Caos Tav al Senato. Il sì passa con 180 voti (Pd, Lega, Fi, Fdi) contro i 110 del M5S. La maggioranza Lega-M5S si scioglie al sole d’agosto. Ci sarà la crisi? Salvini annuncerà la fine del contratto di governo?

Caos Tav al Senato. Il sì passa con 180 voti (Pd, Lega, Fi, Fdi) contro i 110 del M5S. La maggioranza Lega-M5S si scioglie al sole d’agosto. Ci sarà la crisi? Salvini annuncerà la fine del contratto di governo?

Caos Tav al Senato. La mozione pentastellata, contraria all’opera, raccoglie i soli voti del gruppo M5S e una manciata d’altri, mostrando tutto l’isolamento del Movimento nato anche sulla forte opposizione all’Alta Velocità Torino-Lione. I testi concorrenti (preparati da Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia), sono invece approvati da una maggioranza inedita che copre un ampio arco che va da sinistra (con l’eccezione di LeU) a destra. Si chiude così l’ultima giornata di lavori al Senato prima della pausa estiva, con le divisioni interne all’esecutivo che emergono in tutta la loro evidenza: i ministri di Carroccio e M5S, inclusi Salvini, Di Maio e Toninelli, siedono gli uni accanto agli altri, ma si ignorano e non si parlano. E poi votano ognuno per la loro strada. La scena più incredibile arriva quando il governo deve dare il parere sui vari testi presentati dai partiti. La vicepresidente di turno di Palazzo Madama, Anna Rossomando, fa sapere che ha chiesto di intervenire il viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia (Lega), che dice: “Invitiamo a votare a favore della Tav e contro chi blocca il Paese”. Il viceministro si siede. E nello stesso momento, stupendo anche la stessa Rossomando, si alza il sottosegretario pentastellato Vincenzo Santangelo, sottolineando di intervenire “non a titolo personale, ma a nome del governo”. Santangelo, che lavora ai rapporti con il Parlamento assieme a Riccardo Fraccaro, “si rimette al parere di questa Assemblea”, senza dare un’indicazione di voto precisa, come invece fa il collega del Carroccio. Quando i senatori votano, la mozione M5S viene fermata da 181 contrari, e i favorevoli sono 110. In maniera quasi speculare, quella del Pd incassa 180 sì e 109 no, con la voce dissonante di Tommaso Cerno, che vota il testo pentastellato. E hanno luce verde, sempre con il sì di poco più di 180 senatori, le altre mozioni a favore dell’Alta Velocità, preparate da FI, FdI ed Emma Bonino. Precluso invece il testo di LeU, che è contrario a Tav come quello del M5S, ma non votabile perché nel frattempo passano le mozioni favorevoli.

E’ raggiante (e provocatorio) il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, che butta lì: “Paura, eh?”, riferendosi ai timori che avrebbero molti parlamentari di perdere il loro seggio. Romeo e le sue truppe votano tutti i testi che dicono sì a Tav, compreso quello del Pd, accorciato a sole due righe proprio per raccogliere più consensi: “Un capolavoro sartoriale”, commenta il capogruppo. Praticamente tutti i partiti, tranne LeU e M5S, bocciano il testo pentastellato. Questo avrebbe impegnato il Parlamento e non il governo, certo, “ma la questione politica resta – avverte Romeo – ci saranno conseguenze”. E le sue parole fanno pensare che l’esecutivo possa traballare davvero. In una capitale torrida molti si chiedono: davvero è pensabile una crisi quasi ferragostana? Matteo Renzi, a chi lo ferma tra i corridoi di Palazzo Madama, dice che non ci crede. A suo parere i pentastellati “ormai sono pronti a votare tutto”, mentre Salvini “non ha le palle” per sfiduciare Conte. Anzi, si corregge Renzi, la Lega “potrebbe chiedere il voto perché a corto di soldi”, dice.

