Londra. Nubi sempre più minacciose sulla Brexit. La premier, incalzata alla Camera, va in confusione e viene battuta. Il Parlamento torna protagonista e ora molti sperano nelle dimissioni della May

Londra. Nubi sempre più minacciose sulla Brexit. La premier, incalzata alla Camera, va in confusione e viene battuta. Il Parlamento torna protagonista e ora molti sperano nelle dimissioni della May

Il governo di Theresa May inghiotte la sconfitta. A Londra, la Camera dei Comuni ha votato per riprendere il controllo dell’iter della Brexit: è stato approvato – 329 contro 302, con il voto di una trentina di ribelli conservatori – un emendamento in base al quale saranno i deputati a votare entro mercoledì una serie di alternative al piano di Theresa May; fra queste potrebbero esserci un secondo referendum, una Brexit più morbida, o la revoca dell’articolo 50. Il voto ha visto anche le dimissioni di tre sottosegretari del governo che hanno votato coi ribelli. La premier Theresa May ha dichiarato che non può impegnarsi a rispettare il risultato del voto perché il governo non può firmare un “assegno in bianco”. Significativo però è proprio che per la prima volta in tutto il lento, caotico processo per l’uscita dall’Ue, i deputati con un voto bipartisan abbiano deciso di riprendere il controllo dell’iter. La posizione del governo è stata espressa chiaramente da un portavoce del ministero per la Brexit: “E’ deludente vedere approvato questo emendamento, perché il governo si è chiaramente impegnato a trovare una maggioranza parlamentare per andare avanti” (con il piano approvato con Bruxelles), “mentre questo emendamento stravolge l’equilibrio delle istituzioni e crea un precedente pericoloso. Ora spetta al Parlamento indicare i nuovi passi in base all’emendamento ma il governo continuerà a chiedere pragmatismo; qualunque opzione deve essere accettabile nei negoziati con l’Ue. Il Parlamento dovrebbe prendere in considerazione quanto dureranno i negoziati, e se dovrebbero richiedere un rinvio più lungo, e questo vorrebbe dire tenere le elezioni europee”.

L’opposizione britannica esulta per l’emendamento sulla Brexit approvato in serata che obbligherà mercoledì il governo Tory di Theresa May a dare la precedenza al Parlamento e offrirà alla Camera dei Comuni la possibilità senza precedenti di cercare autonomamente un’eventuale maggioranza trasversale, su un piano B alternativo. “Il Parlamento ha preso il controllo”, si è compiaciuto il leader laburista Jeremy Corbyn, sottolineando come la Camera dovrà ora anche decidere se sottoporre un ipotetico piano B approvato a un referendum “confermativo”. “Dove il governo ha fallito – ha concluso Corbyn – questa Camera deve avere successo e io credo l’avrà”. Il ministro per la Brexit, Stephen Barclay, ha bollato invece l’emendamento (“un’innovazione costituzionale” per il libdem Vince Cable, “una deplorevole rivoluzione” per il Tory brexiteer Blll Cash) come “un pericoloso precedente che sovverte gli equilibri fra istituzioni democratiche”. Ma ha assicurato che l’esecutivo continuerà comunque a insistere perché in Parlamento si trovi una soluzione “realistica” e “negoziabile con l’Ue”.

La petizione per chiedere la revoca dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona che sancisce la Brexit ha raggiunto 5,5 milioni di firme in soli quattro giorni dal lancio. Si tratta della petizione più firmata di sempre sul sito del Parlamento britannico. “Il governo ha ripetuto più volte che l’uscita dall’Ue è ‘la volontà del popolo – si legge nel testo della petizione – Dobbiamo fermare queste dichiarazioni dimostrando la forza del sostegno pubblico adesso, per restare nell’Ue. Non ci sarà un voto popolare, quindi votate ora”. Le petizioni che superano 100mila firme sono automaticamente calendarizzate per il dibattito in Parlamento.

Intanto la Brexit sta per divorare un altro premier britannico. Dopo David Cameron che aveva promosso il referendum nella convinzione di avere una maggioranza per il “remain”, è a rischio anche la poltrona di Theresa May. Comunque finisca questa partita, è molto difficile che possa essere l’attuale premier a gestire la nuova fase della politica britannica. Tanto più che dalle fila del suo stesso partito si moltiplicano le richieste di dimissioni. La sua parabola sembra essere finita oggi alla Camera dei Comuni, avendo riconosciuto che il governo non può contare su una maggioranza sufficiente a far votare un’altra volta, dopo le due bocciature precedenti, l’accordo di separazione negoziato con Bruxelles. Lo ha ammesso intervenendo in Parlamento la stessa May, che a mezzogiorno aveva incontrato il leader laburista Jeremy Corbyn per un “franco scambio di pareri”. Secondo quanto annunciato dallo speaker della Camera John Bercow, per arrivare a un terzo voto, il governo avrebbe dovuto apportare modifiche sostanziali all’accordo, non semplici cosmesi di facciata.

La Ue e gli Stati membri hanno sostanzialmente “completato” la preparazione in caso di un’uscita traumatica dall’Ue della Gran Bretagna. Lo ha annunciato la Commissione Ue, spiegando che anche quasi tutte le misure legislative (17 su 19) sono già state adottate e le rimanenti dovrebbero esserlo “rapidamente”. Anche i 27 Stati, dopo le missioni compiute in ogni Stato membro dai vertici di Bruxelles, sono sostanzialmente “pronti”, assicurano fonti Ue, con i Paesi più esposti quali Francia, Olanda, Belgio, Irlanda ma anche Spagna e Danimarca che hanno approntato controlli alle frontiere, in particolare per i prodotti agroalimentari, assumendo nel complesso un paio di migliaia di nuove guardie. Le misure adottate dall’Ue per evitare danni nel trasporto aereo, ferroviario, stradale e marittimo, commercio, pesca, Erasmus, mobilità dei cittadini e fondi Ue sono – si sottolinea a Bruxelles – “unilaterali, limitate nel tempo, e non sostituiscono l’accordo di divorzio”. “Sono convinto che possiamo evitare una Brexit senza accordo e penso che la eviteremo”, ha detto il commissario Ue agli Affari economici e alla fiscalità Pierre Moscovici; un raro intervento ottimistico in uno scenario che si sta facendo sempre più fosco.

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