Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “La discussione su Bettino Craxi per affrontare i problemi dell’Italia d’oggi”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “La discussione su Bettino Craxi per affrontare i problemi dell’Italia d’oggi”

Il ventennale della scomparsa di Bettino Craxi ha suscitato un intenso dibattito politico sulla figura del leader socialista. Come valuta tale dibattito?  

Mi sembra che il dibattito si stia svolgendo all’interno di un clima meno pregiudiziale rispetto al passato e questo è un fatto positivo. Positivo perché riporta il nostro Paese ad affrontare i problemi senza quei toni esasperati che poi conducono all’incomunicabilità. Questo non vuol dire evitare le critiche. Vuol dire parlare come si fa in una democrazia, ossia confrontarsi rispettando opinioni diverse dalla propria. Come già ho avuto modo di dirle in una precedente intervista all’annuncio della morte di Craxi la Camera dei deputati tenne una commemorazione in cui il leder socialista venne ricordato come uno dei protagonisti della Prima Repubblica. Sarebbe interessante ripubblicare quegli interventi. Poi vorrei ricordare il comunicato stampa ufficiale del presidente Ciampi. C’era scritto, cito testualmente, che Craxi: “contribuì in modo significativo alla difesa dell’Occidente e al consolidamento della pace”. Non c’è niente di più vero. Craxi era contro ogni forma di totalitarismo, sia che esso assumesse il volto del socialismo reale sia quello di Pinochet o di Francisco Franco. E il protagonismo di Craxi in politica estera non si fermò qui: si schierò contro il dispiegamento dei missili nucleari sovietici SS-20 nei paesi satellite dell’Urss, difese gli interessi nazionali a Sigonella, favorì l’apertura dell’Europa verso la Grecia, la Spagna e il Portogallo quando si liberarono delle rispettive dittature. Tutto questo non mi pare possa essere dimenticato e spero se ne possa a parlare.

Il suo invito a riflettere con maggiore attenzione su Craxi e sulla Prima Repubblica non esclude il peso enorme che ebbe l’inchiesta giudiziaria di Mani pulite…

No, non toglie quel peso e non va sottovalutato, ma per giudicare sia Craxi sia la Prima Repubblica non si può tenere conto solo ed esclusivamente di Mani pulite. Le ho fatto l’esempio della politica estera italiana di quel periodo. Eravamo protagonisti. Oggi? In quanto alla politica interna, col passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica non mi pare che la classe dirigente del nostro Paese, non solo quella politica, sia diventata un esempio di specchiata moralità. Vogliamo confrontare le politiche dell’Europa quando da noi c’era il Partito socialista al governo con le politiche di Bruxelles degli ultimi decenni? Insomma, voglio dire che riflettere con meno approssimazione su Craxi può essere utile al nostro presente. Prenda il caso del debito pubblico. Si dice che il periodo 1983-1987 abbia coinciso con lo sforamento del debito pubblico. Purtroppo molti dimenticano che tale sforamento è avvenuto soprattutto per il divorzio deciso, dalla sera alla mattina, tra la Banca d’Italia e il Tesoro. Quella scelta dovrebbe essere rivista. E poi vorrei ricordare che mentre nella Prima Repubblica il debito pubblico oscillava tra l’80 e il 90% ai nostri giorni è arrivato a oltre il 130%. Aggiungo poi che nella Prima Repubblica avevamo l’immenso patrimonio delle partecipazioni statali. Successivamente tale patrimonio è stato letteralmente svenduto. Tutto questo per dirle che non si può imputare a una presunta politica allegra degli anni ’83-’87 la situazione del debito pubblico italiano di oggi.

Se non tutta la Prima Repubblica è da archiviare può dirci qual è stato il suo limite maggiore?

Quello di non aver saputo immaginare una politica nuova con la quale costruire una sinistra finalmente libera di condizionamenti che storicamente ne avevano impedito l’unità. Impedimento che da un lato ha determinato l’incapacità di affrontare la crisi della modernizzazione in un mondo che volgeva verso rapidi cambiamenti dopo la caduta dell’Unione Sovietica e, dall’altro, ha contribuito a causare la progressiva delegittimazione della politica. Con questo non intendo nascondere il problema della corruzione emerso con Mani Pulite. Problema che va ricordato e definito. Tuttavia, lo spettacolo che offre oggi il Paese non mi sembra affatto migliore di quello del passato. Basti pensare alle dimensioni dell’evasione fiscale, alla crisi delle norme di convivenza, alla riduzione di cittadini a sudditi alla mercé di una burocrazia incredibilmente inefficiente. Aggiungerei a questo quadro anche la perdita di coesione del Paese e la caduta della solidarietà sociale. Capire cosa è stata davvero la Prima Repubblica serve soprattutto a valutare cosa fare oggi. Con tutti i limiti che le si possono attribuire la Prima Repubblica, che nel bene e nel male Craxi ha incarnato, aveva alle spalle una politica forte. La Seconda Repubblica ha alle sue spalle una politica debole e il risultato è un Paese bloccato, che non ha una strategia e che non sa dove vuole andare. Sia ben chiaro, con questo non intendo portare acqua al mulino del Craxi decisionista. Per il semplice fatto che Craxi non fu affatto un decisionista. Mi rendo conto di andare contro la narrazione dominante, ma è così. Pensi alla “grande riforma” proposta dal leader socialista nientemeno che nel 1979, si trattava di un vero e proprio progetto di modernizzazione dell’Italia. Praticamente non riuscì neanche a iniziarla.

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