Carceri. La ribollita alle camere del ministro della Giustizia Bonafede. Nelle stesse ore papa Bergoglio celebra una messa. Per i detenuti…

Carceri. La ribollita alle camere del ministro della Giustizia Bonafede. Nelle stesse ore papa Bergoglio celebra una messa. Per i detenuti…

In quella poltrona ministeriale, caduto il fascismo, si sono sedute personalità come Palmiro Togliatti, Fausto Gullo, Adone Zoli; Guido Gonella e Aldo Moro; Francesco Paolo Bonifacio e Giuliano Vassalli, Giovanni Conso e Giovanni Maria Flick… In quella stessa poltrona certo, si sono seduti anche personaggi come Clelio Darida, Roberto Castelli, Angelino Alfano… Ne ha viste tante, quella poltrona; nei lugubri corridoi e nelle fredde stanze di palazzo Piacentini dove ha sede il ministero della Giustizia, sono transitati in tanti; nessuno però ha saputo raggiungere i vertici dell’attuale ministro Alfonso Bonafede. Nessuno come lui ha lasciato una “impronta” come la sua. Indelebile. Lo si ricorderà negli anni a venire, negli stessi termini in cui si ricorda quel tale Thompson de Sunderland di cui scrive Gustave Flaubert, e che aveva avuto la brillante pensata di incidere, o far incidere, il suo nome sulla colonna di Pompeo ad Alessandria d’Egitto: non solo i contemporanei, ma anche i posteri dovevano sapere di che pasta era fatto. Con i suoi interventi al Senato e alla Camera dei Deputati sull’accaduto nelle carceri italiane Bonafede riesce in un singolare primato: far rimpiangere tutti i suoi predecessori, nessuno escluso; ipoteca anche il futuro: vero è che il fondo non lo si raggiunge mai,  ogni giorno se ne ha conferma; ma ci sono sempre le eccezioni. Come nel caso di Bonafede.

Chi poteva immaginare che un giorno si sarebbe stati d’accordo con gli esponenti della Lega e di Forza Italia, che ne chiedono le dimissioni? D’accordo con LEU e i renziani che chiedono le dimissioni del responsabile del Dipartimento delle Carceri Francesco Basentini… Il ministro Bonafede è riuscito in questa “missione impossibile”. Da via Arenula l’intera vicenda la si è vissuta con incredibile “leggerezza”. Come sottolinea Piero Grasso (Leu) si registrano “ritardi, indecisioni, balbettii… dov’era lo stesso Basentini mentre scoppiavano le rivolte… inaccettabile la sua assenza”. Per una volta (un altro capolavoro del ministro Bonafede), si è d’accordo con Maria Elena Boschi, capogruppo renziana: rimprovera i vertici del ministero della Giustizia di aver lasciato soli gli uomini della polizia penitenziaria, “tant’è che i sindacati non si sono voluti sedere al tavolo del ministro… Chi sbaglia paga e il capo del Dap avrebbe già dovuto rassegnare le sue dimissioni per senso delle istituzioni”. Il ministro della Giustizia non batte ciglio quando il responsabile Giustizia del Partito Democratico Walter Verini gli snocciola, con l’aiuto di un preciso editoriale di Luigi Manconi su “Repubblica”, le innumerevoli disfunzioni, carenze e “sofferenze” del “pianeta” carcerario italiano. Semplicemente tace. Non ha nulla da obiettare. I tanti “J’accuse” lo lasciano indifferente, acqua che scorre su pietra liscia.

