Alfonso Gianni. L’Europa è il maggiore finanziatore del debito Usa

Alfonso Gianni. L’Europa è il maggiore finanziatore del debito Usa

L’annuale riunione dei grandi ricchi e dei potenti del mondo ha chiuso i battenti. Se qualcosa resterà oltre alla cronaca, probabilmente il World Fconomics Forum 2020 di Davos sarà probabilmente ricordato come quello in cui si sono evidenziati i più grandi contrasti. Mi riferisco in primo luogo a quello tra le ricchezze accumulate in pochissime mani, fra cui quelle dei convenuti nella cittadina svizzera, e la miseria in cui vivono 3,8 miliardi di persone il cui reddito non supera l’1% della ricchezza planetaria, come ha da ultimo evidenziato il rapporto di Oxfam Time to care. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di quanto falso ed ipocrita fosse lo slogan della globalizzazione nella sua fase montante per cui l’alta marea avrebbe fatto alzare tutte le barche. Moltissime sono andate a fondo. È andata in scena  la contrapposizione tra la protervia e la nuda verità, incarnati dal tronfio Donald Trump e da una determinata e informatissima giovane donna di 17 anni, Greta Thunberg che ha snocciolato i dati raccapriccianti di centri studi ufficiali e del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Giec) capaci di frantumare ogni ottimismo di facciata sul futuro del pianeta e dimostrare che tra l’incremento inaudito delle diseguaglianze sociali e la rovina ambientale vi è uno stretto rapporto causale. Non meno importante un altro contrasto: quello tra la politica di America first e l’Unione europea, che ha ricevuto meno gli onori della cronaca e su cui conviene invece soffermarsi per cogliere le tendenze del finanzcapitalismo a livello mondiale.

The Donald, anche per risalire la corrente dei consensi in patria, è andato giù duro. Dopo avere accusato chi lo contraddiceva d’essere profeta di sventure, ha riproposto gli Usa quale modello virtuoso per il resto del mondo, di più “il numero uno dell’universo” soprattutto per la produzione di agenti inquinanti come il petrolio e il gas. È quindi passato a minacciare la Ue con nuove “misure dolorose”, gli aumenti dei dazi, particolarmente nel settore automobilistico, ma non solo, se non si raggiungerà nel giro di qualche settimana un accordo su commercio, tecnologia ed energia. Nel frattempo ha  ufficializzato un’intesa con la Francia per l’allontanamento fino all’anno prossimo, dell’entrata in vigore della Web Tax. Una posizione condivisa anche dall’Italia, dice Gualtieri, a seguito del suo incontro con il ministro francese Le Maire. In realtà Trump non sarebbe altro che una tigre di carta se l’Europa volesse utilizzare le armi negoziali potenzialmente a sua disposizione. Natixis (una importante banca d’affari francese) e Intesa San Paolo ci descrivono in questi giorni il sorpasso da parte dell’Eurozona sulla Cina, per quanto riguarda il possesso di titoli di stato americani. I paesi dell’area euro, conferma il dipartimento del Tesoro Usa, detengono, seppure in modo non concentrato, ma disperso tra più mani, 1.121,5 miliardi di dollari in titoli statunitensi (nel 2011 erano 502) contro i 1.089 dollari della Cina. La Ue nel suo complesso, passando da 699 miliardi a 1.587, è il più grande finanziatore al mondo del debito pubblico Usa, superando Cina e Giappone. Il dato è del novembre 2019 e dà conto della nuova realtà: Trump fa il gradasso ma è l’Europa che sostiene il nuovo “miracolo” economico americano.

Non c’è da stupirsi più di tanto. Si tratta del prevedibile effetto boomerang dei “tassi a zero” e dei depositi bancari in Bce negativi. Gli investitori cercano rendimenti più favorevoli oltreatlantico. Un bund tedesco  decennale ha un rendimento negativo (-0,26) mentre un Treasury Usa decennale vanta un +1,78%. Il cane si morde la coda: i tassi di interesse sono tenuti bassi in Europa nella speranza di risollevare l’economia che langue, ma oltre una certa soglia i capitali se ne volano dove meglio credono – nella totale assenza di qualsiasi forma di controllo sui loro movimenti – e la domanda interna si deprime ulteriormente. Nel frattempo il dollaro è salito rispetto all’euro, il che facilita la pratica del carry trade, che a sua volta incrementa tale ascesa, ovvero chi può si indebita in euro, visti i tassi bassissimi, e investe negli Usa dove la profittabilità è migliore. Il tutto concorre allo squilibrio del sistema dei cambi, facendo crescere il valore del dollaro. È vero, tutto questo incrementa le esportazioni europee verso gli Usa; da qui l’aumento dei dazi di Trump e le sue ulteriori minacce in un’ottica di protezionismo aggressivo. Ma soprattutto sposta capitali verso gli Usa, permettendo a questi successi di crescita mentre gli indici europei restano piatti. C’è un detto napoletano molto efficace per descrivere questa situazione, che qui forse è meglio non riportare: più pudicamente diciamo che chi si lamenta è il principale profittatore della situazione. Altro che America first. Il nuovo sogno americano è un incubo dell’Europa che, finanziandolo, si svena sempre più. Di questo dovrebbe occuparsi la discussione che sta per aprirsi sul futuro dell’Europa. Ma ci vorrebbe una sostanziale cambiamento in senso solidale dei Trattati. Ma, come dimostrano le recenti proposte di modifiche al Mes (il meccanismo europeo di stabilità, ovvero il nuovo fondo salva stati) di cui ancora nel nostro paese non si è colta tutta la pericolosità, la Ue e gli organismi della sua governance si muovono in direzione del tutto opposta.

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