Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Italia non può pretendere di risolvere il problema del lavoro precario da sola”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “L’Italia non può pretendere di risolvere il problema del lavoro precario da sola”

Dal primo gennaio di quest’anno in California è entrata in vigore l’Assembly Bill 5, una legge con cui si considerano dipendenti i lavoratori della gig economy. Per quanto significativo, si tratta di un caso locale o costituisce il segnale di un’inversione di tendenza più generale?

Probabilmente di una tendenza più generale proprio perché proviene dagli Stati Uniti. Paese in cui il rapporto tra intelligenza artificiale e trasformazione del lavoro è molto avanzato. In particolare la California è uno stato all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e ha saputo connettere tra loro ricerca, industria, agricoltura, turismo e diversi altri settori produttivi. Una visione sistemica che a noi purtroppo manca. Ma, a parte le faccende di casa nostra, la legge approvata in California dovrebbe costituire uno stimolo affinché anche in Europa si affronti questo problema perché siamo troppo indietro nonostante una delibera di Bruxelles inviti ai governi nazionali a riconoscere ai gig workers dei diritti minimi.

Non va poi dimenticata la condizione di svantaggio in cui ci troviamo: le grandi piattaforme digitali che operano nel nostro continente sono statunitensi. Si trovano infatti oltreoceano sia la sorgente dell’innovazione sia il processo decisionale. Se l’Europa non diventerà uno stato federale sarà costretta a subire il potere dei giganti del Web. Ma uno stato federale è possibile se l’Unione recupera lo spirito sociale che l’ha fatta nascere, se torna a valorizzare il lavoro e le persone. Tra qualche mese ci sarà una conferenza per il rilancio dell’Unione dove mi auguro si decida di investire con forza sul sapere, sull’innovazione tecnologica e sui giovani.

L’Italia è il paese europeo che detiene il più alto tasso di operatori della gig economy, ben il 22%. Come spiega questo primato?

In tre modi. Primo, da noi è prevalsa una tendenza difensiva dell’esistente anziché impegnarci a progettare il futuro. Secondo, ci siamo genuflessi dinanzi alla globalizzazione, al mercato e alla finanziarizzazione dell’economia. Terzo, abbiamo aperto troppi varchi alla precarizzazione del lavoro, soprattutto nei confronti dei giovani. Ai quali abbiamo dato un impiego qualsiasi per non lasciarli a spasso; e a furia di accontentarci, questa soluzione sta diventando l’unica possibilità di scelta. Purtroppo è una condizione diffusa anche nel resto dell’Europa. In Italia ha raggiunto dimensioni inaccettabili perché ci troviamo in una situazione politica confusa, complicata, che vive alla giornata, priva pertanto di un disegno strategico. Addirittura pretendiamo di risolvere il problema della precarizzazione da soli. Mentre tale problema ha dimensioni continentali e la sede per affrontarlo è l’Europa. C’è una direttiva di Bruxelles, partiamo da quella. C’è la decisione del Senato californiano, facciamone tesoro. Invece, mi pare che ci sia una sottovalutazione generalizzata del fenomeno.

Da un rapporto di ricerca commissionato dalla Uil TuCs e curato dall’Osservatorio sulla gig economy in Italia, emerge un dato particolarmente preoccupante: il 52% dei gig worker sono laureati. Ciò significa che il nostro sistema economico non è in grado di assorbire forza-lavoro qualificata o che sta declinando la civiltà fondata sul lavoro?

 Direi che sta declinando la capacità di fare politica. Il nostro Paese ha imboccato la strada della superficialità: di fronte ai problemi si distrae coi like. Da noi la situazione occupazionale è più grave che altrove per la caduta della qualità politica. Si pensa che per governare basti una battuta o un messaggio su Twitter. Risultato: un chiacchiericcio che non aiuta certo a decidere. Insomma, si discute tanto e non si conclude niente. Assisto ogni giorno al dibattito politico e mi sembra un dialogo tra sordi. Mentre occorre tornare a pensare, progettare, immaginare un futuro, definire delle priorità perché il mondo va avanti a grandissima velocità. Bisogna avere un’agenda, sia nazionale che europea. E in cima all’agenda ci deve essere il tema dell’occupazione perché senza lavorare non si vive. L’innovazione tecnologica offre delle opportunità straordinarie per la creazione di nuovi prodotti e nuovi servizi. Ma non mi sembra che si stia investendo con decisione in questa direzione. Pensi poi a quanti posti di lavoro si potrebbero creare riqualificando il territorio. Ne sento parlare da anni e da anni non si fa niente.

 

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