Legge frettolosamente, anche un po’ annoiato, una insipida e frettolosa relazione, che nulla dice e spiega. Fa sapere che secondo le stime ministeriali alla rivolta avrebbero partecipato almeno seimila detenuti. Si tratta di ben il 10 per cento, dal momento che l’intera popolazione carceraria è di circa 60mila detenuti. Se ne rende conto, il ministro? Una così massiccia partecipazione non gli dice nulla? Non gli suggerisce qualche riflessione? E davvero pensa di potersela cavare dicendo che quello che si sta vivendo è “un momento difficile per il Paese”? Grazie per la “notizia”, non lo si era capito. Si inanellano una serie di affermazioni che davvero lasciano di stucco: si tratterebbe di rivolte di limitata portata: “le immagini dei disordini e gli episodi più gravi sono ascrivibili a una ristretta parte dei detenuti, in quanto la maggior parte di essi ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza”. Al punto che “in alcune città, come per esempio Treviso, Torino, Rovigo e Potenza, ci sono state manifestazioni di protesta ma senza danni, mentre in altri casi, come a Modena, Napoli e Foggia, si è trattato di vere e proprie rivolte durate ore, che hanno portato anche a drammatiche conseguenze”. Nessun accenno a possibili misure per decongestionare la pesantissima situazione nelle carceri; esclusi i provvedimenti di amnistia e indulto; ma neppure un accenno a blandi provvedimenti, come la liberazione anticipata per chi deve scontare solo tre mesi, se ha il via libera del magistrato di sorveglianza; della possibilità di beneficiare della detenzione domiciliare per coloro che già sono in semilibertà (e sempre con il consenso dei giudici); due provvedimenti minimi che secondo le stime del garante dei detenuti Mauro Palma potrebbero già alleggerire le carceri di circa 5.500-6mila persone.

Bonafede parla di “un sistema strutturalmente fatiscente”, conseguenza “di un disinteresse per l’esecuzione della pena accumulato nei decenni”. Ma lui, ministro della Giustizia nel governo Lega-M5S, e ora nel governo PD-M5S, cosa ha fatto, cosa intende fare? Presto detto: rivendica di aver previsto “2.548 agenti in più (di cui 1500 già in servizio e 754 di prossima assunzione) e, quanto all’area trattamentale, di un numero di protocolli di lavoro per detenuti che non ha precedenti, senza considerare gli investimenti dell’ultima legge di bilancio che rafforzano enormemente il profilo della rieducazione”. C’è di che restare basiti. Quello che accade nelle carceri italiane, sovraffollate, dove si è ristretti in condizioni indecenti, ha responsabilità precise, Bonafede non può chiamarsi fuori. È lui che ha letteralmente gettato nel cestino della carta straccia la riforma del sistema penitenziario elaborata dal predecessore Andrea Orlando; una riforma soddisfacente che aveva già ottenuto, essendo legge con delega al governo, i voti favorevoli del Parlamento; mancava solo l’ultimo via libera. Arrivato Bonafede e il governo di Conte-Salvini-Di Maio, legge eliminata. La vocazione giustizialista dell’attuale ministro aderì in modo perfetto con quella della Lega salviniana. Il combinato disposto di due vocazioni giustizialiste han prodotto i frutti di oggi.

C’è poi un terzo “attore”, non meno responsabile, non meno “colpevole”: il Partito Democratico di Nicola Zingaretti; quando si è formato l’attuale governo, hanno dato il via libera alla riconferma di quel ministro affossatore della riforma di Orlando e del PD.  Zingaretti, al tempo della formazione del governo, aveva assicurato che si sarebbe realizzata una netta “discontinuità” con il passato. La prima “discontinuità” sarebbe dovuta essere proprio quella della Giustizia; una sostituzione di Bonafede, che aveva già ampiamente dimostrato tutti i suoi vistosi limiti e lacune, il minimo sindacale. Si tratta di un ministro, ricordiamolo, che non ha ben chiari i confini che separano il dolo dalla colpa. Tra i tanti rospi, il PD e Zingaretti anche questo hanno ingoiato. Siamo all’oggi. Un “oggi” desolante accettato in nome di una governabilità che nulla governa; prigionieri di ministri che saranno sicuramente ricordati, ma certamente non rimpianti.

P.S.: nelle stesse ore in cui Bonafede riferisce (si fa per dire) alle Camere, papa Bergoglio, cuore di francescano, cervello da gesuita, celebra messa: dedicandola ai detenuti. Una coincidenza. Senonché, avverte Leonardo Sciascia, sono le coincidenze ad essere le vere incidenze.

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