Leonardo Ercoli. Nullum crimen sine iniuria? Cassazione, coltivare cannabis in casa non è reato

Leonardo Ercoli. Nullum crimen sine iniuria? Cassazione, coltivare cannabis in casa non è reato

La Corte Suprema di Cassazione, Sezioni Unite Penali, con sentenza 12348 del 16 Aprile 2020 stabilisce che non è reato la coltivazione in casa di piantine di cannabis destinate all’uso personale purché di minime dimensioni, in forma domestica e destinate all’autoconsumo. Era stata rimessa alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: “Se ai fini della configurabilità del reato di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti è sufficiente che la pianta conforme al tipo botanico previsto, sia idonea per grado di maturazione, a produrre sostanza per il consumo non rilevando la quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, ovvero se è necessario verificare anche che l’attività sia concretamente idonea a ledere la salute pubblica ed a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato”.

Le Sezioni Unite in questo prezioso intervento di nomofilachia hanno affermato il seguente principio di diritto a seguito di contrasti giurisprudenziali: “il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

Si tratta di una questione che coinvolge uno dei principi cardine del nostro diritto penale e cioè il principio di offensività racchiuso nel brocardo latino “nullum crimen sine iniuria”. Nel nostro ordinamento giuridico il reato, oltre che previsto dalla legge nel rispetto del principio di legalità, deve anche sostanziarsi nell’offesa di un bene giuridico, non essendo concepibile un reato senza offesa. Si pensi al furto di un acino d’uva o di un chiodo dove il fatto in questione, pur essendo tipico, non produce un’offesa rilevante al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice e dunque non costituisce reato. Il principio di offensività sancisce dunque che non vi può essere reato senza un nocumento effettivo al bene ed è proprio da questo principio che si giustifica la privazione della libertà personale di cui all’articolo 13 della Costituzione e la funzione rieducativa della pena di cui all’articolo 27, poiché solamente chi ha offeso e posto in pericolo un bene costituzionalmente garantito può essere privato della libertà personale e successivamente rieducato.

La ricostruzione sistematica del reato di coltivazione di stupefacenti trova temperamento nella valorizzazione dell’offensività in concreto quale criterio interpretativo affidato al giudice, il quale è tenuto a verificare che il fatto abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene-interesse tutelato. Ne consegue che il reato non potrà essere ritenuto sussistente qualora si verifichi “ex post” che la coltivazione ha effettivamente prodotto una sostanza inidonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile. Dunque la verifica dell’offensività deve essere diversificata a seconda del grado di sviluppo della coltivazione al momento dell’accertamento che dovrà avere ad oggetto la quantità di principio attivo necessario a produrre l’effetto drogante. In conclusione le Sezioni Unite ritengono che la soluzione da dare alla questione sollevata con l’ordinanza di rimessione debba basarsi sulla mancanza di offensività se ricorre una coltivazione domestica destinata all’autoconsumo. Dunque la risposta punitiva dello Stato avviene, secondo  gli “alti giudici”, attraverso una graduazione: restano lecite e non punibili per mancanza di tipicità le coltivazioni domestiche minime effettuate con strumenti e modalità rudimentali, da cui si ricava una quantità minima di sostanza destinata all’uso personale. Resta invece soggetta alla sanzione amministrativa prevista dall’art. 75 del D.P.R n° 309/1990 la detenzione di sostanza stupefacente destinata in via esclusiva al consumo personale anche se ottenuta con una coltivazione lecita. Invece si continua ad applicare l’art. 73 comma 5 del D.P.R  309/1990 per le coltivazioni penalmente illecite ma la Corte di Cassazione fa salva la possibilità di applicare in ogni caso l’articolo 131 bis del codice penale che esclude la punibilità per particolare tenuità del fatto. Forse dalla giurisprudenza un segnale al Parlamento affinché riveda norme e sanzioni nell’ottica dei principi dell’offensività, della proporzionalità delle sanzioni penali ma soprattutto del buon senso e della ragionevolezza.

*Leonardo Ercoli docente e avvocato penalista

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