Movimenti di protesta in tutto il mondo. Analisi e prospettive nella stampa internazionale

Movimenti di protesta in tutto il mondo. Analisi e prospettive nella stampa internazionale

Abbiamo voluto dedicare parte di questo numero del settimanale Eccoci ad un’analisi di quanto sta accadendo, e non solo in questi giorni, nel mondo. Ovunque si accendono focolai di proteste e montano movimenti di massa. Ovunque, la partecipazione popolare vuole far sentire la rabbia e la voce degli oppressi. E ovunque anche la stampa se ne occupa, cercando di capire la fenomenologia dei movimenti, le loro differenze, le loro istanze, utilizzando i maggiori esperti in fatto di cambiamento sociale. Ecco una carrellata di esempi.

Le grandi proteste che attraversano le strade delle città in ogni parte del mondo hanno diversi detonatori, ma il carburante resta il medesimo: classi medie in difficoltà, democrazia compressa e convinzioni profondamente radicate che le cose possano cambiare, anche l’alternativa non sempre è chiara. Nel 2019 pochi angoli del mondo sono stati risparmiati dalle proteste. Russia, Serbia, Ucraina, Polonia e Albania sono state attraversate da enormi manifestazioni di protesta, come il Regno Unito, contro la Brexit, e la Francia, con la vicenda dei gilet gialli, e come la Catalogna, per rivendicare l’indipendenza. Il Medio Oriente sta vivendo tali sommovimenti e manifestazioni di dissenso che qualche commentatore ha voluto vederne una nuova primavera araba. In Sud America, dal Brasile al Perù all’Ecuador alla Colombia e al Venezuela si sono levate tantissime voci di protesta contro i governi, di destra e di sinistra. E la lista potrebbe ancora continuare con Hong Kong, la Birmania, la stessa Cina. Insomma, ovunque nel mondo grandi masse di popolazioni si organizzano, per una o per l’altra ragione, e invadono piazze e strade. “I dati mostrano che la quantità delle proteste cresce vistosamente, ed è ampiamente più elevata di quella che percorse gli anni Sessanta, e quella che ha luogo dal 2009”, sostiene al quotidiano spagnolo El Paìs, Jacquelien van Stekelenburg, docente alla Università Statale di Amsterdam e studiosa dei cambiamenti sociali.

Non tutte le proteste tuttavia sono guidate da rivendicazioni economiche, anzi. Lo iato tra chi ha e chi non ha sta radicalizzando soprattutto moltissimi giovani. Secondo l’organizzazione non governativa Oxfam, le 26 persone più ricche del mondo possiedono una ricchezza pari a quella della metà più povera della popolazione dell’intero pianeta. I miliardari hanno visto crescere le loro fortune di ben 5,2 miliard di dollari al giorno, mentre la ricchezza relativa dei 3,8 miliardi di persone più povere al mondo è calata di 500 milioni di dollari al giorno. Inoltre, migliaia di persone si sono raccolte nelle proteste indette da Extinction Rebellion, contro l’assenza di iniziative dei governi sulla crisi climatica, lasciando dunque il problema in eredità alle generazioni future.

In tutti i casi, Internet non è un fattore scatenante – non v’erano social media negli anni Sessanta – ma è ovviamente importante. Il punto sostanziale è che i social media e l’esplosione dell’accesso alle informazione sta riorganizzano le gerarchie della conoscenza e della comunicazione. I maggiori analisti sostengono che le autorità possono agire mediante un’estensione dei regimi della sorveglianza  o mediante blackout digitali del tipo di quelli imposti dall’India nella regione del kashmir, ma resta il fatto che le strutture del potere eredità del XX secolo sono decisamente sotto pressione. “Il sistema tradizionale di costruire un potere verticale dall’alto verso il basso sta subendo incredibili sfide”, afferma a sua volta a Le Monde Diplomatique Thierry de Montbrial, dell’Istituto francese di Relazioni internazionali. “C’è una rivoluzione sociale con una crescente richiesta di partecipazione democratica”. È anche più facile, in un mondo digitalizzato e globalizzato sapere come viva quell’1 per cento della popolazione, quella più ricca. “Non si tratta di flussi di informazione, ma di flussi di persone”, aggiunge van Stekelenburg. “Quei giovani protagonisti della primavera araba molto verosimilmente conoscevano almeno una persona residente all’estero, e ciò ha creato una sorta di deprivazione relativa – lo voglio anch’io”.

La proliferazione delle proteste, tuttavia, non garantisce che le cose davvero cambieranno. “Metter su una manifestazione non è più la parte più difficile”, confessa al New York Times, Youssef Cherif, analista politico e uno degli autori della nuova ricerca della Carnegie Endowment sul successo dei movimenti di protesta. “Il problema è cosa fare dopo le proteste, come fare in modo che il tuo punto di vista raggiunga gli obiettivi per i quali stai protestando. È questo seguito che si dimostra la parte più difficile”. Le proteste e le rivoluzioni sono definite da slogan idealizzati, sostiene Cherif, ma il cambiamento sistemico è un’opera assai difficile. “Si può bloccare una parte del sistema, ma è difficilissimo bloccare l’intera struttura, che è formata da istituzioni e reti difficilmente bloccabili”.

La caratteristica delle proteste di questi mesi è la natura senza leadership di molte di esse, perché così diviene più complicato per i regimi autoritari intervenire brutalmente sulle personalità più influenti, in modo da ricattare il popolo dei manifestanti. Tuttavia, l’assenza di leadership può rendere più difficile sostenere i movimenti, secondo Sanjoy Chakravorty, docente di Studi globali alla Temple University, intervistato dal quotidiano inglese The Observer. “I movimenti che davvero spingono al cambiamento o che sono più sostenuti, hanno una leadership (basti pensare a Greta Thunberg), un’articolazione popolare sui territori, un’organizzazione, una informazione porta a porta che inviti la gente ad andare a manifestare”, sostiene ancora Sanjoy Chakravorty, che conclude: “la questione della leadership è centrale ed è ciò che ancora non abbiamo compreso del tutto: come scovare una vera leadership in questo caotico dispiegamento di rabbia?”.

Share