Alfonso Gianni. Il suicidio assistito del Parlamento italiano

Alfonso Gianni. Il suicidio assistito del Parlamento italiano

Martedì 8 ottobre a Montecitorio è andato in scena il suicidio assistito del Parlamento e gli assistenti sono stati veramente troppi, ben 553, nient’affatto animati da pietas virgiliana. E’ stata una delle giornate peggiori della storia della già tormentata democrazia del nostro paese. Una discussione pessima, condotta all’insegna del più banale populismo antistituzionale ha preceduto il voto. Cui hanno fatto seguito surreali  dichiarazioni  finali, ove ognuno, tranne i 5stelle, ha dovuto motivare o perché votava sì dopo avere votato no per tre volte lo stesso identico testo o perché continuava ad approvarlo malgrado venisse proposto dai suoi peggiori nemici, o dichiarati tali. Le argomentazioni a supporto di un simile trasformismo non potevano quindi che essere patetiche e infondate. Non solo la logica non aveva varcato il portone di Montecitorio, ma neppure il buon senso. O se c’era – come scriveva il Manzoni – “se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Quest’ultimo totalmente monopolizzato dalla logica del “Vaffa”, dal disprezzo per il principio di rappresentanza – visto che si riduce enormemente il numero degli eletti rispetto ai loro elettori allontanando la distanza fra di loro – dallo scherno alla democrazia rappresentativa in nome di una democrazia diretta che non riempie le piazze ma muove le mani sulle tastiera dei computer.

L’argomento del risparmio per le casse dello Stato – in sé già indicibile, perché fare cassa sull’esercizio della democrazia significa non averne alcun rispetto – è stato smontato anche contabilmente da fonti affidate: lo 0,007% in meno. Roba da rivalutare i fatidici bruscolini. Ma il populismo non conosce ragione né necessità di offrirne. Carica a corna basse, dileggia e mortifica chi cerca di addomesticarlo. Travolge la storia e la memoria. Si è sentito persino ripetere che più volte il Parlamento aveva cercato di autoridursi. Ci provò in effetti Renzi che voleva ridurre il Senato al cortile di casa, ma venne subissato dal referendum popolare, come capitò nel precedente caso alla controriforma presidenzialista di Berlusconi nel 2006. Non era forse il Cavaliere a proporre anni addietro che tanto valeva che votassero solo i capigruppo della Camera e del Senato? Non è forse vero che così funzionano i consigli di amministrazione delle società in cui i voti, più che contarsi, si pesano a seconda del pacchetto di azioni che ognuno detiene? Una semplificazione estrema riesumata dal proposito grillino, annunciato più volte da Di Maio, d’introdurre nella Costituzione il vincolo di mandato, che lascerebbe i singoli deputati nelle mani dei capigruppo e delle elite di partito, rendendo superfluo e noioso l’esercizio del loro diritto di voto.

Alcuni hanno sostenuto che anche la prima commissione bicamerale per le riforme istituzionali e costituzionali, presieduta dal liberale Aldo Bozzi negli anni ottanta, aveva discusso della riduzione dei parlamentari e che la Presidente Iotti era d’accordo. Non fu affatto così. Allora due erano le proposte innovative rispetto agli assetti vigenti: una puntava al monocameralismo, l’altra, sostenuta anche da Nilde Iotti, puntava a trasformare la Camera alta in un Senato delle regioni. In entrambi i casi, siamo molto lontani da due camerette paritarie che è l’esito finale del voto di martedì 8 ottobre.  A sinistra si è cercato di giustificare il sì dopo tre no nelle precedenti letture sullo stesso identico testo, sostenendo che ora vi sarebbe un accordo di cornice tra le forze di maggioranza. E’ forse bene ricordare quanto dice l’articolo 138 della nostra Costituzione:  “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”

Scambiare una norma costituzionale, quale è quella che ha fissato il numero dei componenti ciascuna Camera, con intese e normative politiche, anche se rilevanti, è sempre cattivo mercimonio. In questo caso c’è un’ulteriore aggravante. Non solo questo accordo è prigioniero della ingannatrice politica dei due tempi, visto che non v’è un minimo di contestualità tra le varie misure e quindi la certezza di un secondo tempo “riparatore” è del tutto aleatoria. Ma i contrappesi promessi sono inconsistenti. Mentre si ribadisce l’autonomia differenziata delle regioni, si promette l’uniformazione nell’età dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato, con l’esito malato di rendere del tutto identici i due rami del Parlamento; l’eliminazione della base regionale per l’elezione del Senato, il che richiede una nuova modifica costituzionale di non breve percorso; una nuova legge elettorale “al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale”.

Ed è questo il punto peggiore. Come, dovrà essere questa legge elettorale il documento non lo scrive. Quindi tutte le ipotesi sono sul campo, dal  maggioritario con qualche lieve correzione, a forme miste, al modello spagnolo dei piccoli collegi che penalizza le forze minori, alle invenzioni dell’ultimo momento. Certo che se prendiamo per buona la dichiarazione di voto del capogruppo più a sinistra nella maggioranza, cioè LeU, c’è ben poco da stare allegri. Federico Fornaro, cito dal resoconto stenografico del dibattito alla Camera, si è pronunciato per “un sistema in misura maggioritaria proporzionale”. Quindi non una legge proporzionale pura, ma mista: un po’ maggioritaria e un po’ proporzionale.  Esattamente come è quella attuale, il Rosatellum già riadattato alla riduzione del numero degli eletti, che ha base proporzionale ma è imbastardita da una pesante quota di maggioritario che la curva in modo decisamente incostituzionale. Infatti Salvini ha già annunciato un referendum per togliere la parte proporzionale in modo da ottenere una legge interamente maggioritaria. Probabilmente, almeno questo è il parere di molti costituzionalisti, il quesito referendario di Salvini verrà bocciato dalla Corte Costituzionale nel suo esame a gennaio, per diversi motivi, tra cui certamente quello che una sua eventuale approvazione lascerebbe un vuoto normativo in una materia fondamentale per il funzionamento degli assetti istituzionali quale è quella elettorale. Ma, a parte il fatto che non si può mai essere sicuri del responso della Consulta, è evidente che le destre continuano il loro attacco all’impianto su cui poggia il sistema istituzionale del nostro paese. Infatti Fratelli d’Italia ha depositato in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per l’elezione diretta del Capo dello Stato.

Da tutto ciò escono vincenti un gongolante M5stelle che organizza pantomime celebrative in piazza (mentre il Pd è più che altro preoccupato di tamponare le iniziative di Renzi) ma anche tutte quelle forze più o meno oscure che sognavano da tempo di imporre la logica della governance d’impresa al posto della democrazia parlamentare rafforzata dal presidenzialismo, in modo che la liquidazione del Parlamento sia ancora più netta. C’è bisogno, per usare un linguaggio antico ma sempre valido, di un sussulto democratico popolare perché ciò non possa avvenire.

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