Vincenzo Vita. Par condicio: teoria senza prassi

Vincenzo Vita. Par condicio: teoria senza prassi

Tre indizi fanno una prova, scriveva la famosa autrice gialla. E qui di tracce ce sono proprio tantissime. Si è abolita di fatto la legge n.28 del 2000 sulla par condicio senza colpo ferire: né abrogazioni formali né una riflessione di qualche valore su eventuali difetti o limiti da correggere. Ma, al momento, l’attuale maggioranza sembra preferire tagli e riduzioni delle testate ad una strategia volta al rispetto del pluralismo. Tralasciamo pure la gravità di ciò che successe il giorno del voto abruzzese, quando il silenzio elettorale fu infranto dal ministro degli interni cui spetterebbe – se mai –  un ruolo di controllo. Vedremo nelle prossime ore che accadrà con la consultazione sarda.

L’allarme generale viene leggendo i dati sulle presenze politiche (1-31 gennaio 2019) forniti dalla società “Geca Italia” all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che li ha pubblicati nei giorni scorsi sul sito. In sintesi: la somma tra il tempo di parola (la voce diretta dei protagonisti) e quello di antenna (le notizie assommate alle parole) attribuiti a 5Stelle e Lega, unito a quello che utilizza il presidente del consiglio con gli esponenti del governo, assomiglia alle percentuali tipiche dei regimi. Non sarà un caso se il comitato dei ministri del consiglio d’Europa ha messo l’Italia – nella dichiarazione approvata lo scorso 13 febbraio –  tra i paesi sotto osservazione – insieme a Russia e Turchia –  per ciò che concerne la libertà di informazione. Ecco, dunque, un caso palese di coercizione dell’opinione pubblica, assoggettata al percorso cognitivo deciso in base alle convenienze politiche dominanti: l’agenda setting, la proporzione assegnata ai diversi temi – rigonfiati strumentalmente come nel caso dell’immigrazione o marginalizzati come per le questioni dei conflitti di lavoro -, l’atteggiamento subalterno verso le leadership del momento.

Un po’ di dati inerenti al tempo di parola, il più delicato dei criteri di computo utilizzati, perché tocca il rapporto diretto con i “tele-corpi”. Il Tg1 della Rai: 14,77% a 5Stelle, 4,41% alla Lega, ma il 44% all’esecutivo. Tg2: 14,47%, 4,17% e 43%. Tg3: 15,97%, 3,42% e 39%. Rainews: 10,61%, 5,45% e 44%. Mediaset non si discosta molto sulle forze politiche, mentre è un po’ meno incline al governo, rispettivamente quotato al 31% nel Tg4, al 33% nel Tg5, al 30% in Studio aperto e al 33% nel Tgcom24. Tuttavia, le televisioni di Berlusconi sentono sempre il vecchio richiamo della foresta, donando a Forza Italia rispettivamente il 49,85%, il 38,76%, il 55,25% e il 45,64%. La7: 31,45% a 5Stelle, 13,11% alla Lega e ben il 50% al governo. SkyTg24 (digitale terrestre): 17,88% a 5Stelle, 9,51% alla Lega, il 54% all’esecutivo. Se passiamo al tempo di antenna, peggio mi sento. Tg1: 18,33% a 5Stelle, 5,58% alla Lega e 55% all’esecutivo. Tg2: 15,65%, 5,20% e 51%. Tg3: 22,22%, 7,56% e 46%. Rainews: 17,49%, 8,11%, 47%. Mediaset: Tg4 22,70%, 6,37% e 36%; Tg5 26,11%, 9,70% e 44%; Studio aperto 21,07%, 5,66% e 35%; Tgcom24 23,79%, 7,43% e 42%. La7: 25,04, 9,49% e 57%. Sky Tg24 (digitale terrestre): 38,40%, 12,94% e 51%.

Sono cifre inquietanti, che non riguardano ancora il periodo “caldo” delle prossime elezioni europee, dove si giocherà una partita per molti aspetti cruciale per il futuro del continente e per i prossimi equilibri italiani.

Sarebbe auspicabile un’iniziativa straordinaria dell’Agcom, che concluderà a breve il suo settennato e che verrà giudicata anche (e soprattutto) sul terreno della vigilanza sul pluralismo. Ci si aspetta una presa di posizione netta contro i continui “negazionismi” della normativa del 2000. Quest’ultima non contiene un esplicito riferimento alla rete e ai social. Tuttavia, per analogia, alcuni principi cardine della par condicio non possono non valere pure nel digitale: la regolazione delle “dirette”, il silenzio elettorale, l limiti alla divulgazione dei sondaggi. Ad esempio. Nessuno potrebbe eccepire su simile estensione naturale, non essendoci l’attuale quadro mediatico vent’anni fa, quando eravamo alla prima età di Internet. È come se la televisione non entrasse nelle previsioni dell’articolo 21 della Costituzione, che parla della carta stampata. Sarebbe utile al riguardo una mozione parlamentare, che invitasse l’Agcom a inserire gli aspetti informativi della rete nelle previsioni del controllo e della vigilanza. Chiariamo. Non si tratta di regolamentare Internet, faccenda assai complessa e rischiosa, che esce dal capitolo della tutela del pluralismo. Stiamo parlando del “minimo sindacale” utile a garantire l’equità degli spazi tra i soggetti che partecipano alla contesa elettorale.

Torniamo ai media classici.

Quando si guardano i telegiornali (con il caso limite del “sovranista” Tg2 e con la “chicca” di “Tg2 Post”) in questi giorni, non ci resta che piangere. Siamo, ormai, al di sotto di ogni sospetto. Se ci mettiamo a conteggiare anche i talk, il quadro diventa tanto grave quanto grottesco: per lo squilibrio dei tempi e per la fastidiosa ripetitività degli interlocutori. L’astensionismo e il rifiuto del voto trovano lì i migliori alleati. Non c’è giorno senza un programma di conversazione politica. Una chiacchiera non stop, che fa rimpiangere davvero le vecchie e solenni “tribune” di Jader Jacobelli. Perché non si ripristinano?

Un’ultima osservazione. Il pluralismo si difende pure evitando la prossima chiusura di Radio Radicale, che è il cuore dell’VIII congresso italiano del partito radicale.

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