Ci sarà la crisi? I passaggi istituzionali che occorrerebbero

Una crisi di governo può essere ‘innescata’ in diversi modi e non è comunque detto che, una volta avviata, si risolva con la parola fine sul governo. Quale può essere il ‘detonatore’? Innanzitutto c’è la via parlamentare: l’esecutivo non ottiene la fiducia in Parlamento, ad esempio dopo aver posto la fiducia su un provvedimento, e le forze di maggioranza – o alcuni dei partiti che la compongono – votano contro. Oppure, altra ipotesi di scuola, una della forze di maggioranza si sfila e annuncia esplicitamente di non sostenere più il governo. Cosa succede? Il presidente del Consiglio, prendendone atto, si reca al Quirinale per presentare le dimissioni senza passare per il voto in Aula. O, ancora, la crisi può essere avviata dallo stesso premier che ravvisa non vi siano più le condizioni per proseguire e, quindi, rimette il mandato nelle mani del presidente della Repubblica, dimettendosi. Per verità di cronaca, almeno per il momento nessuna di queste ipotesi si è verificata. Inoltre, il voto di oggi a palazzo Madama, seppur ‘politicizzato’ dalla Lega, è stato su alcune mozioni e non su un provvedimento del governo. Va ricordato, poi, che il governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da Lega e M5s ha incassato la fiducia solo due giorni fa al Senato, con il voto sul decreto Sicurezza bis, ottenendo 160 sì. Certo, non la maggioranza assoluta (che è di 161), ma sicuramente la fiducia è stata confermata. Restano, però, agli atti le parole del capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, pronunciate in Aula in dichiarazione di voto sulle mozioni, rivolgendosi ai 5 stelle. Detto questo, i passaggi e tutti gli step che, dal giorno della crisi di governo con le dimissioni formali del presidente del Consiglio, portano fino a nuove elezioni politiche sono disciplinati dalla Costituzione, da leggi ordinarie e dalla prassi istituzionale ormai consolidata. Nel tardo pomeriggio, i rumors nei palazzi romani sostengono che il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini potrebbe fare un importante annuncio nel suo comizio in programma in serata a Sabaudia. Ad attendere il leader della Lega nella cittadina del litorale pontino oltre ai parlamentari e amministratori del Lazio anche i sottosegretari all’Economia Massimo Garavaglia e al Lavoro Claudio Durigon. Dopo la rottura sulla Tav al Senato Salvini non ha rilasciato dichiarazioni: “parlerà a Sabaudia e ci sarà una grossa notizia”, fa sapere una fonte. Tanto che molti sono stati sollecitati a raggiungere Sabaudia per ascoltare le parole del leader leghista.

Il comizio di Salvini a Sabaudia: un requiem per il governo o un discorso ambiguo da Prima Repubblica?

Più che un comizio, un requiem al governo di cui fa parte? O piuttosto un classico discorso con dentro tutto e il suo contrario, condito da minacce, tipico della Prima Repubblica? Matteo Salvini ha parlato un’ora dal palco di Sabaudia, al termine di una giornata convulsa con M5s e Lega divisi in Senato sulla mozione sulla Tav, e un incontro di 50 minuti con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Il segretario leghista ha subito voluto chiarire che alla Lega “non interessa alcuna poltrona” in più e non chiede un rimpasto. Salvini ha parlato del governo sempre al passato: “è stato bello”, finché è durato “sono andato avanti come un treno”. E si è spinto a evocare le sue relazioni sentimentali fallite – cosa di cui raramente parla volentieri – sostenendo che stare al governo con qualcuno è “come un matrimonio”. “Quando si litiga più di fare all’amore, allora bisogna guardarsi in faccia da adulti. E io ne so qualcosa”, ha garantito. Prima del suo arrivo, dopo l’incontro con Conte, il capo della Lega aveva annullato tutte le tappe diurne del tour di domani in Abruzzo, confermando solo quella serale di Pescara. “Non so se sarò a Pescara”, ha poi detto al comizio, segno che anche domani sarà una giornata convulsa. Ma, ha esortato Salvini, bisgna “fare in fretta” a risolvere i problemi, perché “gli italiani hanno fretta”. “Domenica sarò in Sicilia e, dopo la Sicilia, saremo a Roma magari per fare qualche chiacchierata.. e ci siamo capiti”, ha poi aggiunto. L’allusione sarebbe all’ipotesi di un incontro al Quirinale – spiegano fonti qualificate del partito – anche se non vi è alcuna conferma ufficiale. E nella tarda una notizia di agenzia dava Mattarella di ritorno al Colle da Castelporziano. Insomma, si accettano scommesse sul futuro prossimo di questo governo, che sulle sceneggiate ridicole ha ormai raggiunto vette elevatissime. E infatti, a stretto giro di social, arriva la replica, anch’essa estremamente ambigua e con linguaggio criptico da prima Repubblica di Luigi Di Maio. Egli scrive: “qualunque sarà la conseguenza noi siamo orgogliosi del nostro NO a un’opera come la Torino-Lione, un’opera nata vecchia, di 30 anni fa, senza un futuro. Un’opera che vogliono solo Bruxelles e Macron”. Di Maio nel post su Facebook prosegue: “tra i Sì, in questo periodo, sentivo sempre dire che l’opera avrebbe creato occupazione. È un approccio curioso e strumentale. Con questo discorso, dunque, dovremmo aprire 10 inceneritori in ogni Comune, discariche, dovremmo trivellare i nostri mari, riportare il nucleare mandando a quel paese un referendum popolare? Oppure dovremmo lasciar lavorare le mafie in santa pace, non combattere gli evasori, non chiudere le coop coinvolte nel business dei migranti? Non dovremmo fare tutto questo perché, forse, crea occupazione?” si è chiesto retoricamente. Ma l’interrogativo resta: non sapeva che stava al governo con la Lega?

