Giulia Rodano. Felici dell’elezione di Marta Cartabia a presidente della Consulta. Ma la lotta delle donne continua

Giulia Rodano. Felici dell’elezione di Marta Cartabia a presidente della Consulta. Ma la lotta delle donne continua

Marta Cartabia è stata eletta presidente della Corte Costituzionale. Bene, che c’è di strano? Secondo la sua prassi, la Corte ha eletto la presidente scegliendo tra coloro che avessero la maggiore anzianità di presenza. Lo strano è costituito dal fatto che Cartabia è una donna, la prima donna a salire a quella carica. Le donne hanno avuto accesso alla magistratura soltanto nel 1963, poco più di cinquant’anni fa. E oggi, una donna raggiunge il vertice dell’organo di giurisdizione a cui noi tutte e tutti deleghiamo la difesa della nostra Costituzione, la madre di tutti i nostri diritti, lo strumento che consente la convivenza della nostra comunità.

“Ho infranto il soffitto di cristallo, spero che questo possa aprire nuove strade e nuove opportunità alle donne” ha dichiarato la neo presidente, all’indomani della sua elezione. Un altro soffitto di cristallo, dunque, un’altra barriera invisibile, ma non per questo meno impenetrabile si è infranta. Il valore simbolico di un simile evento è certamente straordinario. Rappresenta la testimonianza evidente, concreta della rivoluzione silenziosa che le ultime generazioni di donne hanno compiuto nella loro vita, nel modo in cui vivono, in cui concepiscono se stesse e il mondo che le circonda. Ancora, però, le donne devono costruire battaglie e vittorie come genere, come sesso. Ancora non possono godere della straordinaria libertà, di cui da sempre usufruiscono gli uomini, di essere considerate semplicemente persone, con le loro differenze culturali, sociali, politiche.

Dobbiamo gioire, ed è giusto, è una nostra vittoria, per aver raggiunto il vertice della Corte Costituzionale. Come dobbiamo essere contente che Christine Lagarde sia stata nominata presidente della BCE o che Ursula Von der Leyen sia stata nominata nuova presidente della Commissione europea. Sono tutti nuovi risultati che conseguiamo come genere. Bontà loro, ci considerano in grado di essere prime, anche se, per carità, ancora come evento straordinario. Qualcuna di noi eleva la testa sopra il soffitto di cristallo.

Ma questo cambierà la vita delle donne?

Perché la vita delle donne sta peggiorando e le loro condizioni di vita si stanno facendo più difficili. È sempre più faticoso per tante donne costruire liberamente le proprie scelte. La precarietà del lavoro, le retribuzioni troppo basse, la disoccupazione mettono in discussione diritti fondamentali delle donne, la possibilità di scegliere liberamente se e quando essere madri, mentre le rendono più vulnerabili alle infinite forme di violenza di genere di cui la società sembra incapace di liberarsi. Il peggioramento della vita delle donne è avvenuto anche mentre governavano delle donne. Le leggi che hanno ridotto i diritti di chi lavora e hanno tagliato i servizi sono state pensate e votate anche da donne. L’appartenenza allo stesso genere non ci ha salvato. Le donne al potere non hanno rappresentato un argine contro le politiche che hanno danneggiato tante altre. Quando potremo, come gli uomini, valutare le altre donne per ciò che pensano, che fanno, che valgono e non solo gioire perché sono donne?

Così come la libertà non può tradursi, come ci ricordava Sandro Pertini, nella sola libertà di morire di fame, nello stesso modo l’ascesa delle donne al potere non può tradursi soltanto nella sostituzione degli uomini, per fare le stesse cose e assumere le stesse scelte. Non caso le donne che riempiono le piazze di tutto il mondo leggono la loro oppressione insieme a tutte le altre oppressioni, di classe, di razza e mettono al centro della loro lotta la necessità di riconoscere anche la natura, privatista, oppressiva e alla fine capitalista del patriarcato.

Siamo dunque ancora in pieno dentro una duplice battaglia, quella democratica per far affermare la pienezza dell’esistenza umana e civile del nostro genere e quella, tutta politica, per poterci permettere di riconoscere le nostre differenze sociali, politiche, culturali e, come gli uomini, non essere solo donne.

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