Costituito il Comitato per il NO al referendum sulla riduzione dei parlamentari. Il segretario radicale Maurizio Turco: “si vuole svuotare il Parlamento”

Costituito il Comitato per il NO al referendum sulla riduzione dei parlamentari. Il segretario radicale Maurizio Turco: “si vuole svuotare il Parlamento”

Nessuna vocazione complottarda, per carità. Fa comunque impressione rileggere il decimo punto del cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica”, sequestrato nel 1985 a Licio Gelli, quand’era a capo della loggia massonica P2: “È necessario inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le garanzie costituzionali, di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale”. Si dirà che è una coincidenza; ma una lunga casistica porta a dire, con Leonardo Sciascia, che le “coincidenze” sono sempre le vere “incidenze”. E’ comunque irritante, non solo indicativo, che i promotori di questa cosiddetta riforma la motivino e giustifichino parlando di riduzione di costi e di “risparmio”. Intendere la democrazia e la rappresentanza parlamentare come mera questione mercantile lascia intendere assai più di quanto non dica. Se si deve andare al “risparmio”: in base a quale astruso criterio si stabilisce che i senatori da 315 devono diventare 200 e non, per dire, 150, o 100? E per quel che riguarda i deputati, da 630 perché 400, e non 200? Anche il presunto risparmio comunque è discutibile ed irrisorio, se rapportato alle cifre del bilancio di uno Stato. Per quello che riguarda la Camera dei Deputati si parla di 53 milioni annui; 29 milioni per il Senato. Vale a dire il 5,5 per cento delle spese totali di Montecitorio, e il 5,4 per cento delle spese totali di palazzo Madama. Se si calcola il risparmio al netto delle imposte pagate da ciascun parlamentare allo Stato, il risparmio si riduce a 37 milioni per la Camera, e a 20 per il Senato. L’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli stima un risparmio, per l’intera legisatura di 285 milioni. Lontanissima da quella stimata dal capo politico del Movimento 5 Stelle di circa 500 milioni a legislature.

Si obietta che un paese come gli Stati Uniti d’America se la cavano con appena cento senatori, due per ogni stato; e un numero esiguo di deputati. Vero. Ma in quel paese è tutto l’impianto dello Stato ad avere connotazioni diverse: ogni Stato gode di un’autonomia e di un potere che non è comparabile a quello delle regioni italiane. Il presidente degli Stati Uniti ha un potere che non si sogna di avere né un presidente della Repubblica né un presidente del Consiglio italiano; ogni municipio, contea, stato dell’Unione gode e beneficia di poteri e sfere di competenze che bilanciano e “controllano” il forte potere e sfera di competenza della Casa Bianca. Ci sono un’infinità di articolazioni intermedie che giustificano e rendono possibile il numero ridotto di parlamentari, non ultimo il fatto che in quel paese esistono due soli partiti: il Democratico e il Repubblicano. Dunque, non sono possiili comparazioni tra i due sistemi. Come cantava Renato Carosone, “Tu vuo’ fa’ l’americano / ma sì nato in Italy / Sent’a mme nu ce sta nenta ‘a fa…”.

Il Movimento 5 Stelle non ha mai nascosto, e anzi, rivendica con ostentato orgoglio, la sua vocazione populista-demagogica (si è intestato anche il provvedimento che modifica il regime dei vitalizi con valore retroattivo, una bestemmia giuridica); non stupisce che abbia fatto della riduzione dei parlamentari il suo cavallo di battaglia. Sgomenta che su questo terreno sia seguito dal Partito Democratico e da LEU. Se Parigi valeva una messa, un Governo vale una riforma che non ha capo né coda? Il fatto è che per anni, in maniera dissennata, si è seminata anti-politica a gogo, facendo intendere che sempre e comunque sia cosa sporca: un “magna magna”, e chiunque la fa è assimilabile a un malfattore; si è coltivata la non meno dissennata idea che esiste una “società civile” per definizione migliore di quella politica, e che chiunque può amministrare e governare, senza un minimo di apprendistato. Ora si raccolgono i frutti di questa sciagurata “politica”. Per non sembrare impopolari, si preferisce essere antipopolari.

Ben venga, dunque, l’iniziativa del Partito Radicale, che ha depositato la richiesta di un referendum popolare, e la costituzione del “Comitato per il NO al taglio dei parlamentari”. «Ridurre il numero dei parlamentari e sottoporli al mandato imperativo dei partiti è una questione di sovvertimento dell’ordine democratico. Risparmiare sulla democrazia significa sopportare dei costi inenarrabili», dice il segretario radicale Maurizio Turco. Turco accusa il PD di «sete di potere: dopo aver votato no per tre volte, ha improvvisamente cambiato idea senza spiegarne i motivi ma fornendo solamente un alibi, la modifica dell’attuale legge elettorale». Si è creata, secondo l’analisi dei radicali, una situazione dove idee, idealità e patrimoni dei partiti sono messi da parte, in nome di slogan: «Ormai i politici non spiegano più le loro idee ma raccontano, specialmente in televisione, delle favole: le elezioni non vengono vinte dalle idee ma dai racconti, arriva primo chi è più bravo a imbastire una storia. È una situazione molto pericolosa per lo Stato di Diritto…una situazione possibile solo in mancanza di idee e dibattito all’interno del partito». Per Turco la diminuzione del numero dei parlametari «insieme al mandato imperativo dei partiti distruggerà dalle fondamenta lo Stato di Diritto e la Democrazia rappresentativa perché i politici eletti non saranno più i rappresentati del Popolo e del territorio, ma dei partiti. E questa non è affatto una prospettiva democratica. Si tratta piuttosto di un nuovo trionfo della Partitocrazia divenuta ormai 2.0 perché adeguata al mondo attuale dove la comunicazione politica si fa nei social network. Se per il M5S non c’è da stupirsi – la battaglia senza requie alla democrazia rappresentativa in nome di quella diretta è uno dei cardini del loro programma politico – quello che stupisce è la svolta del PD e di LEU che non hanno dato alcun tipo di spiegazione ma, appunto, solo alibi».

Per il segretario radicale si annunciano tempi più cupi di sempre: «Con Rousseau i deputati non saranno più né i rappresentati del Popolo, né del Movimento ma solo della Casaleggio Associati; e questo è contrario all’articolo 49 della Costituzione Italiana. Se vogliamo che i cittadini si interessino della politica e dei problemi della collettività non possiamo abbandonarci agli slogan populisti ma è necessario garantire l’accesso alla conoscenza per tutti. L’informazione politica attuale non prevede contraddittorio ma solo l’esposizione di slogan. Diminuire il numero dei parlamentari è il primo passo verso la distruzione dello Stato di diritto e non farà che allontanare i cittadini dalla politica ormai schiava dei partiti». In questo quadro, è il succo dell’analisi radicale, «la riduzione del numero dei parlamentari non può che ridurre ulteriormente la possibilità di rappresentanza, conoscenza e scelta. II progetto è chiaro: sprangare il Parlamento per farne un bivacco di manipoli, superare la democrazia rappresentativa e lasciare tutto in mano a oscuri esperti».

Queste, per sommi capi, le ragioni per cui si è costituito il Comitato referendario per il NO sulla riduzione dei parlamentari. Già due volte il popolo italiano ha respinto due cosiddette “riforme” istituzionali. Auguriamoci che sia confermato il detto popolare secondo il quale non c’è il due senza il tre.

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