Nuccio Iovene. La discendente parabola dei 5Stelle

Nuccio Iovene. La discendente parabola dei 5Stelle

La parabola dei 5 stelle sembra ormai entrata nella sua fase discendente. I sintomi sono sempre più numerosi e diversi. Dagli eletti nel movimento sensibili alla campagna acquisti di Salvini, ai risultati elettorali nelle elezioni regionali e locali sempre più deludenti, fino alla diffusa omologazione nei comportamenti considerati deprecabili e da condannare agli esordi della loro azione politica da parte di molti di loro. Nati per dare una spallata al “sistema”, far fuori la “casta”, rigenerare una politica accusata (spesso a ragione) di essere sempre più chiusa, autoreferenziale e asfittica, in poco meno di un decennio il Movimento voluto da Grillo è diventato partito di maggioranza relativa, eletto centinaia di parlamentari (la stragrande maggioranza dei quali senza alcuna esperienza né politica né istituzionale), arrivato al governo del Paese. E qui le cose hanno cominciato a farsi complicate.

Grillo, considerata compiuta la missione di portare al governo del Paese la sua creatura politica, ha lasciato nelle mani del “capo politico” Di Maio la guida del movimento. Il successo elettorale del 2018 ha però costretto i Cinquestelle a misurarsi con il governo, così come era successo a Roma ed in altre città qualche tempo prima, con non poche difficoltà. La fuga dalle responsabilità e ed il rifugio nell’opposizione aveva favorito fino ad allora una rendita di posizione, anche a scapito del Paese. Cosa non più possibile per una formazione politica che ottiene oltre il 32% dei voti e diviene il primo partito. Ovviamente sarebbe lecito domandarsi come sarebbero andate le cose se l’incontro con Bersani dopo le elezioni del 2013 avesse avuto un altro esito, se lo steaming ed il “mai con il Pd” non avessero avuto il sopravvento. Quello che invece è successo lo abbiamo avuto sotto gli occhi, il fallimento di quel tentativo, l’ascesa di Renzi che, liquidato Letta e arrivato al governo, dopo il successo delle europee ha scelto di giocarsi tutto sulla riforma costituzionale ed il referendum, perdendolo e aprendo la strada alla successiva sconfitta elettorale. La rincorsa al “centro” sui contenuti (dal lavoro all’immigrazione) dei governi Letta e Renzi ha offerto una legittimazione e più di un assist alla destra di Salvini, mentre il successivo gioco del pop corn (seconda occasione colpevolmente mancata) ha favorito la nascita del governo giallo verde. L’anno del governo cinque stelle e Lega ha subito chiarito chi dettava l’agenda politica, e la confusione mista ad incapacità del movimento è emersa immediatamente.

Subalterni politicamente e culturalmente nei confronti di Salvini, i Cinquestelle non hanno neanche provato a contrastarne l’azione e le idee e si sono semplicemente accodati, pagandone immediatamente le conseguenze. Il leader della Lega ha progressivamente eroso i consensi dei suoi alleati, dentro e fuori il governo, a proprio vantaggio e ha provato a sua volta, dopo il suo personale successo alle europee di quest’anno, a prendere tutto il potere nelle sue mani. Solo questo scivolone di Salvini ha spinto i 5 stelle (grazie anche all’intervento di Grillo) poco convinti ed un Pd recalcitrante a far nascere l’attuale governo. Un governo nato tardi e senza convinzione, come siamo stati costretti a registrare fin dai primi mesi di vita, senza il coraggio di un investimento politico e di prospettiva. I 5 stelle ci sono arrivati dopo aver perso l’innocenza, con gran parte dei suoi esponenti ormai preoccupati perché per molti di loro (se non cambia il limite dei due mandati) la loro esperienza politica e di governo finisce con la fine di questa legislatura, perché erano arrivati per cambiare il modo di stare nelle istituzioni e presto ne sono stati attratti e affascinati facendosi risucchiare dai suoi riti più antichi, perché senza un retroterra politico e culturale l’oscillazione delle posizioni è permanente, perché alla lunga e alla prova dei fatti non basta il ruolo a definire e consolidare una vera leadership. Quello che impressiona dei 5 stelle è infatti l’assenza di dibattito, altro che trasparenza, sui magri risultati dell’ultimo periodo, sulle scelte da compiere, sugli errori da correggere. Si passa così disinvoltamente dall’alleanza con il Pd in Umbria, alla decisione di non partecipare alle successive regionali da parte del capo politico che viene però smentito dall’esito della piattaforma Rousseau che invece porterà il movimento ad andare da solo alle elezioni in Emilia ed in Calabria.

Proprio la Calabria può offrire un interessante spunto di riflessione a questo proposito. Dei 30 parlamentari che la regione esprime (20 deputati e 10 senatori) ben 18 sono stati eletti dai 5 stelle, la maggioranza assoluta. Neanche la DC nei suoi momenti di massima forza aveva mai avuto una rappresentanza simile. Nella regione si voterà il prossimo 26 gennaio, ma in diversi comuni (peraltro sciolti per mafia) si è già votato qualche settimana fa, e tra queste la quarta città della Calabria per numero di abitanti, Lamezia Terme. Lì la principale forza di governo che appena un anno e mezzo prima in città aveva preso oltre il 45% dei voti, e che in questa ultima occasione ha scelto di correre da sola, ha preso appena il 4,5% dei voti (un decimo di quelli dell’anno precedente) e non ha eletto neanche un consigliere comunale. Tutto lascia pensare che questo sarà l’esito che potrà riproporsi tra appena un  mese su scala più vasta. Il problema è che per i cinque stelle l’aver cavalcato l’idea di “non essere né di destra né di sinistra”, l’aver creduto e fatto credere che governare fosse un gioco da ragazzi salvo finire con le montagne di spazzatura a Roma e le difficoltà nel Paese, il non aver neanche provato a costruire e selezionare una vera classe dirigente e darsi una organizzazione si scontra oggi con una crisi di consenso e credibilità molto forti. Ed i tanti voti in libera uscita al momento, senza una diversa attrattiva, finiranno per confluire come si è già in parte visto alle europee sulla Lega o alimentare l’astensionismo. Un problema certamente per i cinque stelle, ma anche per i loro attuali alleati di governo.

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