno dimenticatevi le vacanze” e messaggi tranquillizzanti  “andrà tutto bene”. Non le danno gli scienziati, anche se tra questi per fortuna qualcuno con maggiore onestà intellettuale e non solo, ammette che è un errore, anzi uno scandalo che si tenga in casa la maggioranza della popolazione senza sottoporla a test sierologici rapidi e di massa, già per altro validati. Scienziati contrari alle  misure coercitive della libertà, favorevoli ad affidarsi alla responsabilità delle persone, alla responsabilità individuale piuttosto che alla pandemia di Sato. E le certezze non ce le danno nemmeno i numeri, perché non abbiamo ancora capito quanti siano veramente i contagiati e men che meno gli immuni. E non ce le danno neppure i numeri dei decessi, che potrebbero essere  molti di più rispetto a quelli dichiarati, ma proporzionalmente meno in rapporto ai contagi veri. Detto questo abbiamo il diritto di vedere la luce e il sole e di non essere mediaticamente ossessionati dalla lettura quotidiana  del numero dei morti e dei feriti. Una drammatizzazione che sembra nascondere un fine: creare le condizioni perché il cittadino sia obbediente, inculcandogli l’idea che solo l’obbedienza sarò la nostra salvezza.

Con questa tattica, si tenta di comprimere le libertà individuali senza ragione. Si consente che, tanto per intimidire un po’, le forze dell’ordine interpretino le norme molto al di là del buonsenso.

Che senso ha fermare con la minaccia dell’arresto una persona che passeggia in solitudine lungo un sentiero di  montagna o lungo la riva del mare? Che senso ha interrompere una funzione religiosa che pur si stava svolgendo con tredici presenti e distanti tra loro, ben protetti da guanti e  mascherine? E ancora che senso ha sostenere che gli anziani dovranno rimanere in casa chissà fino a quando, a parità di condizioni sanitarie dei più giovani? Anziani considerati untori se si fanno vedere in giro. E ancora più grave, si sta facendo di tutto per far credere che sia il sano la causa della malattia e non che sia responsabilità del sistema sanitario se ancora non sono state trovate le cure adatte per guarire.

E così sorge il dubbio che il popolo sia tenuto sotto pressione per altri fini. Per obbligare tutti, quando sarà, ad una vaccinazione di massa. O  per obbligare tutti, con sistemi più o meno ingannevoli, a scaricare un’app per il tracciamento dei propri spostamenti e dei propri contati. E chi non accetterà di essere messo sotto controllo sarà ritenuto doppiamente colpevole, e messo sotto osservazione per la ragione opposta.

A questo proposito mi auguro che non manchino costituzionalisti di ispirazione liberale a venirci in soccorso. Anche se qualche segnale positivo c’è. Sembra esemplare  l’iniziativa presa da alcuni magistrati della Valle d’Aosta che a fronte di controlli, vere e proprie vessazioni ai danni dei cittadini che in solitaria passeggiavano in montagna, hanno denunciato “ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono” e ancora “è difficile non chiedersi se davvero non si sappia immaginare un modo più utile per spendere il danaro pubblico. …. Tutto ciò – aggiungono i magistrati – avviene con sacrificio estremo, manifestamente non necessario, di diritti fondamentali, di libertà personale e di circolazione dei cittadini di cui alla parte I della Costituzione”. Appunto.

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