Libia. Guerra civile. L’allarme di Msf sui pericoli per la vita dei migranti detenuti nei lager. Intanto, Haftar è giunto all’aeroporto di Mitiga, Tripoli

Libia. Guerra civile. L’allarme di Msf sui pericoli per la vita dei migranti detenuti nei lager. Intanto, Haftar è giunto all’aeroporto di Mitiga, Tripoli

“Siamo molto preoccupati per i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione. Migliaia di persone che abitano nelle aree del conflitto sono fuggite in altre aree della città. Ma i migranti bloccati nei centri non hanno alcuna possibilità di fuga” denuncia, in un comunicato, il capoprogetto delle operazioni di Medici senza frontiere a Tripoli, Craig Kenzie. Anche in periodi di relativa calma, migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione sono costretti a condizioni pericolose e degradanti che hanno impatti negativi sulla loro salute fisica e mentale. Il conflitto ha reso queste persone ancora più vulnerabili e ha drasticamente ridotto la capacità della comunità umanitaria di fornire una risposta salvavita tempestiva e garantire evacuazioni urgentemente necessarie.  Il centro di detenzione di Ain Zara, dove pochi giorni fa il segretario generale delle Nazioni Unite ha constatato ‘la sofferenza e la disperazione’ di rifugiati e migranti, si trova ora nel pieno degli scontri, con quasi 600 persone vulnerabili, compresi donne e bambini, intrappolate al suo interno. Testimonianze arrivate da un altro centro suggeriscono che alcune persone vengono costrette a lavorare per i gruppi armati. “Chiediamo che tutti i rifugiati e migranti detenuti in Libia siano evacuati dalle zone a rischio appena possibile e, in attesa del loro rilascio, che vengano garantiti la loro sicurezza e i loro bisogni essenziali”, è l’appello di Msf. “È la terza volta negli ultimi sette mesi che a Tripoli scoppiano combattimenti, eppure molte delle persone trattenute nei centri sono lì a causa delle politiche degli stati membri europei, che permettono alla guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati in mare e riportarli forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. Il conflitto attuale non fa che evidenziare ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro dove la protezione di migranti e rifugiati possa essere garantita”, spiega Kenzie.

L’avanzata delle milizie dell’uomo forte della Cirenaica si è intanto impantanata in una serie di scaramucce nell’area dell’aeroporto di Mitiga, l’unico operativo e da oggi di nuovo nelle mani dei miliziani fedeli al premier. L’ultimo bilancio delle vittime, fornito dal ministero della Sanità, indica che 32 persone sono state uccise e altre 50 ferite dall’inizio dell’offensiva di Haftar, che avrebbe perso almeno 14 miliziani. Diverse vittime sono civili. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha interrotto tutte le sue attività nella capitale libica e ha chiesto ai suoi dipendenti di non lasciare le proprie abitazioni e di mettersi al sicuro mentre sia Amnesty International sia Medici senza frontiere si sono detti “preoccupati” per la popolazione civile e per i migranti “intrappolati” nei centri di detenzione, come quello di Ain Zara, al centro degli scontri con 600 persone comprese donne e bambini. A voler far sapere che l’Italia non fugge dal Paese africano sono stati prima l’ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi e poi lo Stato maggiore della Difesa con una nota. “L’Italia rifiuta l’aggressione e la minaccia all’incolumità dei civili ed è necessario che le forze di Khalifa Haftar se ne tornino da dove sono arrivate”, ha detto il diplomatico incontrando il presidente del Governo di accordo nazionale libico. A sua volta Serraj ha “espresso il suo apprezzamento per la posizione italiana, sottolineando che le forze militari libiche sono in grado di sconfiggere l’aggressore e chiunque cerchi di destabilizzare e terrorizzare i civili, e che i libici potranno vivere solo in uno Stato civile democratico”.

La Difesa, smentendo le voci su un possibile ritiro dal Paese, ha elencato i punti in cui il contingente è impegnato, da Misurata a Tripoli. Chi ha ridotto la proprie truppe sul terreno, ovvero gli Stati Uniti, ha oggi chiesto con più forza ad Haftar di “fermare immediatamente” le operazioni militari. “Questa azione militare unilaterale”, ha detto il segretario di Stato, Mike Pompeo, “blocca le prospettive di un futuro migliore per tutti i cittadini libici”. E se l’Ue rilancia la strada indicata dall’Onu – “la tregua umanitaria deve essere attuata”, ha detto l’Alto rappresentante, Federica Mogherini, arrivando al Consiglio Affari Esteri in Lussemburgo. Parigi, sospettata dai media di Serraj di aver dato il beneplacito a Haftar e di aver addirittura inviato consiglieri militari in suo aiuto, ha tenuto a precisare di voler “sostenere il Governo di accordo nazionale e di non avere alcuna agenda né eserciti segreti in Libia”. La Russia ha invitato “tutte le parti” a “cessare le violenze” ed evitare ulteriori spargimenti di sangue, ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, lo stesso che venerdì scorso aveva dichiarato che Mosca non ha intenzione di sostenere il maresciallo Haftar.

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