 Nonostante tutto, il Pd ha le sue spine

Il governo c’è, la maggioranza non più. Dunque, il presidente del Consiglio vada a riferire al capo dello Stato su una crisi politica ormai conclamata. Questa è la linea di Nicola Zingaretti e del Partito Democratico in attesa che “le conseguenze politiche” del voto del Senato sulla Tav si dispieghino sugli equilibri interni all’esecutivo. Dal Nazareno filtra soddisfazione per il lavoro fatto a Palazzo Madama che ha messo in evidenza tutte le contraddizioni della compagine di governo. Dopo l’assemblea dei senatori che ieri ha dato mandato al presidente Andrea Marcucci di scegliere la strada da seguire sulle mozioni, stamane nuovi contatti tra Marcucci e Nicola Zingaretti rafforzavano l’ida di votare la mozione pro Tav presentata dal Pd. Non sono pochi, tuttavia, gli esponenti dem convinti che una astensione, con i senatori fuori dall’Aula, avrebbe reso plastica la spaccatura all’interno della maggioranza e del governo. Addirittura, per Carlo Calenda, fino all’estrema conseguenza delle dimissioni del presidente del Consiglio. “Sono felice per la mozione Pd pro Tav che ho sempre sostenuto andasse votata”, scrive l’eurodeputato ed ex ministro dello Sviluppo economico. “Se fosse passata quella del Movimento 5 stelle con l’astensione delle opposizioni, la spaccatura sarebbe diventata una sfiducia politica a Conte. Ma ormai non vale più la pena parlarne”, aggiunge. Ma è il tesoriere del partito, Luigi Zanda, a guidare la ‘fronda’ degli astensionisti: “Io personalmente sono a favore della Tav, ma ho votato per disciplina del gruppo, perché politicamente sarebbe stato molto più utile uscire dall’Aula”, afferma. “Uscire poteva aiutare a fare emergere con più forza l’incompatibilità tra Lega e M5s, con ministri della Lega da una parte e ministri M5s dall’altra”. Nel dibattito interviene anche Matteo Renzi che prende spunto dalle parole di Alessandro Di Battista: “Oggi abbiamo votato a favore della Tav. Noi pensiamo al paese e dunque siamo per il Sì. Divertente la strategia di alcuni statisti nostrani, a cominciare da Di Battista e qualche dem: ‘Il Pd doveva votare contro la Tav, così Salvini si sarebbe arrabbiato'”. Ma in Parlamento di automatico non c’è niente, come fa notare la vicesegretaria dem Paola De Micheli. Certo, dopo il voto di oggi “la parola crisi è diventata più vera, anche se non è ancora chiaro come e quando. Il voto di stamattina ha comunque chiarito che questo governo non ha una maggioranza. Cosa che si sapeva, che si vedeva”. E un governo senza maggioranza è un governo che deve rivolgersi al Presidente della Repubblica. L’appello di Nicola Zingaretti arriva subito dopo il voto del Senato. “La seduta del Senato ha dimostrato in maniera assolutamente evidente che il Governo non ha più una maggioranza”, spiega il segretario.

Share