Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Alle elezioni regionali la strategia catastrofista e sopra le righe di Salvini ha iniziato a segnare il passo”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Alle elezioni regionali la strategia catastrofista e sopra le righe di Salvini ha iniziato a segnare il passo”

Alle recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna il centrosinistra ha vinto con circa otto punti di scarto rispetto al centrodestra, mentre è stato sonoramente sconfitto in Calabria. Tuttavia il peso specifico dei due risultati è stato valutato in maniera molto diversa sia dal corpo politico sia dai tanti analisti che hanno commentato il voto. La sua opinione qual è?

Inizierei dal voto in Calabria. Voto sul quale occorre riflettere e, direi, con grande amarezza. Perché mi sembra che nel Mezzogiorno si assista troppo spesso un voto di protesta. Protesta contro cosa? Contro la latitanza del governo centrale. C’è poco da discutere: la distanza tra Nord e Sud del Paese sta aumentando vertiginosamente e i giovani del Sud fuggono in massa. La sfiducia è dilagante, la partecipazione dei cittadini si riduce a un lumicino e questi sono i risultati. Purtroppo bisogna ammettere che gran parte della responsabilità è del centrosinistra, che ha governato male la regione, ma anche e soprattutto dell’assenza di una politica per il Mezzogiorno. Viceversa il voto in Emilia-Romagna è incoraggiante. E i meriti principali di Bonaccini credo siano stati essenzialmente due. Il primo, aver condotto una campagna elettorale su chi doveva governare la regione e non la nazione, mentre Salvini ha fatto il contrario tentando di sparigliare le carte, ma è stato messo fuori gioco. Il secondo merito: focalizzarsi sui problemi concreti.

Penso inoltre che sia stata premiata dagli elettori anche la capacità dello stesso Bonaccini e della sua amministrazione di aver avuto con il governo centrale un rapporto di grande autonomia e di grande coerenza. Infatti, nel Patto di stabilità c’erano questioni riguardanti le piccole e medie imprese, l’ambiente e le microtasse che non erano state discusse con la Regione Emilia-Romagna. La quale invece ha aperto una dialettica con Roma e si è fatta valere. Ciò è molto positivo perché va in controtendenza rispetto a un trend che nel tempo ha visto mortificare, sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, i corpi intermedi e le autonomie locali. Il voto in Emilia-Romagna quindi sancisce per i partiti la necessità di aprirsi al confronto con le realtà territoriali.

Durante la campagna elettorale per le regionali ha fatto molto parlare la citofonata di Salvini a un presunto spacciatore tunisino residente in un quartiere periferico di Bologna. Cosa pensa di questo gesto?

Penso che sia un fuoco di paglia. In Salvini è talmente forte la tentazione di colpire l’immaginario degli elettori che ricorre a questi artifici. È una tecnica di comunicazione efficace nell’immediato, ma alla lunga stanca. Alla fin fine il leader della Lega se la prende sempre con le stesse persone e ripete sempre le stesse cose. Insomma, se per avere spazi sui giornali la politica che fai è sempre quella dell’uomo che morde il cane dopo un po’ o sei riuscito ad avere i pieni poteri, come Salvini appunto ha chiesto tempo fa agli elettori, o, in caso contrario, è meglio cambiare tattica. Intendo dire che quando si esagera con le visioni catastrofiche e quando si è sistematicamente sopra le righe a un certo punto i cittadini ti credono sempre meno o non ti credono più. Con tutta probabilità il voto in Emilia-Romagna indica che questi meccanismi comunicativi stanno iniziando a fare il loro tempo. Naturalmente ciò non significa che né Salvini né la Lega siano in discesa. Però è chiaro che in Emilia-Romagna qualcosa hanno sbagliato. Per esempio, la loro candidata alla presidenza della Regione, Lucia Borgonzoni, è stata di fatto una candidata-ombra, mentre il vero protagonista è risultato essere Salvini. Un’impostazione che non ha pagato.

Il Movimento 5 Stelle è uscito fortemente ridimensionato dalle ultime elezioni regionali. Tenendo conto che il prossimo 31 maggio si voterà in altre sei regioni, ritiene che la creatura di Grillo riuscirà a risollevarsi?

È difficile fare delle previsioni. Se guardo il voto della Calabria i 5 Stelle sono passati da oltre il 40% all’esclusione dall’assemblea regionale. È incredibile. Se posso essere sincero il movimento di Grillo mi sembra un formicaio impazzito. Il loro problema mi sembra questo: ascoltano la protesta, l’assecondano, l’amplificano e poi non governano. Cos’hanno fatto per la Calabria? Non mi pare molto nonostante Di Maio sia stato ministro dello sviluppo economico e del lavoro e gli elettori disertano le urne in massa. La maggioranza dei cittadini non ha votato, al contrario di quanto è avvenuto in Emilia-Romagna.

Detto in parole povere, se si va al governo cavalcando la protesta, poi si devono produrre dei risultati. Guardi il reddito di cittadinanza. Proprio in Calabria la Guardia di Finanza ha scoperto malavitosi e non aventi diritto che ne usufruivano. Ma a parte questo, il reddito di cittadinanza costituisce una strada per avere un lavoro. E in realtà come quella calabrese è illusorio creare lavoro se non si rilancia il Welfare, se non si favoriscono gli investimenti delle imprese, se non si combatte con estrema decisine la criminalità organizzata e se per curarsi, studiare e lavorare i cittadini di quella regione devono andare nel Nord Italia o addirittura emigrare. Ed ecco allora che il reddito di cittadinanza si è trasformato di fatto in un contributo per stare a casa perché il lavoro non c’è. Lei mi chiede cosa devono fare i 5 Stelle per risollevarsi dalla batosta che hanno preso alle regionali. La ricetta è solo una: imparare a governare.

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